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Come sopravvivere alla musica: Pete Best e la felicità oltre i Beatles

È stato il batterista dei Fab Four dal 1960 al 1962, ovvero fino a un minuto prima che la band piantasse le tende a tempo indeterminato nell'olimpo della musica. Ma se pensate che si stia ancora mangiando le mani vi sbagliate di grosso

Poche figure nella storia della musica sono in grado di generare amarezza quanto quella di Pete Best. Per chi fosse a digiuno di storia, Best era il primo batterista dei Beatles, suonò con John, Paul e George dal 1960 al 1962, per poi essere cacciato a pedate un minuto prima che la band piantasse le tende a tempo indeterminato nell’olimpo della musica. Molti lo considerano il re dei falliti. Quello che non sanno è che, in realtà, Pete Best è un uomo felice.

Ma andiamo con ordine.

Randolph Peter Scanland nasce il 24 novembre del 1941 a Chennai, in India. In Inghilterra ci arriva solo quattro anni dopo, in nave, il giorno di Natale del 1945, insieme a sua madre Mona e il suo patrigno Johnny Best. A Liverpool i Best alloggiano in un piccolo appartamento a Cases Street, fanno una vita normale, ma a Mona Best le cose normali sono sempre andate strette, così, nel 1957, dopo aver impegnato i gioielli di famiglia e averli puntati su una corsa di cavalli (vincendo), si trasferiscono in una grande casa vittoriana a Hayman’s Green.

A questo punto Pete ha quasi sedici anni, è uno studente modello e, siccome dice di voler diventare musicista, Mona Best gli compra una batteria e trasforma lo scantinato di casa Best in un locale per concerti: lo storico Casbah Coffee Club. Il posto viene inaugurato il 29 agosto 1959 e per l’occasione sul palco ci sono i Quarrymen, una band rock’n’roll che annovera tra i suoi membri John Lennon, Paul McCarthy e George Harrison.

Al Casbah Pete Best suona spesso con la sua band, i Black Jacks. Belloccio, tenebroso, lunatico, Best ha tutte le carte in regola per essere adorato dalle ragazzine tanto che, quando Paul McCartney arriva a bussare alla porta di Mona Best, è già una specie di star. Siamo nel 1960, i Beatles ancora si chiamano Silver Beatles e sono stati scritturati per una serie di concerti ad Amburgo. Unico problema: manca un batterista. McCartney ha visto Best dal vivo e si è innamorato del suo modo di suonare: cassa in quattro, groove potente, un’inclinazione a picchiare più del necessario; giusto quello che serve alla band.

Così, a 19 anni Pete parte per la Germania, ma fin da subito il rapporto cona band fatica a consolidarsi. Più le date si accumulano, più diventa chiaro che le differenze tra lui e gli altri sono difficilmente colmabili. Best sembra fare di tutto per non integrarsi: non ama far baldoria, si tiene alla larga dalle droghe, rifiuta di abbigliarsi e di pettinarsi come i compagni, e quando gli altri passano il tempo insieme a lavorare sulle canzoni, lui preferisce rimanere da solo.

Quando alla fine del 1962 i Beatles tornano definitivamente a Liverpool per registrare i primi singoli, la frattura con Best è già in stadio avanzato. Ed è proprio in sala di registrazione che la band decide di silurare Best una volta per tutte. George Martin, produttore storico della band, insiste fin da subito per fare registrare le batterie a un session man: a detta sua Best non ha inventiva e, per quanto capace, non è in grado di tenere bene il tempo. Non è chiaro se furono questi commenti a convincere la band a sbarazzarsi di lui, ma basta confrontare la batteria di Best con quella di Ringo nelle registrazioni di Love Me Do, per capire che Martin non ha poi tutti i torti.

Il 16 agosto del 1962, il nuovo manager della band, Brian Epstein, convoca Best nel suo ufficio e gli dà il benservito. Le ultime due settimane d’agosto Pete le trascorre come da manuale: catenella alla porta, telefono staccato, depressione montante. Ben presto però l’orgoglio lo scolla dal divano di casa. Nei successivi tre anni siede dietro le pelli dei Lee Curtis & The All Stars, dei Pete Best Four e infine dei Pete Best Combo. Ma nonostante ce la metta tutta, non riesce a mandare un solo singolo in classifica. Nel 1965, dopo aver pubblicato un disco dal titolo truffaldino Best of the Beatles con cui ha ottenuto solo di fare imbufalire alcuni fan poco accorti, Best decide di abbandonare il mondo della musica. Ma non prima di aver sguinzagliato un avvocato contro i Beatles, per via un’intervista pubblicata su Playboy in cui Ringo Starr aveva lasciato intendere che Best fosse stato allontanato per problemi di droga.

In questo periodo Best non se la passa bene, diverse biografie rivelano tentativi di suicidio prontamente disinnescati dalla madre e dal fratello. L’ex-Beatle si comporta come se non avesse più niente nella vita, ma caso vuole che abbia una moglie e una figlia. Così Pete inghiotte definitivamente l’orgoglio, appende le bacchette al chiodo, comincia a lavorare come fattorino in una fabbrica di pane e – sorpresa – scopre che si può vivere bene anche senza stuoli di fan in adorazione. Di lì a poco viene assunto in un ufficio di collocamento e comincia una brillante carriera da funzionario amministrativo che gli consentirà di mantenere la propria famiglia per più di vent’anni. Tornerà a suonare solo nel 1988, dopo aver accettato di partecipare a un evento commemorativo sui Beatles, e da allora continua a fare concerti con una nuova formazione, la Pete Best Band.

Oggi, con buona pace di chi lo reputa un povero disgraziato, Pete Best è un uomo felice. Certo, nessuno lo l’ha mai aspettato fuori dalla porta di casa per sparargli un colpo in testa e pochi avrebbero interesse ad accusarlo di essere un sosia di sé stesso; ma ha un lavoro, una moglie con cui convive da più di cinquant’anni, due figlie, cinque nipoti e una band che non potrà mai cacciarlo. Non bastasse, Liverpool ha una via in suo nome (la Pete Best Drive) e il regista Peter Cattaneo l’ha voluto per un cammeo nel suo film Rocker (2008). Lo si vede nella scena finale, poco prima dei titoli di coda, è l’uomo che legge Rolling Stone seduto alla fermata dell’autobus.

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