Radiohead, come scomparire del tutto quando te lo puoi permettere

Thom Yorke e soci sono maestri di hype, ma la trovata della sparizione non è poi così innovativa – ci avevano pensato anche i Pink Floyd
Radiohead

Lo sapete già tutti. Nella giornata di ieri i Radiohead hanno deciso di cancellare tutta la loro presenza in rete. Il sito è sparito. I post su Facebook sono spariti. I post su Twitter sono spariti. Al loro posto un enorme “bianco” fatto di tutto e di niente. L’intuito e la sagacia che ci contraddistingue ci ha subito fatto capire che qualcosa sta bollendo in pentola, considerato anche l’imminente tour. È da ieri sera, inoltre, che sull’internet appassionata di musica non si parla d’altro. Del resto, il concerto del Primo Maggio di Roma era scadente e quello di Taranto aveva uno streaming che faceva i capricci e come perdere l’opportunità di pubblicare per l’ennesima volta How To Disappear Completely per sottolineare il genio, l’inventiva e il coraggio della band di Thom Yorke (tra l’altro, pure il suo profilo twitter è vuoto)?

Annullare la propria presenza, un auto-esilio social, sottolineare l’assenza nell’epoca della sovraesposizione. Una strategia funzionale che fa parlare di sé e crea – rimuovendo tutto il contenuto – un’onda lunghissima di hype misto ad aspettativa che garantisce tantissimo buzz generato dagli utenti. Missione compiuta. Del resto, i Radiohead non sono nuovi a strategie del genere. Nel 2000, per promuovere Kid A, ridussero al minimo il marketing e blindarono ogni possibile fuga di notizie (e si trattava, a ben vedere, del disco simbolo di quella che ancora oggi molta critica indica come l’ultima cambio di paradigma della musica pop). Nel 2007 pubblicarono In Rainbows su Internet con download ad offerta libera.

In molti, anche ieri, sottolineavano il “coraggio” e “innovazione” della band, capace ancora una volta di uscire dagli schemi. Questo “coraggio”, a ben vedere, è una promozione formidabile ma molto poco “coraggiosa”. Sono i Radiohead, cioè una delle più grandi band del mondo. I loro fan non solo sono abituati a mosse del genere, ma fanno anche parte di quella categoria di persone che – a torto o ragione non sta a noi decretarlo – non ammette repliche al fatto che ogni cosa fatta dai Radiohead sia geniale in una sorta di loop da profezia auto-avverata. Anche l’innovazione è relativa. Non si tratta certo della prima volta che una band famosissima annulla la propria presenza per lasciare spazio a “sensazioni visive” (nella prima stagione di Vinyl, ad esempio, si parla della strategia di marketing dei Pink Floyd che, per The Dark Side of the Moon non mettono nessuna loro foto lasciando che le persone venissero “attirate dal prisma”: ed erano gli anni ’70) e gli stessi Radiohead non sono certo nuovi a questa sorta di nascondino promozionale. Questo lanciare indizi in diversi mondi (ieri l’altro, i fan che hanno già pre-ordinato il disco hanno ricevuto una lettera con questo messaggio: «Sing a song of sixpence that goes/Burn the Witch/We know where you live») come tessere del mosaico da comporre è una strategia molto in voga nello storytelling contemporaneo. Per ora lo hanno fatto spesso nel cinema, per promuovere film come The Dark Knight (a riguardo consiglio la lettura di Immersi nelle storie di Frank Rose, edito da Codice nel 2013).

L’elemento interessante, se vogliamo, è il concetto dietro la strategia. Abbassare il volume per provocare l’effetto opposto nella chiacchiera quotidiana è molto tradizionale. Efficace, bellissimo, tradizionale. Ed è la dimostrazione che molte delle cosiddette innovazioni del contemporaneo non sono altro che un recupero portato avanti con nuovi mezzi (che poi è lo stesso processo per cui chiamiamo i nuovi artigiani makers). Nell’epoca del rumore assoluto – il rumore bianco di cui si profetizza sin dagli anni ’80 – l’unico modo per catturare l’attenzione è recuperare il silenzio. Soprattutto se sei una delle più grandi band del mondo. Soprattutto se te lo puoi permettere.