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Come la Dark Polo Gang donò la parola BUFU agli italiani

La DPG è stata la prima realtà trap italiana a vedere un neologismo entrare nel vocabolario Treccani, ecco perché

dark polo gang

La Dark Polo Gang. Foto via Facebook

Oggi vorrei raccontarvi una fiaba diversamente sonora. C’erano una volta quattro cavalieri oscuri, i cui nomi – e le cui tipe – erano leggenda: il prode Tony Effe, il feroce Dark Wayne, il nobile Dark Pyrex a.k.a. Principe Pyrex e l’ardito Sick Luke. I quattro, in sella ai rispettivi cavallini Ralph Lauren, i colletti delle polo puntati contro il cielo, galoppavano a un solo ritmo lungo le immense distese d’erba del loro regno (che andava da Rione Monti a Trastevere, e ovunque prendesse bene Tim Vision).

Erano conosciuti, temuti e regrammati da tutti come la Dark Polo Gang. Sul loro regno, sia chiaro, non tramontavano mai i money. Ma era altrettanto chiaro che tutto questo non era abbastanza. I nostri eroi non si sarebbero fermati neppure davanti a una due posti rossa; una serie tv tutta loro; una fornitura a vita di Air Max, cartine Rizla e coni gelato. Sarebbero rimasti indifferenti persino davanti alla possibilità di poter chiamare baby le fidanzate di ciascuno dei loro amici d’infanzia. Quello che volevano, infatti, non poteva essere comprato. Quello che volevano era arrivare puntuali al loro appuntamento con la storia e darle un bacio con la lingua italiana.

Nel giugno del 2018 la Dark Polo Gang è stata la prima realtà trap italiana a vedere un neologismo di suo conio entrare in un vocabolario. La nuova parola in questione è l’acronimo BUFU che, riadattato dall’inglese americano, per la DPG sta per By Us Fuck U (‘per quanto ci riguarda, vaffanculo’).

Non è un caso che questa prima pietra miliare sia stata proprio BUFU e non, per dirne un’altra marchiata DPG, bibbi. Ciò può essere detto almeno per due ragioni, di diverso tipo. La prima è che BUFU è sia una delle espressioni più usate sia dalla DPG per sottoporre a contro-hating i suoi stessi hater, sia dai fan della DPG per qualunque motivo passi loro per la testa, tramite qualunque strumento di comunicazione gli capiti a tiro. E, siccome uno dei princìpi dei vocabolari è accogliere nuove parole in base alla loro frequenza d’uso, questa è una ragione quantitativa.

La seconda ragione, di tipo qualitativo, è che BUFU contiene nelle sue sole quattro lettere l’intero manifesto poetico della DPG. In effetti, i detrattori della formazione romana devono essersi visti sorprendere da una specie di tempesta perfetta. Pensateci: l’emissione del BUFU dei BUFU, non da YouTube, ma da un vocabolario. È un po’ come se, per inoltrare questo sberleffo definitivo, destinato a zittire (almeno fino al prossimo album) anche il più temerario dei detrattori, la DPG avesse potuto usare l’occhio di Sauron per ammiccare a tutte le tipe di tutti i suoi hater, in mondovisione e a reti unificate. Per la serie: se qualcuno inventa un neologismo per te, è perché evidentemente non c’erano altre parole per descrivere quanto gli fai schifo.

Com’è vero che, nel mondo della trap, non c’è indumento abbastanza orribile che non possa essere oggetto di vanteria, purché abbastanza costoso, così è vero che un’operazione come quella che è riuscita alla DPG, un giorno, potrebbe inaugurare, un innovativo manuale di marketing lessicale. “Siamo l’italiano!”, ha postato l’account Instagram della DPG alla notizia del colpo. È probabile che questi quattro ragazzi non conoscano altro monumento equestre se non quello che è ricamato sulle loro magliette; eppure, zitti zitti (si fa per dire), sono riusciti a fare alla lingua italiana una proposta che non ha potuto rifiutare: accogliere tra le sue immense braccia anche la loro piccola, grande vittoria.

Abbiamo imparato che nella scena trap i successi e le rosicate sono indissolubili come lo yin e lo yang per la filosofia cinese antica; solo, senza Lao Tse ma con, al massimo, Bella Zi’. Nel giorno della consacrazione di BUFU, gli italiani erano nel pieno dei postumi della crisi istituzionale che ha portato alla formazione del governo Conte. Da che erano un popolo di santi, poeti, navigatori e allenatori della nazionale, non avevano fatto in tempo ad aggiungere alla lista la mansione di costituzionalisti, che eccoli già pronti ad autocertificarsi anche la qualifica di linguisti, e a darci dentro di post indignati. Una Instagram story già scritta.

Da oggi, più che mai, il mondo, osservato da ubriachi e ascoltando trap, si dividerà in due categorie. Da una parte, quelli che, sforzandosi di capire la trap, non la capiranno mai, e finiranno per odiarla. Dall’altra, quelli che, avendo saputo rinunciare al desiderio di ascoltare la trap come se fosse musica rap, hip-hop, pop o anche solo genericamente musica, riceveranno l’illuminazione. La trap, infatti, è roba da iniziati zen: la comprendi solo se smetti di desiderare di comprenderla, quando capisci che non c’era nulla da capire. I BUFU sono i babbani di una Hogwarts i cui maghi sono pischelletti dark.

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