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Colin Greenwood: «Siamo i Radiohead grazie all’Europa, cambiamo le regole della Brexit»

Il bassista spiega sul Guardian che a pagare le conseguenze dell'uscita del Regno Unito dall’Unione Europea saranno le orchestre con tanti membri, i musicisti che suonano per pochi euro, i tecnici

I Radiohead nel 2000. Foto stampa

La Brexit rischia di rovinare l’attività dei musicisti e dei tecnici inglesi. L’ultimo in ordine di tempo a dirlo è Colin Greenwood dei Radiohead in un articolo sul Guardian che è per metà lettera d’amore per l’Europa continentale e per metà saggio sulle conseguenze del divorzio dall’Unione Europea. Dopo aver ricordato che se i Radiohead sono tali è anche grazie all’Europa e avere raccontato alcune esperienze in tour, tra cui trovarsi di fronte un pubblico di «milanesi che agitano con entusiasmo i loro Nokia per registrare frammenti di canzoni e scattare jpeg sgranati», il bassista si chiede: come sarà suonare in Europa dopo la Brexit?

«Ho parlato con amici con anni di esperienza alle spalle nella pianificazione dei tour dei Radiohead. Adrian, il nostro contabile per i tour, mi ha spiegato che sarà tutto più complesso e costoso. Prima della Brexit, era necessario dotarsi di un carnet (ovvero una lista di merci che entrano ed escono dal Paese) solo per Norvegia e Svizzera. Ora sarà come in Sud America, dove ogni luogo ha sue regole per trattare con “Paesi terzi” come il nostro. Secondo Adrian, per una chitarra dal valore di 10 mila sterline ci vorrà un carnet dal costo di circa 650 sterline più Iva. I costi di viaggio e di alloggio sono già alti, e i documenti e le spese extra aumenteranno rapidamente per un’orchestra che va in tour».

«C’è un’altra brutta parola, cabotaggio, i diritti per il trasporto dei camion con l’attrezzatura che dal Regno Unito possono fare solo due consegne nell’UE prima di dover tornare in Gran Bretagna, rendendo impossibile un tour di più città con un bus o una flotta di tir britannici. Un’altra delle nostre contabili, Steph, mi ha assicurato che ci vorranno persone specializzate per risolvere tutti i problemi» e che artisti e produzioni dovranno farsi carico dei costi burocratici.

Greenwood e i Radiohead possono naturalmente permettersi tutto questo, ma il bassista è preoccupato per la sua crew inglese, che diventerà meno competitiva rispetto a quelle continentali, e per i piccoli musicisti. «Che dire della violoncellista solista che suona a Berlino per 200 euro e scopre che il suo carnet costa più del compenso? Il promoter berlinese ci penserà due volte prima di chiamare lei e non un’artista dell’UE. E che dire del giovane violinista di Vienna che sogna di studiare in una delle prestigiose scuole di musica del Regno Unito» ed è scoraggiato perché deve affrontare le nuove regole?

«È ora che il governo britannico ammetta di non aver fatto abbastanza per le industrie creative durante i negoziati sulla Brexit e cerchi di rinegoziare le regole per i tour in Europa», conclude Greenwood.

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