Chissenefrega del Coachella se abbiamo il Mi Ami

Il successo del festival è la prova (l'ennesima) che qualsiasi superstar internazionale non valga una line-up fatta in casa e studiata bene
Il set degli Ex-Otago al Mi Ami. Foto: Silvia Violante

Il set degli Ex-Otago al Mi Ami. Foto: Silvia


Non fate gli schizzinosi, non fate gli esterofili, non turatevi il naso. Ah, l’indie italiano è diventato importante. Ed è più importante di ogni acclamatissima e blindatissima e seguitissima superstar americana o di chissà dove. Il primo giorno del Mi Ami (ma anche il secondo, questa sera, avrà l’identico risultato) sarà la conferma – ennesima, ma importantissima, per una serie di fattori – che qualsiasi nome internazionale in questo momento non ha la forza di una solida line-up costruita con il meglio del pop in circolazione.

E questa è una realtà: non lo diciamo noi per eccessivo patriottismo, lo dicono i numeri dei biglietti venduti. L’entusiasmo della gente. I numeri di selfie scattati sotto palco.

“Dove siamo?”, “Al Mi Ami! Wow!”, urlano due 18enni poco prima del set di Frah Quintale, mettendosi i filtri “orsetto” su Instagram. Come se la ruota panoramica del Luna Park di Novegro fosse in mezzo alle installazioni di Tresoldi al Coachella e il Magnolia, Segrate fosse la distesa di terra di Indio, California.

Se un Radar Festival – forse con qualche peccatuccio di presunzione da non sottovalutare – deve annullare a due settimane dall’evento, nella stessa location, forte di una line-up sulla carta bellissima ma lontana dalle masse, mentre Frah Quintale, Ex-Otago e Cosmo creano file infinite per ore, forse abbiamo un problema. Ma un bel problema, nel senso letterale di bello.

Qualsiasi nome internazionale in questo momento non ha la forza di una solida line-up costruita con il meglio del pop in circolazione.

È importante tracciare l’evoluzione di Mi Ami, quella che Cosmo ha accennato dal palco alla fine del concerto, che ha cambiato location e moltiplicato l’afflusso a un evento partito come un gioco “indipendente” e diventato un affare “importante”. Parallelamente, questa evoluzione, è stata quella della musica italiana. La sparizione totale delle pop star “classiche” – a parte qualche eccezione che gira per gli stadi o moltiplica le date nei palazzetti -, la presa delle radio da parte di realtà interamente indipendenti (a memoria, un momento così in era moderna, era successo solo con il boom di Mescal grazie a Subsonica e Afterhours 20 anni fa) e il coraggio di giocare la carta di tour ambiziosi, sono tutti fattori da osservare per capire perché il set di Francesca Michielin tocchi le stesse corde di quello di Lorde, Cosmo sia la piramide dei Daft Punk e Calcutta a sorpresa sia l’equivalente di una reunion delle Destiny’s Child.

Non vergognatevi di pensarlo.

L’importante, ora, per continuare a fare musica importante, è non peccare di presunzione. Perché questo macchinario non si fermi, dovremo sempre andare a riempire gli stadi per Beyoncé, i festival per i Pearl Jam e le piazze per i Gorillaz. Servono dei riferimenti da tenere d’occhio per continuare ad alzare l’asticella.

Per poterci continuare a sdraiare sull’erba dell’Idroscalo con il sorriso, le birrette fresche e la bocca spalancata. Per urlare “We deficiente!”

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