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Chi vuol essere Lucio Battisti

La sua discografia è assente da tutte le piattaforme di streaming, ma Lucio Battisti rimane uno degli autori più importanti della storia della nostra musica. Ecco chi, dai Verdena a Giorgio Poi, ha provato a raccoglierne l'eredità

Forse non tutti sanno che il 29 settembre è la data del compleanno della prima moglie di Mogol, alla quale il paroliere milanese regalò una delle canzoni più belle di tutti i tempi, con la stessa facilità con cui noi comuni mortali regaliamo uno Smartbox o un maglioncino, per carità, parla di un tradimento, ma è il pensiero quel che conta.

Sono passati più di cinquant’anni da quando Battisti e Mogol affidarono il testo di 29 settembre agli Equipe 84, che lo arrangiarono in una versione più psichedelica e beatlesiana rispetto a quello che nel 1969 fu interpretato dallo stesso Lucio Battisti nel suo primo omonimo album e che probabilmente conosciamo meglio tutti. In occasione di questa ricorrenza, sono i fan di Battisti oggi a ricevere un regalo, con l’uscita di Masters, un cofanetto in diverse versioni, con sessanta pezzi rimasterizzati in 24bit/192khz e pubblicato dalla Sony, questa volta (pare) con il lasciapassare della vedova Grazia Letizia Veronese e del figlio Luca, a capo della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, che giusto un paio di anni fa aveva fatto causa alla Sony e costretto a ritirare dal mercato due raccolte dedicate a Lucio Battisti.

È ormai nota la reticenza – per usare un eufemismo – della famiglia Battisti a consentire qualunque tipo di celebrazione o utilizzo del nome e delle canzoni del buon Lucio, sfociate negli anni in battaglie legali con lo stesso Mogol o alla lettera aperta sulle pagine di Repubblica di Gino Castaldo, che esortava la vedova a una maggiore apertura a celebrare la memoria del marito. Si è già discusso molto su quanto una tale proibizione alla diffusione degli inediti, all’apertura degli sconfinati archivi e l’embargo contro tutte le piattaforme in streaming siano un danno enorme per esperti e appassionati, se non addirittura una battaglia contro i mulini a vento che probabilmente finisce solo con ostacolare l’ascolto e l’approfondimento da parte dei più giovani che comprano sempre meno dischi, visto che persino i Beatles hanno abbandonato la strada del “mi si nota di più se non sono su Spotify”?

Stesso discorso non vale per la concessione dei diritti per realizzare cover, compilation, rivisitazioni e porcate simili, che verosimilmente ci ha risparmiato un numero inestimabile di oscenità e scempi e che forse per tutti questi anni ha impedito un vero e proprio revival battistiano, in un mondo musicale che vive un revival all’anno.

Negli ultimi tempi si è tornato a parlare all’impolverato rock italiano degli anni Novanta, ultimo esempio è l’uscita de La mia generazione di Mauro Ermanno Giovanardi, che rivisita una serie di pezzi di band che hanno fatto la storia di quegli anni (Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica, Massimo Volume etc), una scena che a mio avviso ingiustamente viene paragonata a quella indie del nuovo millennio, sebbene la prima fosse totalmente succube di velleità internazionalistiche per le esigenze del tempo di creare una rottura con la tradizione italiana e che quasi rifiutava uno come Battisti, mentre il secondo al contrario si rifà proprio ai vecchi fasti della canzone nostrana. E appunto nell’ultimo lustro abbiamo assistito a moltissimi revival e riesumazioni nelle sonorità e nei riferimenti delle band contemporanee: da Piero Ciampi a Venditti, chiaramente De André, Mina, da Lucio Dalla a Luca Carboni, Battiato, Vasco Rossi e così via, fino all’affiorare – verrebbe da dire quasi per ultimo – a delle citazioni più o meno esplicite a Battisti.

I primi a rompere il ghiaccio sono stati i Verdena, che a partire da Wow nel 2011 hanno rivoluzionato il loro sound e fu lo stesso Alberto Ferrari a dichiarare di aver ascoltato principalmente Anima Latina mentre scriveva il doppio album, lo si nota in pezzi come Le scarpe volanti, Grattacielo, Letto di mosche o Lei disse (un mondo del tutto differente), dove vengono inseriti per la prima volta nei dischi della band di Bergamo dei cori, il mellotron e il piano Rhodes con una scelta dei volumi volutamente mirata ad offuscare la voce, proprio come accade in Anima Latina. Le stesse scelte non risultano casuali anche nei successivi Vol. 1 e 2 di Endkadenz, anzi vengono addirittura rimarcate nei testi, fino ad arrivare a Contro la ragione che suona come un vero e proprio tributo.

Continuando in ordine cronologico, quello che unanimemente è considerato il disco italiano più significativo degli ultimi anni e che non a caso più di tutti (giustamente) si è guadagnato il clamore e gli accostamenti a Lucio Battisti, è DIE di Iosonouncane, un disco perfetto in termini di arrangiamenti, e che forse proprio nella maniacalità della produzione prima ancora che nelle melodie merita il paragone con Battisti, notoriamente fissato con le scelte dei suoni e con tutto ciò che riguarda la vita da studio di registrazione. Anche in questo caso è stato tirato in ballo Anima Latina, sebbene forse sarebbe più corretto un parallelismo con il precursore nella discografia battistiana del capolavoro del 1974, ovvero Il nostro caro angelo dell’anno precedente, dove già sono accennate le derive psichedeliche e progressive che prenderanno Battisti e Mogol, ma con una maggiore attinenza al formato canzone e uno sfondo bucolico di cui è pervaso anche DIE, basato, tra le altre cose, sul legame e il racconto della terra in pezzi già cult come Stormi o Carne, dove compaiono strumenti analogici e folkloristici come il balafon, il filocorno baritono e che ricordano la stessa narrazione presente in Ma è un canto brasileiro o La canzone della terra.

Nel 2017 sono usciti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro due dischi che pagano un tributo altissimo a Battisti: Fa niente di Giorgio Poi e Uomo Donna di Andrea Laszlo De Simone. Nel primo, di matrice decisamente più indie, si riscontra innanzitutto l’uso di un lessico e di una metrica che fanno immediatamente pensare a Battisti: “ho lasciato già l’appartamento al terzo piano/ l’ho guardato bene per sentirmi più sicuro/ tienimi la mano che ho paura di morire/ come quella volta che pensavo di annegare dentro quella stanza di un palazzo comunale” che ricordano la narrazione un po’ svampita e depressa del periodo di Emozioni, oppure quel Con la felpa blu e le scarpe da ginnastica che potrebbero far pensare a un “le bionde trecce e gli occhi azzurri” un po’ più hipster e 2.0 (ora vengo carbonizzato da un fulmine), il Giorgio Poi battistiano è presenta anche nei giri di accordi che partono e tornano sul minore oltre alla narrazione leggera di amori e non amori.

Chi non ci va per niente leggero è invece Laszlo, che ha fatto un disco non abbastanza osannato, e che prende a piene mani da Battisti, nelle melodie, nella ritmica, nel dramma e negli stralci di prese dirette rimaste nei brani del disco e che fanno pensare a lunghe jam da cui fioriscono i pezzi, come quelle nella saletta della Trattoria Arlati a Milano dove Battisti assieme a Radius o Tavolazzi si dilungava a suonare fino a tardi. Nel disco di Laszlo, che suona incredibilmente vintage pur rimanendo attuale, ci sono pezzi come Sogno l’amore (un capolavoro), Eterno riposo e Solo un uomo che fanno ben sperare sul fatto che nonostante non sia disponibile su Spotify, l’eredità di Battisti è al sicuro, perché è chiaro che quanto fatto dal genio di Poggio Bustone è irripetibile e inarrivabile, però anche solo provarci porta a ottimi risultati.

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