Che fine hanno fatto i giornalisti musicali?

In presenza di un mercato sempre più agonizzante, la critica si divide tra gli hobbisti e quelli che rinunciano alla loro etica per un selfie, o per una comparsata in televisione.

John Cusack in 'Alta fedeltà'


logo Michele Monina

Raramente è capitato, come in questa epoca decadente e buia, che la classe dei giornalisti fosse così bistrattata. Non solo e non tanto dalla classe dirigente, sempre pronta a stigmatizzare chi, in teoria, avrebbe il compito di raccontare le cose come stanno, senza lasciarsi influenzare da pressioni o regalie, quanto dal popolo dei lettori, e non si legga la parola popolo con nonchalance. Se dire intellettuale è oggi un’offesa, al pari di, che so?, testa di cazzo, dire giornalista corre il rischio di essere offesa anche peggiore, perché giustamente privata di quell’aura di superiorità che l’essere intellettuale ancora porta con sé (e vera causa di tanto odio).

Odio, quello nei confronti dei giornalisti, che si è diffuso a macchia d’olio, lasciatemi evocare un mesto giochino di parole. Un po’ perché la democrazia dei social ha indotto il lettore a credere di essere a sua volta veicolatore di notizie, un po’ perché, in effetti, da tempo buona parte della categoria dei giornalisti ha abdicato a favore dei social media manager, più interessati a essere riconosciuti per strada che a dare un seguito all’aver aderito a un codice deontologico. Basterebbe, a tal proposito, vedere quanti giornalisti politici, poi giuro che passo a parlare di musica, argomento per il quale, in teoria, sarei specializzato e per il quale mi pagano per scrivere, passano dall’altra parte della barricata candidandosi per quegli stessi partiti di cui, in teoria, avrebbero dovuto scrivere fino a poco prima, da a Carelli passando per Cerno, l’elenco è davvero troppo lungo per essere riportato in un articolo che, a ben vedere, vuole affrontare l’annoso tema dei giornalisti musicali.

E allora eccoci arrivati al dunque, la categoria dei giornalisti musicali. Categoria che, per un bug di quelli che appassionerebbero nerd e geek, comprende anche i critici musicali, come fossero un tutt’uno. Per capirsi, i primi sono coloro i quali dovrebbero, per loro natura, riportare notizie, dall’uscita di un album alla cronaca di un concerto, passando per la morte di Tizio e Caio o il passaggio di Sempronio da questa a quella band, i secondi coloro che dovrebbero contribuire con le loro analisi a rendere l’ascolto della musica, qualsiasi tipo di musica, più semplice e piacevole. Con tutte le variabili del caso, vedi il fatto che oggi ci sono molte probabilità che una determinata opera venga ascoltata da un comune fruitore in contemporanea se non addirittura prima di un critico, fatto che ha resto il mondo delle recensioni un terreno tutto nuovo da architettare.

Recensioni e interviste, del resto, sono diventate il core business del giornalismo musicale, contese tra redazioni e uffici stampa manco fossero la mappa segreta per raggiungere Atlantide o l’Eldorado. E qui già abbiamo buttato sul piatto un primo indizio che ci aiuterà a sbrogliare la situazione: redazioni e uffici stampa.

Tutto si più dire tranne che gli uffici stampa non tendano a dare al lavoro del giornalista musicali un peso d’altri tempi, come se nel mentre, appunto, il popolo sovrano non avesse decretato la morte della categoria, con buona pace di chi ancora ci crede davvero (non è il caso di chi scrive, da venti e passa anni volontariamente fuori da albi e redazioni).

In verità, ma questo è un giochino che chiunque di voi potrebbe fare serenamente, anche solo passando qualche minuto in rete, tranne rari, rarissimi casi, sono assai poche le firme dotate di un peso specifico reale, capaci, cioè, di incidere sul mercato, oltre che sugli ego degli artisti, aspetto da tenere in conto non fosse altro perché sono gli artisti, in effetti, a tenere in piedi la coreografia degli uffici stampa.

Non capita cioè mai, a guardare i fatti, o quasi mai, e chi scrive si guarda bene dal fare esempi che potrebbero vederlo coinvolto in prima persona, che un pezzo particolarmente positivo spinga qualche artista a impennare le proprie vendite, come per dire è successo nel mondo dei libri ormai tanti anni fa con la famosa recensione di D’Orrico che indicava Giorgio Faletti, neo-scrittore con Io uccido, come il più importante autore italiano vivente. Idem si dica per le stroncature. Rari sono i casi, e qui permettetemi un sorrisino di circostanza sulle labbra mentre scrivo, in cui una stroncatura particolarmente pepata, e quindi anche per questo facilmente in balia delle viralizzazioni della rete, induca il pubblico a tenersi alla larga da una canzone, che so?, indicata come una cover non dichiarata, o addirittura ne decreti la fine prematura. Può semmai capitare che chi decide di passare o non passare un determinato brano in radio decida, sull’onda di una eccessiva critica nata in seguito a una stroncatura e presto diventata di pubblico dominio e ludibrio, di togliere una determinata canzone dall’airplay, decretandone, quindi, più che una prematura fine una sorta di oblio spesso definitivo. A questo, anche a questo, in teoria, serviva un tempo la critica, a dare indicazioni di massima. Con buona pace dell’ego dei cantanti, spesso tirato in mezzo anche indebitamente, perché un conto è una recensione negativa, un conto è diventare lo zimbello della rete.

In verità, oggi, a fianco all’ego dei cantanti trova ampio spazio l’ego dei giornalisti musicali, da tempo assurti al ruolo di comparse parlanti nei programmi televisivi, e quindi ovviamente finiti nella logica dell’esserci per esserci. Idea, questa, da addebitare a Maria De Filippi, che nel suo Amici ha capito che donare un riflesso dei riflettori a gente che di suo al massimo dovrebbe essere riconoscibile come firma avrebbe comportato una bonarietà altrimenti impensabile, vista la qualità della musica ospitata nei suoi programmi. Così di colpo abbiamo assistito all’impiattamento, lasciatemi usare un bruttissimo termine televisivo, di giornalisti che hanno deciso di cedere il culo in cambio di un tweet di complimenti per un maglioncino o di un autografo richiesto in aeroporto. Poco importa se, oltre al culo, di cui onestamente ognuno può fare l’uso che ritiene, detti giornalisti abbiano ceduto con altrettanta velocità anche quel residuo di credibilità, perché a furia di dire che tutto è bello, specie quel che passa da certi talent o che comporta una determinata condivisione sui social da parte degli artisti cui si rivolgono i complimenti, di colpo niente è davvero bello. Della serie: chi ti crederà mai se ti spertichi in lodi incredibili sempre e comunque?

Stesso discorso, dirà qualcuno, lo si potrebbe applicare su chi stronca sempre e soltanto. Tutto vero. Non fosse che in effetti in questa epoca di musica demmerda stroncare diventa un filo più necessario, perché oggettivamente la qualità della musica che circola è davvero ai minimi storici. E non fosse che anche chi stronca sempre, calcando sui toni scuri, privando quindi la propria penna dei grigi, tende poi a enfatizzare anche la bella musica, sempre giocando sullo stesso stile, andando quindi sì forzatamente a dividere il mondo tra buoni e cattivi, senza prevedere i prigionieri, ma altrettanto sicuramente lasciando che il bello emerga, laddove presente. Si legga pure questo capoverso come qualcosa che ha a che fare direttamente con l’autore di questo articolo, cioè con me.

Un discorso a parte, per altro, andrebbe riservato ai giovanissimi, spesso attivi in rete. Gente che avrebbe dalla propria l’impeto anagrafico per fare la rivoluzione, ma che spesso, vuoi per la precarietà in cui gli si dice sin da piccoli andranno a vivere vita natural durante, vuoi per la mancanza di spalle larghe, si ritrova a fare marchette senza neanche il vantaggio di ricevere i benefici che i marchettari più anziani almeno hanno, si tratti di regali, di viaggi premio, da quelli a bordo piscina, ormai diventati leggendari, a quelli a Disney World o a bordo di un Boeing, tanto per rimanere in tema, via via fino alla vicinanza social degli artisti, sempre che essere un giornalista musicale e avere l’amicizia di coloro a cui regali parole eccessivamente bonarie e quindi vacue abbia un qualche valore.

C’è poi, e giuro che sto arrivando alla fine di questa lunga, triste carrellata, chi crede, e magari ci crede veramente, senza doppi fini, che essere compiacente con gli artisti, con i discografici, coi promoter, sia parte integrante di questo lavoro. Perché poi, magari, un artista, qui siamo nel magico mondo della fantascienza, sia chiaro, se gli sei amico si concederà più che a una firma che dalla sua abbia solo la credibilità data dalla schiena dritta, perché se parli sempre bene di tutti avrai accrediti ai concerti, dischi quando escono, e tutto quel che questo simpatico ambientino mette a disposizione oltre allo stipendio.

Un’idea idiota, è evidente. Perché se una firma è credibile lo è a prescindere dal fatto che vada a prendere l’aperitivo con un cantante o con un discografico. Anzi, credo lo sia molto di più se, anche in presenza di amicizie con addetti lavori, amicizie naturali, perché tutti tendono a avere amici tra i colleghi, non faccia favoritismi o sconti, rendendo una stroncatura più pesante, ma anche una recensione positiva, dando alle parole di una intervista, alle domande di una intervista, un valore e un peso che, di fronte alla piaggeria, sicuramente non avrebbero.

A conclusione di questo pezzo che ai più potrebbe suonare strampalato, viene da auspicare che, in presenza di un mercato claudicante, per non dire agonizzante, la critica musicale, quella che al momento si divide tra i pochi hobbisti che se la tirano perché si ritengono intestatari di una verità di cui quelli che operano nel mainstream non sono a conoscenza, e appunto tutti gli altri, destinati a una estinzione imperitura e definitiva, e i giornalisti musicali, dall’esercito dei selfie fino a quelli che operano nei blog, tornino a interpretare il proprio ruolo con serietà, senza lasciare che a muovere le loro parole siano strategie e teorizzazioni degne di una puntata di X Files. Mi guaderò bene dal chiudere citando Sono solo canzonette di Bennato, perché uno non dedica la vita al culto di qualcosa che ritiene una cazzata, ma un po’ di leggerezza mista a onestà non ha mai ucciso nessuno. Al massimo, infatti, sparano al pianista.

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