Charlie Charles presents: Zef | Rolling Stone Italia
Home Musica News Musica

Charlie Charles presents: Zef

La seconda puntata della rubrica dedicata ai migliori producer della scena rap italiana è tutta di Zef: un ragazzo della Valtellina che firma pezzi per Guè, Clementino ed Emis Killa

Zef nel suo studio

Zef nel suo studio

Continua la nostra rubrica patrocinata da Charlie Charles e interamente dedicata ai producer più capaci della scena hip hop italiana.

Oggi è il turno di Zef, un ragazzo che vive tra i monti della Valtellina ma che nonostante questo relativo isolamento è riuscito a firmare pezzi d’oro per Guè Pequeno, Clementino e tanti altri. Ecco il suo profilo:

Scheda Tecnica

ProducerZef
Vero nomeStefano Tognini
Età26
Origine del soprannomeÈ il suo vecchio nome da writer
LuogoSondrio
Altra professioneMagazziniere, ma ora si è licenziato per dedicarsi alla produzione
Etichetta affiliataRoccia Music
Artisti affiliatiGuè Pequeno, Clementino, Fabri Fibra, Baby K
Producer italiano preferitoCharlie Charles, Marz e Fritz da Cat
Producer estero preferitoPharrell

Hit più conosciuta

FAQ

Come hai iniziato a produrre?
Un mio amico alle superiori faceva dei beat a livello amatoriale. Aveva due programmi in croce sul computer e me li sono fatti passare. Da lì ci ho passato notte e giorno. Mi pare che uno fosse una vecchia versione di Fruity Loops, forse la quarta. È così che ho iniziato a smanettare.

Qual è la tua prima hit?
Sicuramente Brivido di Guè Pequeno, contenuta in Bravo Ragazzo del 2013. Avevo già fatto prima delle basi a Bassi Maestro e Baby K ma quella diciamo che è la prima hit. Dopodiché ho prodotto l’ultimo singolo di Emis Killa e Neffa, così come il pezzo di Clementino a Sanremo insieme a Shablo. Poi ci sono Fred de Palma e anche Fabi Fibra, anche se il pezzo non finirà sul suo nuovo album.

Come sei arrivato a produrre i “big” della scena italiana?
Ricordo che avevo fatto un remix non ufficiale di un pezzo dei Dogo. Per caso l’avevano sentito Guè Pequeno e Don Joe. Così mi ha scritto Guè, chiedendomi di mandargli del materiale perché stava facendo il nuovo disco. Fra queste basi c’era quella che poi è diventata Brivido.

Secondo te fare musica nell’era digitale è più facile?
Per certi versi sì, nel senso che è molto più veloce. Se ci pensi, una volta avevi bisogno di mille macchinari, che oggi hai in un’unica interfaccia grafica a portata di click.

Hai un metodo fisso per produrre un pezzo?
Prima cominciavo dai campioni, avendo iniziato parecchi anni fa—vecchia scuola. Tagliuzzavo i campioni perché ho iniziato ascoltando Nas, all’epoca era quello lo standard. Ora non ho più un metodo, posso partire da un campione così come da una batteria o da un giro melodico. Ma forse perché ora anche i generi sono cambiati. Anche il boom bap di adesso non si fa più come una volta, non c’è più una struttura precisa da rispettare.

Usi ancora Fruity Loops?
No, dopo vari tentativi e passaggi di software mi sono stabilizzato su Ableton Live. Uso molti plugin VST, quelli classici che usano tutti. Ho anche un Moog ma non è quello bellissimo, il Voyager. Il mio si chiama Little Phatty: una versione ridotta.

Dacci una panoramica del tuo equipaggiamento in studio.
Ho una scheda audio Apollo Twin che ho appena comprato e poi ho delle casse Adam A77x, che sono quelle orizzontali.

La richiesta più strana che ti abbiano mai fatto in studio?
Succede, quando lavori con gente poco navigata ed esperta, che magari ti dicano: “Cambia quel suono”. Tu gli chiedi come e loro rispondono con un colore, tipo “Fammelo più verde” Boh!

Un consiglio per gli altri producer?
Uno che vale sempre è cercare il proprio marchio, la propria impronta che li contraddistingue. È importante che si riesca a riconoscere un mio beat da quello di un altro.