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Caterina Caselli racconta Andrea Bocelli, il tenore del millennio incontrato per caso

Dopo 14 anni di assenza, Bocelli torna con il nuovo album di inediti ‘Sì’, raccontato insieme al resto della sua carriera nel nuovo speciale di Rolling Stone. La storia di una voce antica, che ha riportato il bel canto italiano in tutto il mondo

Andrea Bocelli, foto Giovanni Gastel

Per raccontare Andrea non basterebbe un libro intero. Un quarto di secolo, insieme… Un percorso lungo una vita, anche se quando si è in buona compagnia, come in questo caso, la strada scorre, il viaggio corre veloce e senza intoppi, in allegria, con determinazione e buona volontà.

Nel 1993 ebbi occasione di assistere alla prima tappa italiana del tour L’urlo di Zucchero. All’interno del concerto il bluesman presentava, tra l’altro, la canzone Miserere. Rimasi affascinata dal giovane che, al posto di Pavarotti, cantava le frasi liriche di Miserere e che interpretò, inoltre, il Nessun dorma pucciniano, scatenando un tifo da stadio.

Ne fui colpita, anche perché da tempo cercavo una voce che rappresentasse la tradizione del Belcanto italiano. Ragionavo sul fatto che esistessero ancora dei fan club dedicati al tenore italo-americano Mario Lanza… Possibile che qui, dove tutto era nato, non avessimo una figura che fosse in grado di portare avanti questa tradizione?

Un certo giornalismo legato al pop, al principio degli anni ’90, teneva preconcettualmente in assai poca considerazione tutto ciò che fosse stato legato al melodramma… Eppure mi dicevo: ci sarà un modo per scrollarci di dosso un simile provincialismo! Perché il belcanto italiano è l’equivalente degli orologi in Svizzera. Abbiamo un’eccellenza, abbiamo un primato, ed è lì che dobbiamo puntare.

Conobbi Andrea, gli feci i complimenti. E dopo uno scambio cortese e il dichiarato interesse da parte di entrambi a parlare del suo futuro artistico, ci salutammo. Rientrata a Milano, non riuscivo a non pensare alle potenzialità di quel giovane artista. Ero e sono una grande ammiratrice di Omar Sharif, e collegavo il protagonista del film Il dottor Zivago al fascino di questo ragazzo toscano: stessa espressività, stesso appeal.

Ne parlai con la mia fidatissima e compianta collaboratrice Monica (ci chiamavano “The Iron Ladies”) e mi decisi a telefonare al compositore Giampiero Felisatti. Gli raccontai l’accaduto, chiedendogli di scrivere una canzone adatta alla sua voce. Gli parlai dell’estensione di Andrea, del suo timbro, delle sue potenzialità. Due settimane dopo ascoltai per la prima volta il brano, nuovo di zecca. Con tutte le modifiche e le evoluzioni, sarebbe diventato Il mare calmo della sera.

Nel settembre, sempre del ’93, per il proprio compleanno, Gino Paoli organizzò una grande festa (lui compie gli anni il 23, Andrea il giorno prima e Zucchero due giorni dopo). Si ritrovarono, insieme a tanti amici (tra cui Maurizio dell’Equipe 84) a Modena, in casa del cantautore genovese, decano della canzone d’autore (la cui moglie Paola è emiliana). Nel corso della festa gli artisti scherzavano, cantavano, si motteggiavano l’uno con l’altro. Zucchero prese bonariamente in giro Andrea. E quest’ultimo gli rispose per le rime, ridendo: “Guarda bene di non fare troppo lo spiritoso, perché Miserere posso cantarla facendo sia la tua parte sia quella di Pavarotti”. E guadagnando lo sgabello di una tastiera, iniziò il brano prima imitando Zucchero, con la voce graffiante, avvincente, alla Joe Cocker, poi impostando la voce interpretò le stesse frasi cantate da Luciano Pavarotti in Miserere nella versione del disco. L’effetto imprevedibile di questa doppia interpretazione mi colpì…

Arriva il momento della prima edizione televisiva di Sanremo Giovani, selezione di sconosciuti talentuosi per il successivo festival. Lessi il regolamento: i candidati non dovevano superare i ventisette anni! Andrea ne aveva 34 dunque non avrebbe potuto partecipare. Che fare? Cercai Pippo Baudo, direttore artistico curatore e presentatore della kermesse, e gli dissi: «Se oggi venisse un giovane di nome Franco Battiato non potrebbe partecipare perché ha più di 27 anni», alla fine Baudo capì che era una riflessione giusta e portò il limite ai 35 anni, età che ancora oggi è stata mantenuta. Andrea rientrava per un soffio nei requisiti e poté iscriversi. Se non fossi riuscita a convincere Baudo, per Andrea non ci sarebbe stato alcun Sanremo Giovani. Memore dell’exploit alla festa di Paoli, per la gara preliminare puntai su Bocelli facendogli eseguire Miserere in versione solistica. L’11 novembre ’93 finalmente salì sul palco dell’Ariston, aggiudicandosi la possibilità di partecipare al quarantaquattresimo Festival, che si sarebbe svolto nel febbraio dell’anno successivo.

Sono state le sue prime vere luci della ribalta. E già brillava, la stella che presto avrebbe illuminato la “città dei fiori” e poi il mondo. Ciò che Andrea faceva su quel palco e che continua a fare, ovunque, ciò che era (e che continua ad essere) è assolutamente prezioso, perché non sa di vecchio, bensì di antico. Andrea ha conquistato il pubblico ma anche i più grandi direttori d’orchestra: ha saputo guadagnare la loro fiducia, con la sua intelligenza, con il suo carattere, con la sua umiltà e serietà.

Fin da subito, dalle dichiarazioni alla stampa nei giorni del festival, si evidenziava la sua personalità forte, la sua cultura. Erano in pochi ad avere quella prontezza, sempre all’altezza della situazione. Le sue risposte ai giornalisti erano esemplari… Io ero preoccupata, temevo eventuali ritorsioni dei media, lui invece era sereno. Aveva ragione, perché la sua personalità, il suo argomentare induceva rispetto… Perché ha preso da suo padre, Alessandro, la dolcezza, da sua madre, Edi Aringhieri, la tenacia. Perché è una persona estremamente amabile, anche se la sua “toscanità” talora ne infiamma il carattere, ma senza mai perdere lucidità e garbo. I valori che Andrea esprime nel mondo sono solari, positivi, sono veri e vissuti. Dunque arrivano con forza al pubblico d’ogni latitudine. Perché quando è sul palco, la sua ricchezza interiore “passa”, all’interno del canto, viene percepita e rende più pregnanti le sue interpretazioni. Ricordo quando, ospite del salotto televisivo di Maurizio Costanzo, cantò Romanza, da seduto, con una grazia, una semplicità, una voce che mi rapì totalmente… So che lui ama anche mostrare i muscoli, nel canto, con un repertorio più drammatico. Ne ha sicuramente le possibilità, come documentato dalle incisioni liriche di questi ultimi anni: sfide importanti e risultati di grande pregio. Ma la mia preferenza è per il “tenore di grazia”, che tocca le corde più profonde della mia emotività.

La vita, diceva Vinicius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Ogni incontro in cui s’instaura un rapporto empatico non può che apportare valore e sincronismi positivi, nella vita di entrambi i soggetti. Come è stato, come è con Andrea.

Lo speciale di Rolling Stone dedicato ad Andrea Bocelli, da oggi in edicola.

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