Carlos Santana, sciamano senza tempo

Cappello bianco, immagine di Gesù ben piazzata sull’amplificatore, chitarra dorata e un concerto monumentale, tra i classici del passato e un omaggio a Coltrane. Il nostro report del concerto milanese

La cosa più bella di Carlos Santana è uno dei suoi aneddoti più famosi.

Nel 1994 quando ha partecipato alla riedizione di Woodstock, l’unico tra i protagonisti dell’evento che ha cambiato la storia della musica e della società, gli hanno chiesto cosa ricordasse di quel fantastico sabato 16 agosto 1969 in cui è salito sul palco da sconosciuto con la sua Santana Band ed è sceso 8 canzoni dopo che era già una leggenda. Lui ha risposto: «Niente».

La storia l’ha raccontata Mike Shrieve, che a 20 anni era il più giovane di tutto il festival: dovevano suonare la sera ed erano tutti in pieno trip di mescalina quando alle due del pomeriggio gli hanno detto senza preavviso che dovevano uscire sul palco. Risultato: i sette minuti di estati mistica di Soul Sacrifice, Mike Shrieve nella storia e una delle esibizioni più infuocate e devastanti di sempre.

Nel 2018 Carlos Santana inizia il concerto di Milano del Divination Tour (oggi è a Padova e il 1 luglio a Cesenatico) nello stesso modo: il sole è ancora alto, la gente non è ancora entrata e lui parte con Soul Sacrifice. Perché di Woodstock non si ricorda niente, quindi è come se la suonasse sempre per la prima volta. Mike Shrieve non c’è, al suo posto alla batteria c’è la strepitosa Cindy Blackman (per intenderci, la venere nera con i capelli afro che ha fatto sognare tutti nel video di Are You Gonna Go My Way di Lenny Kravitz, una virtuosa del jazz che per divertirsi ha suonato anche rock in 4/4 e ora con la Santana Band si scatena davvero), sua moglie dal 2010.

Poi una band vestita di bianco di giganti del mondo Latin (le percussioni di Kral Perazzo e Paoli Mejias, due voci, basso monumentale e organo) capaci di creare un flusso di suoni che sembra andare avanti da sempre. A 70 anni Santana è un’entità, un’idea di musica senza confini di tempo e luogo che non si lascia condizionare da niente, neanche dal proprio passato. Si è lasciato Woodstock alle spalle e poi è tornato indietro nel 2016 rimettendo insieme la band di quel giorno nell’album Santana IV, ha attraversato le sfuriate psichedeliche di Abraxas e Caravanserrai, gli album con la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin (quando ha cambiato nome in Devadip) e quelli spirituali con Alice Coltrane e il mega-successo commerciale di Supernatural del 1999.

È così figo da aver sposato una dea del rock (ovviamente ha fatto la proposta a Cindy sul palco di un concerto a Chicago), ha superato persino una residency a Las Vegas, dove ha suonato per cinque mesi alla House of Blues del Mandalay Bay (solitamente Las Vegas segna la fine di un performer e del concetto stesso di musica dal vivo) e torna con un’energia e un dominio della musica incredibili. Santana vuole essere simbolo della musica nella sua pura natura e ci riesce senza risultare troppo hippy, perché crea un diluvio di assoli, ritmi e virtuosismi che viene giù apparentemente senza sforzo, un flusso senza fine che passa dalle sue mani ma sembra davvero provenire da un’altrove dove tutto è luce, pace, positività.

Cappello bianco, immagine di Gesù ben piazzata sull’amplificatore, chitarra dorata, Santana parte con la doppietta Jingo e Evil Ways dal suo primo album, poi si perde in un omaggio a John Coltrane e in un assolo di chitarra di 10 minuti prima di rientrare in sé stesso con Black Magic Woman. Quaranta minuti di concerto, quattro canzoni mischiate l’una dentro l’altra senza mai superare l’anno 1970.

Santana è lo sciamano senza tempo che vince su tutto: la location comoda da raggiungere ma penalizzata dal volume dell’Ippodromo, le zanzare, l’aridità umana del mondo contemporaneo, gli algoritmi e la musica senza anima. La sua è una rappresentazione, ovvio, ma è bellissima. E poi cosa si può dire ad uno che ha un volo di colombe bianche incastonato nel manico della Gibson?

Nessuno potrebbe tenere insieme generazioni di fricchettoni, ballerini di salsa, signori eleganti che ricordano la propria giovinezza trascorsa a ballare sulle note di Samba Pa Ti, invasati della chitarra con la maglietta della Gibson e ragazze con il tappetino da yoga sottobraccio.

Santana è là nel suo altrove, identico a sé stesso nell’aspetto ma non risulta mai superato. Rispetto al passato non fa prediche o discorsi mistici, si limita a qualche messaggio sull’amore universale e si immerge nella musica, riuscendo nell’impresa idi mettere insieme pezzi psichedelici e hit commerciali. Sembra impossibile ma lui lo fa. Quando parte il ritmo latino, Santana fa un passo indietro e a quel punto le canzoni non esistono più: Oye Come Va si dissolve in una sequenza di assoli che porta verso la furbata da classifica Mona Lisa con le citazioni di Miss You e Satisfaction dei Rolling Stones, l’altra furbata Maria Maria, l’apoteosi del tormentone latin-pop definitivo Corazon Espinado e poi di nuovo dentro la profondità di Guajira e chi se ne frega se ad un certo punto ci mette dentro senza una vera ragione anche Don’t let Me Be Misunderstood (comunque un gran pezzo ) e una versione latin di Roxanne dei Police cantata dal chitarrista Tommy Anthony che è un imitatore perfetto di Sting.

Santana è attento, istintivo: quando sembra che stia entrando troppo nell’intrattenimento da villaggio rientra nel rock feroce e viscerale di Santana III e spara tutta la session di Toussaint L’Overture, uno dei momenti più apocalittici e psichedelici di tutti gli anni ’70.

Un concerto che fa la cosa più importante: ti fa andare via con il sorriso. Perché sono poche le icone degli anni ’60 che possono dire ancora al proprio pubblico, risultando assolutamente credibili: “En esta vida, en este mundo lo mas importante es el amor”.

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