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La banda dei Calibro 35 colpisce ancora a Milano

La band che suona il funk poliziottesco anni Settanta ieri si è esibita in un Magnolia circondato dalla nebbia e si è confermata come uno degli act più riusciti degli ultimi 10 anni

Ci sono quei giorni in cui i fotografi ti lasciano a piedi e tu devi arrangiarti con mezzi di fortuna. Foto dell'autore (e si vede)

Ci sono quei giorni in cui i fotografi ti lasciano a piedi e tu devi arrangiarti con mezzi di fortuna. Foto dell'autore (e si vede)

Provate a immaginare al nome che fareste parlando di band italiane a uno straniero. Si sta parlando della scena musicale nostrana e voi dovete limitare i danni estraendo dal cilindro un gruppo, non importa quale sia il genere, che possa stupire persino l’orecchio più fine e navigato. Che fare dunque? Due opzioni: suggerite artisti che per quanto stimati risultano riproposizioni ben studiate di nomi esteri (o persino surrogati, esempio stupidissimo: Mario Biondi/Barry White) oppure andate sul sicuro.

Ieri sera al Magnolia suonava uno di questi gruppi sicuri. Di quelli che farei ascoltare al fantomatico interlocutore straniero, ottenendo pure l’effetto voluto. Questo perché i vari Gabrielli, Rondanini, Colliva e soci sono riusciti a dare al progetto Calibro 35 una personalità unica nella storia della discografia. Una forma perfetta e granitica, frutto dell’unione di più menti eccelse.

Ma né io né gli altri avventori abbiamo sfidato il clima amichevole che può offrire Segrate a dicembre per sentire del’ottimo funk “poliziottesco” ispirato dagli sparatutto italiani degli anni Settanta—anche se nell’ultimo S.P.A.C.E. ci si è discostati leggermente dal tema originale puntando all’immaginario retro-futurista dello spazio.

Semmai, eravamo tutti al concerto perché sicuri di molte cose. Per esempio, di scoprire che in Romagna c’è un gruppo, gli Ottone Pesante in apertura dei Calibro, che suona in tutto e per tutto come i Lamb Of God ma con tromba e trombone al posto di chitarre e basso (il batterista non ha nulla da invidiare a Chris Adler, tra blastate e doppio pedale). Sicuri, che dal front of house avrebbero suonato un intermezzo musicale che non ci toglieremo dalla testa per un po’. Sicuri, poi, di assistere all’esibizione mostruosa di un gruppo polistrumentista senza che nessuno stronzo la rovinasse con il suo filmare compulsivo da cellulare ogni minuto. Infine, sicuri di uscire da lì fischiettando in leggerezza i riff di Bandits On Mars e Giulia Mon Amour noncuranti di trovarci dentro il peggiore degli incubi di Dario Argento (vedi foto).

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