Calcutta allo stadio: il romanticismo degli ultras

Edoardo D'Erme a Latina. Cori, karaoke e notte bianca per chi è sempre fuori posto, ma è contento di esserlo

C’è un tizio davanti a me, nel prato dello stadio di Latina, accompagnato dalla fidanzata. All’inizio ha una polo addosso, dopo poco è a torso nudo. Conosce buona parte delle canzoni, le canta abbracciando la sua ragazza. Ma, quasi sempre, lo fa alzando il dito medio al cielo.
Qualche metro più avanti, c’è un bambino sulle spalle del genitore, 10 anni forse. Lui invece tiene la sciarpa – iper sintetica, rossa con scritto CALCUTTA – aperta. Anche lui canta quasi sempre.
Di fianco a me, invece, ci sono due giovani genitori, 40 anni, con una figlia. Lei sbadiglia, il padre canta, la madre fa i video col cellulare, urlando le canzoni (chissà cosa sarà uscito, e chissà cosa avrà scritto su Facebook).
Sembra una di quelle giornate in cui mettono i biglietti dello stadio a 5 euro, e ci trovi all’improvviso gli ultras urlanti di fianco ai bambini. Le mamme tifose da divano e i figli obbligati controvoglia ad accompagnarle.

Credit: Kimberley Ross

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Calcutta ha aperto lo stadio di Latina a un concerto che, forse, non avevano mai visto. Anche perché sulla mappa del pop, da queste parti, è uscito solo Tiziano Ferro. Ha aperto lo stadio a un concerto da stadio vero, con una struttura vera, una band vera, un coro vero (!). Con lui che si riesce a porre con gentilezza, timidezza e un po’ di ingenuità tra Vasco Rossi e uno che lì ci è capitato chissà come («Mi sembra di stare dentro a un talent, ma io non so cantare», dice a un certo punto).

È questa infinita insicurezza la forza di Calcutta. Perché il primo a non capire perché abbia successo è lui. Non ha il fisico da popstar e lo sa. Ma ha una sorta di inadeguatezza cool che lo autorizza a girare, in tre anni, i localini di provincia, l’Arena di Verona e i palazzetti di tutta Italia da gennaio. Prima di Rai, chiede al pubblico di urlare forte al cielo “Ciao nonna!”, perchè «abita qui vicino, magari ci sente. Ma mi sa che sta guardando la televisione». Ecco, l’inadeguatezza.

Calata poi, in un contesto da provincia estiva a due passi dal mare. Che nello stesso giorno del suo concerto offre la notte bianca, negozi aperti fino a tardi, karaoke in ogni angolo e infradito di massa. Calcutta non ci andrebbe mai, alla notte bianca di Latina. Ma forse ci farebbe una canzone.

Credit: Kimberley Ross

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Chi non è alla notte bianca, però, è dentro lo stadio (20mila, 30mila, boh). Alcuni in coda fin dal mattino, come ai concerti di quelli più famosi di lui. Che vanno dai supporter dell’indie che conoscono i pezzi di Mèsa e De Leo – prima di lui in scaletta, con la next big thing Frah Quintale – a chi canta al cielo gli Oasis e Thegiornalisti, con la stessa presa bene. Completamente Wonderwall.

Ah, c’è anche Tommaso Paradiso, cappellino all’indietro e occhiali da sole, sale sul palco per duettare con Edoardo su Oroscopo, l’atipico quasi reggaeton che tutti sanno ma che tutti un po’ si vergognano di sapere, un unicum nella scaletta e nella carriera di Calcutta. E c’è anche l’altro rappresentante di questa esplosione romanesca tra il cafonal e il super figo, Pierluigi Pardo. C’è sugli schermi con dei surreali spot multilingua dell’acqua Parda, piccoli flash situazionisti che appaiono sul palco. C’è in backstage a sbocciare (non acqua), chiedendo al tappo se “esce o non esce” a fine concerto. Perché non sboccia Calcutta, ringrazia solo tutti, di discorsi non ne vuole fare.

Credit: Kimberley Ross

Credit: Kimberley Ross

Quello che doveva dire l’ha appena detto. In una marea di canzoni urlate e sussurrate, come un capo ultras (“leggo il giornale c’è Papa Francesco e chi non salta è gialloblu”, sciarpa del Latina in tasca e sfottò al Frosinone) di una curva fedele e commossa. Consapevolmente inadeguata, che ormai urla Uè deficiente al cielo abbracciandosi forte, senza pensare a quanto possa far ridere.

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