Calcutta: «All’inizio suonavo per ubriacarmi gratis»

Il protagonista della nostra cover story racconta gli esordi ‘punk’ e del periodo in cui si trasferì a Brooklyn, tra dj set e vicini di casa particolari.

Il dettaglio di uno dei collage realizzati per il nuovo numero di Rolling Stone, in edicola da aprile. Calcutta è fotografato da Fabio Leidi.


Un anticipo dell’intervista esclusiva a Calcutta, in edicola sulnuovo numero speciale di Rolling Stone, dedicato alla nuova generazione della musica italiana.

Calcutta in copertina sul nuovo numero di Rolling Stone in edicola. Foto di Fabio Leidi.



«Io organizzavo concerti e facevo le tessere in un piccolo circolo Arci di Latina. Era il 2009 e per la provincia di Latina c’era un bel giro».

E ti sei messo a scrivere canzoni?
Alla fine delle serate prendevo la chitarra e cantavo degli scherzi più che delle canzoni. Se qualcuno diceva: me la rifai? Io manco la ricordavo. Finché un giorno abbiamo deciso di aprire questi concerti con delle orchestre improvvisate. Tutto molto estremo, ognuno che suonava per i cazzi suoi, un po’ alla K Records, se hai presente, ma a volte uscivano cose bellissime. E c’è stata la volta che dovevo andare a suonare con un gruppo di ragazze a Roma, al Baba Festival che faceva Stefano…

Demented Burrocacao, che poi è diventato il tuo primo produttore…
Avevamo un gruppo che si chiamava I Comunione, io e quattro ragazze. Quel giorno loro non vengono, si so’ prese male, non so. Ho detto a Stefano che avrei suonato lo stesso, con l’amico che mi aveva accompagnato in macchina alla batteria. C’erano 300 persone. Lì è cominciata. Era punk come cosa, io suonavo per stare con gli amici, per ubriacarmi gratis. Avevo una borsa di studio e i soldi me li facevo bastare. In quel periodo ho vissuto anche a Brooklyn…

A Brooklyn? È la prima volta che ne sento parlare. Hai vissuto a Brooklyn nel cuore dell’indie planetario, nel momento giusto? Allora tutto torna…
calcutta Erano gli anni di Ariel Pink, di James Ferraro che per me è un personaggio fondamentale e sottovalutato. Stavo a Bushwick dove tutti erano gentilissimi. Ovunque andavi ti davano il benvenuto e il quartiere funzionava così: un giorno andavi in una taqueria e il giorno dopo nello stesso posto ci suonavano gli Animal Collective. Ma come? Ieri ho mangiato qui le patate e adesso è diventato un posto da concerti? Abitava lì anche Oneohtrix Point Never… Come si chiama? Daniel Lopatin. Faceva i concerti alla finestra. Lui adesso è fico, quotatissimo.

Beh, lavora con Sakamoto e David Byrne. È l’erede di quella New York snobbissima. Ma come sei arrivato a New York?
calcutta Sono partito con un amico di Latina. Abitavo con lui e con un regista di videoclip. Tramite contatti e incontri fortuiti avevo cominciato a mettere dischi nei locali. Erano anche gli anni del glo-fi, l’italodisco era di moda. La volta che misi Vamos a la playa si presentarono una fila di dj col foglietto a chiedermi chi fossero.

RS E quanto sei rimasto?
calcutta Un po’ meno di un anno, finché ho avuto il visto. Gli ultimi tempi facevo il pubblico pagato in programmi televisivi, tipo Il gioco delle coppie…

Ah, ecco perché la televisione ti inquieta.
Stavo là otto ore per fare tipo 16 puntate, mi davano dai 50 ai 100 dollari al giorno. Avevo trovato il modo per andarci un po’ più del consentito e praticamente ero ricco, mi potevo permettere il taxi. Andavo là e non capivo niente di quello che succedeva. C’erano giorni in cui mi addormentavo e sognavo il programma che stavo vedendo, ma doppiato in italiano. Avevo le allucinazioni.

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