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Una giornata con Kanye

Nel giorno in cui Yeezy arrivò sulla terra, ricordiamo il nostro primo incontro agli inizi della sua assurda carriera.

Febbraio 2006, manca poco all’assegnazione dei Grammy Awards e Kanye West si sta rilassando in una suite del Mercer Hotel di Manhattan, lo stesso in cui Russell Crowe in un attacco di rabbia ha tirato un telefono addosso a un cameriere. Lontano dal favoloso caos della lobby in cui si aggirano Lindsay Lohan, Ben Kingsley e Marc Jacobs, Kanye West sta consumando la sua cena. Pollo arrosto e zuppa di zucca.

Non ci vuole molto prima che la conversazione si sposti sulle cinque nomination ottenute dal suo secondo album, Late Registration. Prima di spiegarmi esattamente quali premi vorrebbe portarsi a casa, Kanye riflette su dove è riuscito ad arrivare da quando nel 2004 è uscito il suo stellare disco di debutto, The College Dropout. Ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato quando era solo un produttore alle prime armi di Chicago: «Vincere dischi d’oro e di platino, scrivere canzoni rispettate da tutti, influenzare la cultura contemporanea, cambiare il suono della musica di oggi e ispirare gli artisti emergenti ad andare controcorrente».

Nella sua testa la missione è compiuta: «Se dicessi che non è così sarebbe una stronzata. Sarei come uno di quegli stupidi falsi modesti di Hollywood». Dire che Kanye West è arrogante è un clichè. Qualunque argomento stia affrontando, dalla musica ai vestiti, dalla sua intelligenza alle qualità di produttore, non ci pensa nemmeno a stare un passo indietro. Chi spera che il successo ridimensioni il suo ego smisurato dovrà aspettare ancora: «In America vogliono vederti compiere grandi imprese, numeri fantastici alla David Copperfield, ma poi se dici che quello che stai facendo è fantastico rispondono che hai un problema. Fatemi capire: volete che sia grande, ma non posso dire di esserlo?».

A 28 anni Kanye West è uno degli artisti più famosi e più controversi del mondo. «Viviamo in una società in cui tutti vanno in analisi per sentirsi dire che sono bravi e farsi spiegare che il modo in cui ci proponiamo agli altri condiziona tutto quello che ci succede», dice il produttore Jon Brion che ha lavorato con lui in Late Registration: «Esiste un esempio migliore di Kanye West? Dovrebbe fare la pubblicità!».

Era dai tempi di Tupac Shakur che non si vedeva un rapper così interessante, sfacciato e irresistibile. Dopo aver prodotto successi per Alicia Keys (You Don’t Know My Name), Twista (Slow Jamz) e Jay-Z (Izzo [H.O.V.A] e Takeover) ha preso il microfono e ha collezionato una hit dopo l’altra. Gold Digger, la sua ode alle donne che «non se la fanno con i negri poveri» (con la partecipazione di Jamie Foxx in modalità Ray Charles) continua a riempire i club e le playlist radiofoniche anche a sei mesi dall’uscita ed è in lizza con Mariah Carey e Green Day per il Grammy come canzone dell’anno. Ovviamente Kanye West è convinto di vincere. La definisce «un inno internazionale». Piace a tutti: australiani, etiopi, ragazze bianche. «È un pezzo pop, ma legato alla vita in strada, ovvero quello che tutti vogliono fare quando entrano in studio».

Tanto per chiarire, vorrebbe anche il Grammy come album dell’anno. Non ha paura che le sue affermazioni possano far diminuire le chance di portarsi a casa un po’ di premi. «Kanye è uno che non le manda mai a dire e adesso che ci sono i Grammy secondo voi diventa uno di quei negri sottomessi che fanno i maggiordomi nelle case dei bianchi?», dice parlando di sé in terza persona.

Qualche giorno dopo lo incontro in studio a Los Angeles mentre lavora alla colonna sonora di Mission: Impossibile III. È vestito come se stesse per scattare un servizio fotografico: jeans scuri, Nike slacciate, bomber Bathing Ape, t-shirt marrone con lustrini rosa con la scritta “Getting Out Our Dreams”, le cui iniziali sono il nome della sua etichetta. Non si è messo le prime cose che ha trovato, ma del resto scoprirò presto che quasi niente nella sua vita è lasciato al caso.

Nel corso della giornata riceve diverse visite: due produttori di MI3, un rappresentante del brand LRG e Will.i.am dei Black Eyed Peas con cui parla di Justin Timberlake, il suo idolo. «Ho appena finito di lavorare al suo album ed è fantastico. Mi ha sorpreso ancora», dice Will, «oh sì, si sa già chi vincerà il Grammy l’anno prossimo», dice West. Si scambiano complimenti. «Gli unici album che ho ascoltato quest’anno sono il tuo e quelli di System of a Down e Fiona Apple», dice West.

Arriva il suo agente, Jeff Frasco: «Sarà un grande anno, Kanye», dice dopo aver sentito il suo nuovo pezzo. «Sta già cominciando bene», risponde West. «I Duran Duran mi hanno chiesto se vuoi fare un pezzo sul loro album», chiede Frasco. West rimane sul vago: «Oh, sì». Qualche ora dopo arriva Macy Gray e West le chiede subito se vuole cantare il ritornello del suo pezzo. Macy acconsente, ma prima chiede: «In che tonalità?». «Non lo so, non so niente di queste cose», risponde West. Alla fine la voce molto particolare di Macy Gray non funziona, e West chiede alla sua fidanzata, Brooke Crittendon, 24 anni, ex assistente di produzione di MTV, cosa ne pensa. «Dalle un minuto», risponde lei, «se la fa in una tonalità più bassa forse verrà meglio». Non è così, ma a West piace molto creare insieme agli altri.

A un certo punto chiede persino a me una mano per scrivere il ritornello e senza pensarci un attimo usa due frasi che gli propongo. (Kanye, so che stai leggendo: ne riparleremo!). «Devo stare attenta», dice Crittendon, «perché, se gli dico che non mi piace qualcosa, lui lo taglia subito». Il lavoro finisce alle 3 del mattino, il che vuol dire che West è stato in studio per oltre 13 ore. L’ultima cosa che ha voglia di fare adesso è un’intervista, ma mantiene l’impegno. Gli chiedo dell’ultima strofa di Gold Digger, in cui dice “lui ti lascerà per una ragazza bianca”. Secondo lui è uno dei suoi testi migliori: «Ogni volta che la canto penso: “Ecco perché guadagno così tanti soldi”. Sono queste strofe che fanno la differenza tra un pezzo buono e un grande pezzo». Non che sia contro le coppie miste, anzi. «Mi piacciono molto i “meticci”». Intende dire le persone di sangue misto? «Sì, la gente del ghetto li chiama “meticci”».

In Heard ‘Em Say dice: “So che è stato il governo a mettere in giro l’Aids”, lo crede veramente? «Sì, i miei genitori mi hanno insegnato che l’Aids è un virus prodotto dall’uomo per eliminare le persone indesiderate». Ovvero neri e omosessuali. Dopo un giorno con lui comincio a credere che abbia un intero arsenale di bombe come questa, una borsa di Louis Vuitton piena di citazioni incendiarie come: «A George Bush non interessa niente della gente di colore».

Antonio “L.A” Reid, capo della Island Def Jam, dice: «Con Kanye è così: o sta zitto o dice la verità. Tutte le stronzate in mezzo non gli interessano». Eppure oggi non ha voglia di tornare su quella sera del 2 settembre quando, durante il telethon benefico per le vittime dell’uragano Katrina, ha deciso di non seguire il copione e di dire quello che pensava veramente. Breve riassunto: mentre il comico Mike Myers lo guarda terrorizzato, West si lancia in una sparata contro il presidente Bush e i ritardi del governo nell’intervenire dopo la catastrofe: “Odio il modo in cui veniamo rappresentati dalla stampa: mandano in onda una famiglia nera che vaga nella devastazione e dicono che sta saccheggiando. Una famiglia bianca invece sta cercando cibo”. La sua voce tremava, sembrava quasi sul punto di farsela addosso.

«È stata una mossa coraggiosa», dice Aaron McGruder, creatore del fumetto hip hop The Boondocks: «Lo ha fatto senza pensare alle conseguenze. Non stava insultando un rapper, stava attaccando il Presidente degli Usa. Quella sì che è una vera faida». Tutti lo hanno elogiato per quel discorso, ma secondo lui puntare il dito contro l’omofobia nel mondo dell’hip hop durante un’intervista a MTV è stata una mossa molto più coraggiosa. West ha un cugino omosessuale e a un certo punto ha deciso che ne aveva abbastanza degli insulti contro i gay.

Ovviamente sono cominciate a girare voci sulle sue inclinazioni sessuali: «Non mi sono fatto spaventare dalle conseguenze. Ho sentito che Dio voleva che dicessi qualcosa», dice West, che è il primo ad ammettere di non essere tipo da uniformarsi alla massa.

Questo pezzo è talmente bello che è una mancanza di rispetto nei confronti di tutti gli altri figli di puttana

È nato a South Shore, un quartiere della classe media di Chicago: «E sono sempre stato nella mia isola». I suoi genitori hanno divorziato quando aveva 3 anni e lui è cresciuto passando l’anno scolastico con sua madre Ronda (preside della facoltà di Inglese della Chicago State University) e le estati con suo padre Ray, ex membro delle Pantere Nere, fotografo e professore di Sociologia al College of Southern Maryland. Ray ricorda quando una banda di ragazzini ha provato a rubare la bici di Kanye: «Lui non mollava il manubrio, loro gli hanno bucato le ruote con un coltello. Avrà avuto 8-9 anni».

Al liceo viene preso in giro perché ha i denti enormi e porta l’apparecchio. Dopo un anno in Cina con la madre, che ha una cattedra all’università di Nanchino, «lo chiamavano tutti China Boy», racconta Ray. Kanye però si mostra sempre molto sicuro di sé. «Credo che abbia preso da me». Ray è ovviamente il fan numero uno di suo figlio, ma non è d’accordo sulla sua abitudine a usare troppo spesso la parola “negro”: «“Stronza” o “figlio di puttana” vanno bene quando cerchi di ottenere il rispetto della strada, ma quando sali di livello non puoi parlare così. E lui sa bene che non è cresciuto in strada».

A 19 anni, per la disperazione dei suoi genitori, West molla gli studi e inizia ad assillare tutti i produttori che conosce per farsi insegnare i trucchi del mestiere. Alla fine, riesce a produrre alcune tracce sul disco di Jay-Z, The Blueprint. Vorrebbe anche fare un disco suo, ma Jay-Z e il suo socio Damon Dash non sono convinti. Per non farlo firmare con un’etichetta rivale, lo mettono sotto contratto con la loro Roc-AFella. «Abbiamo pensato che, anche se le cose fossero andate male, avremmo avuto qualche beat buono», dice Jay-Z. Le cose cambiano quando The College Dropout, 72 minuti in cui Kanye elenca tutte le sue nevrosi, debutta ai primi posti in classifica in Usa.

È un’altra gloriosa giornata di sole a Los Angeles e Kanye è al Mondrian Hotel, la sua seconda casa, e sta divorando un piatto di uova strapazzate, bacon e prosciutto. Nonostante l’ambiente esclusivo che lo circonda, West non dimentica gli esordi difficili, i concerti in cui è stato fischiato e le porte chiuse in faccia: «Il motivo per cui guadagno così tanti soldi è che non riesco mai a entrare nel mondo dei sogni. Li metto nella musica e tutti ci si possono identificare».

Arriva una chiamata di Keyshia Cole, a cui chiede di cantare nella colonna sonora di MI3. Ne vale la pena, le spiega: «Quel pezzo è talmente bello da essere una mancanza di rispetto per gli altri figli di puttana. Dopo averlo ascoltato mi diranno: “Hey nigga, vacci piano”». Gli chiedo se si ricorda l’episodio della bici. «Sì, ma non ne voglio parlare: diventerebbe l’argomento principale della tua storia». Invece, per qualche incomprensibile ragione, preferisce parlare della sua dipendenza dalla pornografia che, mi spiega, condivide con il cantante gospel Kirk Franklin. Tutto è cominciato a 5 anni, quando ha trovato una copia di Playboy a casa di suo padre. Dove trova il tempo per guardare film porno è una cosa che va oltre la mia capacità di comprensione. Il suo telefono vibra in continuazione.

Se lasciassi correre la mia vita sarebbe più semplice, ma non interessante. La mia infelicità è la vostra gioia

«Nei prossimi mesi ha in programma di dirigere videoclip, recitare e produrre film, lanciare artisti come GLC e Farnsworth Bentley (l’ex assistente di P Diddy) e finire di ristrutturare il suo loft a Manhattan e la villa sulle Hollywood Hills. Cura tutto fin nei minimi dettagli. Mi chiede anche di poter leggere il mio pezzo prima della pubblicazione (cosa che non avviene). Gli dico che è un maniaco del controllo: «Sei un po’ come quello del controllo qualità della Fruit of the Loom, che
vorrebbe mettere l’etichetta su tutte le paia di mutande con scritto: “Verificato dall’ispettore n.832».

«No», risponde, «voglio essere quello che lo assume. Se lasciassi correre, la mia vita sarebbe più semplice, ma non altrettanto interessante. La mia infelicità è la vostra gioia». Dopo il brunch mi invita a vedere la sua villa di Hollywood. Mi viene in mente quello che mi ha detto Adam Levine: «Ho capito che è un grande artista quando ho visto casa sua: è un cantiere. Non ci sono mobili, non c’è il pavimento e neanche i muri. Gli ho chiesto perché non l’ha ancora ristrutturata e mi ha risposto: “L’ho fatto, ma non andava bene e così ho ricominciato da capo”».

La casa su quattro piani è splendida. Entusiasta come un ragazzino, West mi mostra dove ha intenzione di appendere un dipinto che ha commissionato a Ernie Barnes, la gigantesca camera da letto, il catalogo del marchio italiano B&B da cui ha scelto i mobili, e l’enorme armadio che, tra le altre cose, contiene anche 50 paia di sneaker. «Lì ci sono i Grammy», dice indicando una scatola di cartone. Sul davanzale, vicino a un BET Award, c’è una collezione di orsacchiotti (il suo portafortuna). «Me li regalano», dice, «adoro gli animali di pezza».

Si ferma al centro di quella che sarà la sala cinema e musica e dice: «Quando sarà finito, sarà un posto di gran gusto». Sale all’ultimo piano e si gode la vista mozzafiato su Los Angeles: «Sul tetto del mondo», dice sorridendo. Per un minuto sembra in pace. Poi, un attimo dopo, ce ne andiamo.

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