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Brunori ha pubblicato ‘Cheap!’, il fratellino storto di ‘Cip!’

Le cinque nuove canzoni su maschilismo, cantautori, globalizzazione, politica e borghesia sono «un divertissement nato dalla voglia di realizzare qualcosa di leggero visti i tempi gravi»

Brunori Sas

Foto: Leandro Emede

Un divertissement nato dalla voglia di realizzare qualcosa di leggero in questi tempi pesanti, ma anche il fratellino storto di Cip!, che uscì esattamente due anni fa. Brunori Sas ha pubblicato Cheap!, l’appendice di Cip!, che viene richiamato nel titolo e nella copertina. Un’appendice a tratti scanzonata e a tratti serissima, che in cinque canzoni affronta temi attuali in modo semi-scherzoso.

C’è un pezzo intitolato Yoko Ono, vittima numero del maschilismo (e del razzismo) nel vecchio mondo della musica, in cui Brunori parla di maschi “chiusi in bagno col righello a stimare la lunghezza di un uccello troppo piccolo per volare sulla loro insicurezza”, ma anche di “una bimba, 15 anni, con il cellulare in mano, cita un passo di Neruda con le tette in primo piano”. E c’è una Ode al cantautore “suddito del Regno di Milano”, centro della discografia italiana, che si veste da giullare per vendere dischi e si mette a confronto con gli impareggiabili grandi del passato come De André e De Gregori: “Sono un surrogato voluto da un mercato che vive di cliché… o di cachet”.

Le altre canzoni «casalinghe, scritte e registrate in una settimana durante le feste di Natale, con strumentazione scarna e approccio da buona la prima» sono Il giallo addosso (“Sotto casa mia a San Fili non ci sono più bambini, ne è rimasto solo uno che ora pensa al suo futuro, proprio come fa un bambino di Pechino o di Seul, solo che ora qui il futuro non c’è più”), Italiano-Latino (un pezzo di protesta in finto spagnolo “all’acqua de rosas”, ma con nostalgia fascista, “esperando che un giorno lui possa tornare a parlar dal balcon”) e Figlio della borghesia (“Noi siamo i figli della borghesia, la quintessenza dell’ipocrisia (…) siamo liberi di fare tutto quello che ci pare anche se quello che ci pare in fondo nessuno sa cos’è”).

 

 
 
 
 
 
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«Si tratta essenzialmente di un divertissement, nato dalla voglia di realizzare qualcosa di leggero (visti i tempi gravi)», scrive Brunori su Instagram. «Un cotto e mangiato che affronta tematiche attuali, ma con un approccio che esce dalla dinamica sacrale, lunga e a tratti pallosa che connota la realizzazione dei dischi ufficiali. Cheap! gioca, ovviamente, sull’omofonia con il famigerato pettirosso, finendo per esserne, o meglio fingendo di esserne il surrogato, il fratellino storto, quello uscito male. Linguaggio terreno, sporcature nei testi e nel suono il tutto condito da una buona dose di sana cialtroneria: dialetti e finto spagnolo, clavicembali kitsch e chitarre zanzarose, batteria elettronica da liscio e slide hawaiane».

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