Bono: «È un difetto caratteriale, ma a 66 anni voglio ancora conquistare le classifiche» | Rolling Stone Italia
When I’m 66

Bono: «È un difetto caratteriale, ma a 66 anni voglio ancora conquistare le classifiche»

L’ambizione affila le unghie del successo. «Non lasciamo le classifiche in mano a chi conosce i meccanismi del pop. L’hip hop ha portato in radio idee rivoluzionarie, gran parte della scena indie non ci ha nemmeno provato»

Bono: «È un difetto caratteriale, ma a 66 anni voglio ancora conquistare le classifiche»

U2

Foto: Viviane Sassen

A 66 anni, Bono prova ancora il forte desiderio di conquistare le classifiche. Non solo: pur avendo gli U2 una vita lunghissima e quindi pur essendo una band che si potrebbe accontentare di risultati commerciali modesti rispetto all’epoca in cui erano al centro dell’attenzione, Bono prova invidia quando altri entrano in classifica e lui no. Lo ha detto al New York Times in un’intervista pubblicata nel weekend.

Quando il giornalista David Marchese dice che la band migliore e più popolare al mondo, gli U2 insomma, non dovrebbe essere in giro da 50 anni, con dentro musicisti che hanno ormai superato i 60, Bono risponde sorridendo che «fa male sentirselo dire» e The Edge aggiunge che «è giusto, però».

Qual è allora lo scopo degli U2 oggi? Secondo il chitarrista la band ha ancora «le carte in regola per scrivere le canzoni migliori della nostra carriera e fare i tour migliori di sempre. È per questo che sono ancora in questa band». Bono rilancia dicendo che vogliono «scrivere le canzoni migliori che siano mai state composte da chiunque. È qui che gli U2 diventano insopportabili. Questa grandiosità, tra l’altro, appartiene a tutti gli artisti che vogliono spingersi lontano, i Beatles, i Nirvana. Provo invidia quando restiamo fuori dalle classifiche pop. È un difetto caratteriale, ma a 66 anni voglio ancora conquistare le classifiche. In fondo è perché non voglio che quelle idee restino fuori dal mainstream. I miei artisti preferiti hanno conquistato il mainstream. Penso a David Bowie: considero i suoi lavori migliori sperimentali e innovativi, ma anche a 40 anni, a 50 anni era in grado di tirare fuori una canzone pop perfetta».

Quello che non vuole sparisca dal mainstream, spiega Bono, è la «dimensione metafisica, il lato gospel degli U2: nel rock’n’roll, queste cose erano ammesse solo se eri nero. Non puoi essere bianco e parlare di Dio, perché in genere gli artisti bianchi che parlano di Dio mettono a disagio il pubblico. Nelle chiese nere americane non succede. Quando siamo arrivati negli Stati Uniti, abbiamo visto i telepredicatori e avevamo pensato: “Wow, questa gente è in grossi guai”. Poi entri in una chiesa nera e senti quel modo di cantare senza freni, quella sensazione: è fervore, ma non un fervore fuori controllo. Ecco, poter cantare canzoni di fede e devozione, ma anche di dubbio, unire il gospel al blues, che sta alla base del rock’n’roll. Si può arrivare ovunque, anche in cima alle classifiche pop. La mia battaglia continua a essere questa: non lasciamo le classifiche in mano soltanto a chi conosce i meccanismi del pop. L’hip hop ci è riuscito, ha portato in radio idee rivoluzionarie. Ma gran parte della scena indie ci ha semplicemente rinunciato. Non ci hanno provato nemmeno».

L’insuccesso di un disco? «È come quando fai il comico, arrivi alla battuta finale del tuo pezzo e nessuno ride».

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