Bono interviene sul conflitto tra Israele e Palestina e scrive un lungo articolo su The Atlantic dove mette insieme memoria irlandese, pragmatismo politico e una presa di posizione netta. Il frontman degli U2, infatti, chiede apertamente la liberazione di Marwan Barghouti, leader palestinese detenuto nelle carceri israeliane dal 2002 e condannato a cinque ergastoli, indicandolo come una figura chiave per riavviare un vero processo di pace.
«Abbiamo sbagliato a raccontare la pace come una favola fatta di colombe e strette di mano», premette Bono. «La pace è lavoro duro. È processo. E senza il consenso di chi ha fatto la guerra, non c’è alcuna costruzione possibile», aggiunge. È qui che, secondo lui, dovrebbe entrare in gioco Barghouti, figura controversa ma, secondo Bono, inevitabile: «Come Mandela, non è un uomo della nonviolenza, ma è un uomo che riconosce l’esistenza legittima dell’Altro».
Per Bono, rappresenta ciò che oggi manca drammaticamente: una leadership palestinese con credibilità reale, dentro e fuori il proprio popolo: «I paramilitari non depongono le armi su richiesta dei pacifisti o dei think tank», scrive senza giri di parole. E prosegue: «La credibilità appartiene a chi è stato sulle barricate, anche quando questo ci mette profondamente a disagio».
Il parallelo con l’Irlanda del Nord è esplicito. Come accadde con l’Accordo del Venerdì Santo, furono ex leader paramilitari a portare le comunità al tavolo: «Non si fa la pace con gli amici, ma con nemici molto sgradevoli», ricorda citando Yitzhak Rabin. E avverte: «Uccidere Barghouti, come auspicato dall’estrema destra israeliana, significa giustiziare il processo di pace». E la chiusura è una chiamata senza ritorno: «Senza processo non c’è pace. E oggi non c’è né l’una né l’altra».












