Bob Ezrin, nel muro del suono

Intervista al produttore che ha dato forma alle angosce di Pink Floyd, Kiss e Alice Cooper, riscrivendo a modo suo il suono di un secolo

Roger Waters, Foto Getty Images


Canada, luglio 1977. Bob Ezrin è in macchina con Roger Waters e sua moglie Lady Carolyne Christie, l’aristocratica inglese che il musicista ha sposato nel 1976. Stanno andando all’Olympic Stadium di Montreal per l’ultima data del tour nordamericano In the Flesh, che ha proiettato i Pink Floyd verso un successo di massa, che non riescono a vivere serenamente. Non c’è più niente da raggiungere, e la folla ai concerti diventa sempre più grande, irritante, angosciante. Waters guarda fuori dal finestrino e dice: “A volte vorrei costruire un muro tra me e il pubblico”.

Bob Ezrin capisce che quella è la scintilla di The Wall, un misterioso capolavoro di angoscia, alienazione e liberazione, che ancora oggi esercita la sua opera di resistenza alla minaccia del potere e del conformismo. «La mia risposta è stata: “Bella idea, Roger”», racconta Ezrin. «Non avevamo mai lavorato insieme, ci eravamo appena conosciuti, ma ho capito che aveva bisogno di esorcizzare i suoi demoni personali. Tutti noi abbiamo dei lati oscuri: il problema delle rockstar è che loro li devono vivere in pubblico, su un palco. Un anno dopo ho ricevuto una chiamata da Roger, che mi invitava a Londra per parlare di un progetto chiamato The Wall».

Bob Ezrin è una delle menti più avanzate nella storia del rock, un visionario che considera la musica un veicolo per promuovere le sue idee. Un ex tastierista che è passato dall’altra parte dello studio di registrazione (che definisce «il mio strumento») per cercare originalità, dare sfogo alla sua ossessione per la musica. Soprattutto, è un intuitivo con una grande capacità di osservare le persone di talento: «Riesco a vedere il buono nelle persone. Le mie qualità principali sono l’entusiasmo e l’energia. Tutti mi dicono che cammino troppo velocemente».

La sua visione assoluta della musica come fusione di tecnica e ricerca gli ha garantito anche un’altra dote professionale, piuttosto utile negli anni in cui la musica rock esplose, dando vita a una nuova forma di cultura: «Intuisco negli artisti i lati oscuri, che possono generare creatività», spiega. «La musica deve essere reale per tirare fuori il meglio di noi stessi, ed illuminarci. È una grande forza unificatrice, un potentissimo mezzo di comunicazione, che può davvero elevarci».

Negli anni ’70 osservava Roger Waters, che aveva appena trascinato i Pink Floyd nell’esplorazione di se stesso con Animals – in cui parlava anche del divorzio dalla prima moglie Judy e della relazione con Carolyne, al tempo sposata con il manager dei Grateful Dead, Rock Scully – e aveva fatto volare un maiale tra le ciminiere della Battersea Power Station di Londra per sublimare i riferimenti letterari a George Orwell, e notava la sua insofferenza per la società capitalista e la sua voglia di opporsi al nichilismo dei punk (che Waters considera nemici dai tempi della maglietta “I Hate Pink Floyd”, con cui Johnny Rotten andava in giro per King’s Road prima di formare i Sex Pistols). Un’attitudine che stava portando la band sull’orlo della separazione. «La morte in guerra del padre, che non aveva mai conosciuto, il disagio che provava per essere diventato una superstar, che lo faceva sentire un impostore, e il disprezzo per il pubblico che si lascia sedurre dalla fama», questo vedeva Ezrin in lui. Il problema era dare forma a questa visione e, soprattutto, riavvicinare Waters ai Pink Floyd. David Gilmour si era allontanato dopo la nascita del primo figlio – in tour la band aveva aggiunto un secondo chitarrista, Snowy White – e Richard Wright, per la prima volta, non aveva firmato neanche un pezzo su Animals.

Il primo demo che Waters fece sentire a Ezrin era un’unica canzone, lunga 90 minuti. È impressionante pensare a come Ezrin sia riuscito a ricondurre quella singola idea, oscura e completamente autoreferenziale, in un album che è diventato uno specchio in cui il mondo intero si è potuto riflettere, un generatore di domande sull’esistenza e la società che il pubblico non ha ancora finito di esplorare, e che mostra significati e suoni nuovi a ogni ascolto. Ezrin ha dovuto combattere contro l’ego monumentale di Waters – che dopo avergli concesso una parte dei diritti d’autore sull’album, si presentò in studio con una spilla con scritto “NOPE: No Points Ezrin”, per prenderlo in giro –, e contro Wright, che decise di registrare solo di notte per non incontrare nessuno, e contro una band che aveva scelto di lavorare in Francia ai Super Bear Studios di Nizza e al Miraval, anche se tutti vivevano in posti diversi: Waters in Svizzera, Nick Mason in Francia, Richard Wright in Grecia e David Gilmour sull’isola di Rodi.

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«The Wall era un disco di Roger, che parla di Roger, fatto per Roger», dice Ezrin. Eppure da quella situazione la band uscì con la sintesi perfetta di Comfortably Numb, che, secondo le parole di David Gilmour “rappresenta le ultime braci ancora accese della possibilità mia e di Roger di lavorare produttivamente insieme”. È stato Ezrin a mediare, a trovare un punto di incontro tra la storia di Waters, che prima di uno show a Philadelphia nel 1977, malato di epatite e in preda ai crampi allo stomaco, si fece iniettare dei tranquillanti e si ritrovò nella scomoda situazione di “dover salire sul palco davanti a decine di migliaia di persone e non riuscire neanche a muovere un braccio”, e due distinti assoli metafisici di Gilmour messi insieme. Waters e Gilmour litigarono per mesi su quale delle due versioni registrate in studio inserire in The Wall, alzavano la voce davanti a un Ezrin attonito durante una scenata storica in un ristorante italiano a Hollywood, poi giunsero a quei sei minuti e ventitré secondi di “alternanza tra luce e oscurità”, come li definì David Gilmour, con un finale in cui, come dice il grande tessitore Bob Ezrin, «la chitarra non è più solo una chitarra, è un elemento puramente lirico».

L’incontro con Roger Waters è la svolta della carriera di Bob Ezrin: dà una direzione definitiva e un finale al percorso dei Pink Floyd – che si separano da Waters dopo l’album The Final Cut del 1983 – e un nuovo suono progressivo al rock di fine anni ’70: «Sono stato fortunato, ma come mi piace ripetere: essere fortunati richiede un duro lavoro. Potrebbe essere il titolo del mio libro».

Era stato Alice Cooper a fargli conoscere i Pink Floyd: «Mi ha fatto ascoltare in continuazione Atom Earth Mother nel 1971, mentre lavoravamo alla registrazione del suo terzo album, Love it to Death». Quando incontra Alice Cooper, Bob Ezrin ha solo 26 anni, ma ha già le idee chiare su come si crea musica in studio. Ha imparato tutto da Jack Richardson, il maestro della Nimbus 9 Productions, che ha lanciato i Guess Who al successo planetario nel 1969 con American Woman. «Quando Jack mi ha detto che potevo iniziare a lavorare come produttore non ho dormito per tre giorni», racconta Ezrin.

Le origini del suo talento vanno cercate nei semi gettati da una famiglia di artisti di Toronto: «Mio zio aveva la collezione di dischi jazz più grande di tutto il Canada», spiega, «e nel 1958 aveva in casa uno dei primi impianti stereo mai costruiti. Da bambino mi immergevo in quel suono, che arrivava da ogni direzione». Secondo la leggenda, quando Bob si presenta alla band di Alice Cooper nel 1971, la prima cosa che dice è: «Ok, ragazzi. Prendetevi una pausa di sei mesi e imparate a suonare i vostri strumenti». Prendere di petto uno come Alice Cooper non è facile, ma alla fine il principe delle tenebre lo definirà «il nostro George Martin», e si affiderà a lui per tutti gli anni ’70, registrando School’s Out (in cui Ezrin usa per la prima volta il coro di bambini, un’idea ripresa con i Pink Floyd in Another Brick in the Wall Part II), Billion Dollar Babies, con cui arriva al n.1 in America, e Welcome to My Nightmare, che nel 1975 lo trasforma nell’icona dello shock-rock che ha influenzato generazioni di musicisti heavy metal. «Mi piacevano la sua semplicità e la sua innocenza. Non ho fatto altro che controllare la sua follia», racconta Ezrin.

Un anno dopo reinventa i Kiss con Destroyer, come ha fatto nel 1973 con Lou Reed in Berlin, un album di un’oscurità impenetrabile, che racconta la storia di due amanti perduti in una città divisa, un esercizio di sperimentazione delle possibilità del rock, di quanto si possa mettere alla prova il proprio pubblico. Tra il 1971 e oggi molti dischi fondamentali portano la sua firma, da A Momentary Lapse of Reason a The Division Bell dei Pink Floyd, dal primo album solista di Peter Gabriel all’esordio dei 30 Seconds to Mars, e poi Phish, Aerosmith, Rod Stewart e i Deep Purple, che ha definito «un’orchestra in cui ogni musicista è il migliore del suo strumento», e ha riportato alla grandezza con i due ultimi album, Now What?! e Infinite. La sua idea di musica, che da 13 anni insegna alla scuola che ha fondato a Vancouver, lo ha portato anche sulle colline pisane, a San Pietro Belvedere, per collaborare a Sì, il nuovo album di Andrea Bocelli: «Un incontro che mi ha segnato: sono rimasto colpito dalla sua musicalità».

Ezrin ha molte storie da raccontare. Aneddoti sulle rockstar, i trucchi che ha inventato per gestire personaggi dall’ego fuori controllo, ma anche i seri professionisti dell’orchestra sinfonica di Toronto (durante la registrazione di School’s Out zittì i lamenti della sezione archi, dicendo a un violoncellista che una corda era fuori tono. L’aveva scordata lui durante una pausa).

Oggi sta lavorando a un libro e pensa a una serie di conferenze per parlare della musica come forma di educazione e del valore della creatività in un’era in cui il dominio della tecnologia sta creando «una miopia emozionale. Siamo spinti a concentrare la nostra attenzione su momenti limitati, frame. La nostra natura richiede invece esplorazione, immaginazione, comunicazione. Tutta la mia carriera è stata una combinazione di queste cose». Dopo aver plasmato 40 anni di linguaggio rock, la cosa più importante che Bob Ezrin vuole condividere è la sua visione di un album come un’opera d’arte di valore universale: «Il senso di rivelazione. Un incontro perfetto tra ritmo, melodia e linguaggio, in cui ogni dettaglio riesce a trasmettere emozione. Un momento di coerenza perfetta. Non avviene spesso. Ma quando succede si riconosce subito».

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