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Bob Dylan, 50 anni di “Bringing It All Back Home”

Il 22 marzo del 1965 usciva uno dei grandi capolavori del rock, ecco le 9 cose che dovete sapere. Iggy Pop lo considera il suo album preferito di Dylan

Bob Dylan nella cover di Bringing It All Back Home

Bob Dylan nella cover di Bringing It All Back Home

Reduce dalla pubblicazione di Shadows In The Night e pronto a imbarcarsi nelle nuove tappe del Never Ending Tour, che toccherà anche l’Italia per 4 date, a partire dal 27 giugno a San Daniele del Friuli.

Bob Dylan festeggia i 50 anni di Bringing It All Back Home, il suo primo album con brani rock, pubblicato il 22 marzo del 1965, spartiacque della discografia dylaniana.

Ecco le 9 cose da sapere di un disco che ha segnato la storia del rock:

L’estate a Woodstock nel ’64

Nell’agosto del 1964 Dylan passa le vacanze a Woodstock nella casa del suo manager Albert Grossman. Joan Baez lo raggiunge: «se ne stava davanti alla macchina da scrivere nell’angolo della sua camera, bevendo vino rosso, fumando e pigiando i tasti per ore». In quei giorni Dylan compone It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding). Già pronte Mr. Tambourine Man e Gates of Eden, due outtake di Another Side of Bob Dylan, l’album che precede Bringing It All Back Home e il cui commiato, It Ain’t Me Babe, può esser letto come un sorta di dichiarazione d’intenti dell’autore rispetto alle sue scelte artistiche e personali.

Dylan meet The Beatles

Alla fine del mese, Bob Dylan conosce i Beatles all’Hotel Delmonico di New York. Sullo sfondo c’è il giornalista Al Aronowitz, artefice dell’incontro. Gli inglesi offrono a Bobby roba sintetica, lui dice di aver con sé roba organica. E via, giù di cannoni. La Marijuana conquista, se non una fetta di mercato, quattro clienti prestigiosissimi. Nei mesi seguenti Bob Dylan e il produttore Tom Wilson preparano la nuova formula: un amalgama di stili fra Chuck Berry (che ispirerà il brano di apertura del disco, Subterranean Homesick Blues), Fats Domino e l’eredità folk-blues.

Le due facciate “concept”

Il disco ha una struttura concepita a tavolino. Sul lato A ci sono i brani elettrici, sul lato B quelli acustici, volutamente apolitici. La tracklist, fu suddivisa in questo modo per mantenere un senso di continuità con il passato. Le registrazioni con due band improvvisate durano tre giorni, poco dopo il capodanno del 1965. Fra i brani evergreen, oltre a quelli già citati, She Belongs to Me, Maggie’s Farm, Love Minus Zero/No Limit, It’s All Over Now e Baby Blue.

La svolta elettrica

Il quinto disco di Robert Allen Zimmerman (ai più noto come Sua Santità Dylan) è il capitolo introduttivo della famosa “trilogia elettrica”, i dischi usciti fra il ’65 e il ’66 che ampliano il tessuto sonoro e letterario di His Bobness fino ad allora celebrato come cantante folk e di protesta. La triade comprende i più acclamati Highway 61 Revisited e il doppio Lp Blonde on Blonde. Il “triplo filotto reale” di Bob Dylan suscitò un’insanabile spaccatura nel pubblico tradizionale del menestrello di Duluth fino a quel momento considerato un autore folk.

Testi surreali

L’astrazione domina il piano espressivo. Se il cambiamento musicale è, infatti, più percepibile, l’evoluzione più profonda è nei testi. Flusso di coscienza, surrealismo, brecce irrazionali. Materia di studio per gli anni a venire. Due esempi, presi dal mucchio? “Don’t follow leaders/Watch the parkin’ meters”; “My eyes collide head-on with stuffed/Graveyards”.

Il festival di Newport del ’65
L’affaire Dylan comincia a sobillare la comunità folk al Festival di Newport, pochi mesi l’uscita dell’LP, suona un set elettrico con la sua Telecaster Sunburst in barba all’organizzatore Alan Lomax. Dylan a Newport fu uno dei capitoli più controversi della storia del rock (tanto che Wikipedia c’ha dedicato un esaustivo riassunto).

I Modena City Ramblers intitolarono il loro debutto “Riportando tutto a casa”

L’artwork di culto e il gatto “Rolling Stone”
La lente distorta, lisergica, adottata dal fotografo Daniel Kramer inquadra una specie di rebus e una copertina che diventerà una delle più note della storia del rock. Si notano sparsi, decine d’indizi. Vinili di musica rigorosamente americana, TIME con Lyndon Johnson in copertina, il ripiano di un caminetto su cui poggiano oggetti sfocati. Su un divano ci sono lo stesso Bob Dylan e Sally, moglie del manager Albert Grossman. Dylan, è rincantucciato da un lato, quasi proteso a difendersi dallo sguardo virtuale, mentre accarezza il suo gatto che ha soprannominato ‘Rolling Stone’.

Riportando tutto a casa
Bringing It All Back Home è il primo punto di riferimento di Dylan per lo star system del rock. I Beatles cominciarono a lavorare ad album più ricercati sul piano musicale e letterario influenzati dalla “trilogia elettrica”. In realtà è stata proprio la band di Liverpool a spingere il bardo di Hibbing in zone per lui off-limits. Come si legge in una delle più note bio su Dylan, firmata da Anthony Scaduto, Bob Dylan stava viaggiando in Colorado quando ascoltò per la prima volta i Beatles.

«Ho notato che delle dieci canzoni in testa alle classifiche, otto erano loro!». «Quella musica mi piaceva ma non lo dissi a nessuno (…) capì che stavano indicando la direzione nuova della musica». Forse l’intento primario del disco, come suggeriscono titolo e iconografia, era proprio quello di riportare la torcia del rock verso il fuoco originario.

Iggy Pop lo considera il suo album preferito di Dylan

Fan celebri
Iggy Pop considera Bringing It All Back Home come il suo album preferito della discografia di Dylan: «È quello che sento più spesso […] quando questa roba ti entra dentro a 18 o 19 anni, resta per sempre nel tuo cuore». John Hughes, il compianto regista di Breakfast Club, raccontò che il disco gli cambiò la vita. I Modena City Ramblers intitolarono il loro debutto Riportando tutto a casa.

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