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«”Blackstar” era un disco sulla morte. Ma l’ho scoperto dopo»

Parla Jonathan Barnbrook, il designer che ha realizzato la copertina del testamento di David Bowie (e altri quattro dischi). «Il tema della mortalità era già presente nel disco, dopo il 10 gennaio è diventato tutto più chiaro».

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È stato il testamento di uno dei più straordinari artisti della nostra epoca, il venticinquesimo album in studio di una carriera inarrivabile. Con Blackstar, uscito due giorni prima della sua morte, David Bowie ha regalato ai fan un ultimo capolavoro. Non solo per via delle sue sette tracce, ma di tutti i significati che porta con sé. Anche grazie a una copertina – e in generale un impianto grafico – incredibilmente suggestivo. A realizzarla è stato Jonathan Barnbrook, uno dei più importanti direttori creativi del mondo, che con Bowie ha lavorato per 15 anni, curando le copertine di Heathen, Reality, The Next Day e Nothing Has Changed, prima di Blackstar. Inglese, classe 1966, sarà uno dei protagonisti della quinta edizione di Italianism, festival della creatività indipendente dedicato alla cultura visiva e pop, che si terrà a Napoli il 10 e 11 maggio. Barnbrook sarà uno degli ospiti di panel e incontri alla Reggia di Portici, per parlare del rapporto con Bowie e non solo.

Cosa sapevi riguardo alle sue condizioni di salute durante le fasi di lavorazione?

Ho visto per l’ultima volta David sei mesi prima della sua morte, e non mi ha detto nulla delle sue condizioni fisiche. Le canzoni di Blackstar sono sul tema della morte e della mortalità, ma pensavo si riferissero all’idea universale che ogni uomo ha sul tema, piuttosto che alla sua imminente, personale morte. Non sapevo nulla della malattia. Tutti questi temi erano già presenti nel design della copertina, ma sono diventati più chiari e evidenti dopo che David ci ha lasciato, dando un senso nuovo alla sua opera finale.

Com’era lavorare con lui?

Una gioia. Aveva questa rara dote di rendere sempre il processo creativo e lavorativo divertente, e tirava fuori il meglio da chi gli stava accanto: non è una dote di tutti. Alcuni artisti pensano che per ottenere il meglio da chi lavora con te è necessario metterlo in difficoltà, sotto pressione. Lui no: facevamo tante discussioni serie e professionali, ma anche un sacco di giochi stupidi.

Quale era il suo approccio rispetto alle questioni grafiche, in che modo voleva renderle armoniche alla musica?

Per lui ogni aspetto del lavoro, fino alla pubblicazione del disco, era fondamentale. Abbiamo lavorato al concept del disco per svariati mesi, e l’etichetta non poteva vederlo fino al giorno della release. In questo modo abbiamo sempre potuto prendere decisioni coraggiose, senza preoccuparci che qualcuno potesse fermarci. Penso che si noti dall’audacia di alcune scelte nelle nostre copertine.

La caccia ai riferimenti segreti contenuti nella copertina di Blackstar – ad esempio, come segnalarono su Reddit, il fatto che alla luce del sole la stella nera al centro del disco si riempi di stelle dorate – è andata avanti mesi. Ci sono indizi ancora da cogliere?

Non tutto può essere detto. Ci deve sempre essere un po’ di magia nella vita. Quindi, e lo dico per farvi apprezzare ancora di più il mistero della nostra esistenza e del mondo, non vi dirò se c’è qualcosa che non è stato ancora rivelato.

Quali sono le tue regole per una cover perfetta?

Mi verrebbe da dire che The Next Day è la prova che nessuno può fare la cover perfetta, perché non ci può essere un giudizio univoco in materia. Alcuni dicono che è la roba migliore che io abbia mai fatto, altri – molto schiettamente – dicono che è la mia peggiore copertina. Quindi la mia prima regola è…

Che trucchi usi per cercare di comunicare le emozioni della musica con un artwork?

Prima di rispondere alla domanda, bisogna chiedersi “come si esprimono le emozioni con la musica?”. E l’uomo non è mai riuscito a dare una risposta all’altezza a un simile quesito. Il tentativo di rappresentare la musica in formula visuale è la cosa che più ha destato interesse in me, quando ho deciso di fare questo mestiere. Amo la musica, e le copertine sono da sempre una mia fissazione. Se una cover è buona, esalta la tua esperienza di ascolto e la passione per un artista. Non so bene come funzioni, ma quando funziona è magia. La prima volta che mi è capitato di sperimentare una simile sensazione è stato con The Man-Machine dei Kraftwerk e Aladdin Sane di Bowie.

Viviamo nell’era dello streaming e della musica liquida. Come ha influito sul tuo lavoro?

Lavoro molto sulle playlist, che è una cosa meno diversa di quanto si possa pensare, perché già da tempo le cover avevano una ricaduta digitale e web. Ho sempre prestato attenzione a questo aspetto. La cover e la grafica di Blackstar erano pensati per adattarsi a ogni tipo di media, in modo scalare. I designer devono lavorare su un livello emozionale, ma non scordarsi mai delle ricadute pratiche e delle tecnologie a cui la propria opera si deve adattare. Penso che una band o un artista oggi debba anzitutto creare una relazione autentica con i propri fan, non solo produrre pezzi che funzionino. Quindi il media non è importante, quanto il fatto che la gente entri in contatto con te e ci rimanga, che sia gratis o meno. La musica va contestualizzata. E l’idea che una superstar possa stare nel suo mondo e non interagire con la sua comunità è finita da un pezzo.

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