Rolling Stone Italia

Bin Laden, quello buono

Il re del funk di San Paolo non ha intenzione di cambiare nickname, nonostante i guai alla frontiera americana. Suonerà il 25 novembre al Linecheck di Milano

Questa cosa del nome ha creato a MC Bin Laden non pochi problemi. Almeno due volte il consolato americano ha negato al giovane brasiliano il visto per entrare negli Stati Uniti, la prima senza nemmeno degnarlo di una motivazione. La seconda volta gli è stato chiesto di spiegare il significato del suo video Bin Laden Não Morreu (che significa “Bin Laden non è morto”, ndr), e di sottoporsi a un test antidroga, che ha fatto inevitabilmente slittare la data in America. Lui, invece, sfoggiando un’attenzione alle parole e una circospezione molto comune tra chi viene dalle zone disagiate, come le sterminate favelas di San Paolo, affronta l’argomento mettendoci una buona dose di omertà. «Mai avuto problemi con il mio pseudonimo», dice Jefferson Cristian dos Santos Lima, il suo vero nome. «È solo un soprannome che vuole trasmettere gioia: io sono il Bin Laden del bene!».

Più volte in realtà ha pensato di sostituirlo con uno più “accettabile”, almeno alla dogana, ma la paura di perdere tutti i fan lo ha convinto a tornare sui suoi passi.
Per fan non si intendono solo quei 95 milioni di brasiliani che, tra il 2015 e il 2016, hanno cliccato sul video YouTube di Ta Tranquilo Ta Favorável, facendolo diventare un fenomeno virale paragonabile a quello che per noi è stato Rovazzi. Parliamo di supporter da ogni parte del mondo, catturati dagli scarni arrangiamenti del suo funk paulista.
«Il funk di San Paolo può raggiungere ogni angolo del globo e lo sta già facendo», racconta il 23enne. «Ricevo tutti i giorni mail e messaggi di sostenitori sparsi ovunque: vuol dire che qualcosa di buono lo sto facendo».

Ma, dove ci sono i fan, ci sono anche gli hater, soprattutto quelli da tastiera. Sotto i suoi video si sprecano i commenti di body shaming, tutti incentrati, senza particolare fantasia, sulla mole importante del rapper. Ma lui non si scompone e, anzi, nei video Jefferson è quasi sempre a torso nudo, quasi a rivendicare il suo corpo. «Io mi piaccio così come sono», dice l’MC, che il 25 novembre sarà sul palco del Linecheck Festival a Milano. «Spero di aver alzato l’autostima di tutte le persone sovrappeso, che vivono nel proprio quotidiano i pregiudizi della gente».

Spesso i testi di MC Bin Laden affrontano anche il tema del crimine, elemento ricorrente e radicato nella cultura delle favelas. In Brasile, se un pezzo con le sue sonorità contiene allusioni o riferimenti espliciti ad armi, spaccio o altre attività illecite, entra automaticamente a far parte del cosidetto funk proibidão, proibito. Ma per Jefferson simili distinzioni e definizioni non esistono più, anche perché ormai nessuno fa più sul serio quando parla di crimine, e tanto meno lui.

«Quelle cose non fanno parte della nostra vita vera, esistono solo nella musica», dice, senza far capire se ci sia ancora una volta dell’omertà nelle sue parole. L’unica cosa certa è che Mr dos Santos Lima non ha più intenzione di tornare alla vita prima di MC Bin Laden. «Fra 30 anni sarò un 53enne con una carriera solida, che ancora canterà e ballerà il funk con gioia», dice convinto. «La gioia è il combustibile della vita e l’anima del business».

Iscriviti