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Billy Gibbons, gli ZZ Top e la mia vita in 10 canzoni

Oggi anche gli impiegati di banca hanno barbe da hipster. Il cantante e chitarrista, invece, era cool già 50 anni fa. E a noi ha raccontato come sono nati alcuni classici tex-blues, grazie a Jimi Hendrix e a un bordello sperduto tra i boschi

Billy Gibbons è il leader degli ZZ Top

Billy Gibbons è il leader degli ZZ Top

Billy Gibbons, cantante e chitarrista dei ZZ Top, ricorda il momento preciso in cui è iniziata la sua vita musicale: il giorno di Natale 1962. Aveva 13 anni e «qualcuno mi mise tra le braccia una chitarra», racconta Gibbons, mentre un sorriso buca la sua inconfondibile barba. «Era una Gibson Melody Maker, con un solo pickup. Sono corso nella mia cameretta a studiare l’intro di What I’d Say di Ray Charles. Poi mi sono buttato su Jimmy Reed». Canticchia un riff del leggendario bluesman: «Era il mio portafortuna. Suonavo Reed prima di addormentarmi la sera, e di nuovo la mattina quando mi svegliavo».

A 65 anni, Gibbons – nato in un sobborgo di Houston, figlio di un direttore d’orchestra – insieme al bassista Dusty Hill e al batterista Frank Beard ha suonato blues per oltre mezzo secolo, attraverso 15 album dei ZZ Top, tra cui Eliminator, un successo da 10 milioni di copie vendute. Quel disco, con le sue chitarre sintetizzate e i ritmi modernisti, riflette la lunga devozione di Gibbons per il blues, dalla sua prima band psichedelica, i Moving Sidewalks, fino al suo esordio solista, Perfectamundo, una piccante variazione afro-cubana delle sue origini. «Noi non ci consideriamo che semplici interpreti», dice Gibbons dei ZZ Top. Ricorda anche le parole che il defunto produttore Jim Dickinson disse loro dopo aver terminato Eliminator: «Avete portato il blues su un piano surreale. Ma rispettando la tradizione».

“Red House” Are You Experienced (1967)

Un amico mi disse: “Devi sentire questa canzone”. Era Red House di Jimi Hendrix, che ci sconvolse, letteralmente. Era il blues portato oltre i confini. Quindi i Sidewalks furono ingaggiati per aprire l’Experience Tour del 1968. Non avevamo abbastanza materiale per suonare 45 minuti, quindi iniziammo a fare Purple Haze. Mi voltai verso il lato del palco, e Hendrix ci stava guardando con tanto d’occhi. Però sorrideva. Le sue pazzie sul palco non erano una novità, le facevano già i vecchi bluesman. Ma lui aveva una visione. Me lo ricordo attraversare la hall dell’albergo: “Secondo te come si fa questa cosa?”. Stava provando a suonare dei pezzi di Truth, il primo album di Jeff Beck.

“Just Got Paid” Rio Grande Mud (1972)

Questa canzone mi è stata ispirata dall’attacco di Peter Green in Oh Well dei Fleetwood Mac. Vivevo a Los Angeles, e un giorno ero seduto sui gradini davanti al mio appartamento. Pioveva e non potevo andare da nessuna parte, quindi stavo cercando di imparare quel passaggio. A un certo punto si è attorcigliato su se stesso. Ed è rimasto attorcigliato.

“La Grange” Tres Hombres (1973)

A un certo punto c’è stata questa esplosione di Southern Rock. Ma in Texas era un po’ diverso – eravamo sempre a Sud, ma un po’ spostati. Celebravamo la vicinanza con il Messico, e la nostra mentalità da pistoleri. “La Grange” era uno dei riti di passaggio per i ragazzi: era un bordello nascosto in mezzo ai boschi. Parte della magia è data dalla semplicità di questa canzone: solo due accordi. E, nello stacco subito dopo l’assolo, le note vengono dritte da Robert Johnson. Lui lo aveva messo lì come variazione: io l’ho solo presa e sezionata.

“Jesus Just Left Chicago” Tres Hombres (1973)

Quando ero ragazzino avevo un amico che tutti chiamavano R&B Jr. Aveva un sacco di modi di dire strani. Una volta bofonchiò al telefono “Jesus just left Chicago” e la cosa mi restò in testa. Prendemmo un semplice blues in 12 misure e lo rendemmo interessante con quegli strani tocchi extra. Sono gli stessi accordi di La Grange, con i fraseggi di Robert Johnson, ma più assurdi. Johnson era country blues, di certo non quella roba elettrica. Ma l’idea ci intrigava: “Che cosa possiamo prendere e interpretare in un modo nuovo?”.

“Heard It on the X” Fandango! (1975)

Trovare le stazioni radio del confine messicano era come intercettare le chiamate della polizia. XERF si sentiva fino alle Hawaii e parte dell’Europa occidentale. Era fantastico ascoltare tutto quel blues e R&B alla radio. E Wolfman Jack, che lavorava a XERF – diamine – lui rendeva tutto ancora più eccitante. Heard It on the X celebra tutto questo, ne riconosce l’importanza. Ancora oggi Frank, Dusty e io abbiamo le stesse influenze. È tutto nella prima strofa: “Do you remember back in 1966? / Country, Jesus, hillbilly, blues / That’s where I learned my licks”. Quello che senti- vamo allora non sarebbe andato mai più via.

“Tush” Fandango! (1975)

Eravamo a Florence, Alabama, a suonare in uno stadio da rodeo con il pavimento sterrato. Avevamo fatto una jam session nel pomeriggio e Dave Blayney, il direttore delle luci, ci aveva fatto segno di continuare. Mi sono avvicinato a Dusty e gli ho detto: “Chiamiamola Tush (culo, ndr)”. Nel profondo Sud quella parola significa anche lussuoso, sfarzoso. Avevamo il vantaggio del doppio senso (sorride). È il linguaggio segreto del blues – dire una cosa, senza dirla.

“Manic Mechanic” Degüello (1979)

Da ragazzino mi sedevo sul sedile davanti nella macchina dei miei, e guardavo le altre auto arrivare nella direzione opposta. Conoscevo tutte le marche e i modelli. Mio padre aveva comprato una Dodge Dart, un’utilitaria tra le più economiche. Non aveva la radio. L’unico optional era il riscaldamento e, nelle estati texane, era un vero incubo. Il suono dell’intro di questa canzone è quella Dart del 1964. Ho ancora quell’auto. Non vuole morire. Non faccio molti interventi meccanici, ma una volta mi trovavo in un garage a Pomona, in California. Il titolare mi vede infilarmi sotto la macchina con una chiave inglese in mano, e mi fa: “Cristo santo, esci subito da lì! Il tubo di scappamento è rovente, e quella tua barba è come una balla di fieno”. Però mi piacciono sempre, quelle auto assurde.

“Groovy Little Hippie Pad” El Loco (1981)

Avevo visto i Devo fare un soundcheck in un club di Houston – un bar country e western, pensate un po’. Avevo ascoltato il loro album e mi piaceva abbastanza. Uno della band suonava un Minimoog, e ci tirava fuori questo suono (imita con la bocca un riff robotico). Ci stava semplicemente smanettando. Ma era sufficiente. Da tutto questo è nata la canzone: è lo stesso suono. Era una pura derivazione punk. I Devo sono stati una grossa influenza per quell’album – e anche i B-52s. Avevano fatto quel pezzo che si chiama Party Out of Bounds. La nostra canzone Party on the Patio era una sorta di sua estensione. Lester Bangs, il critico musicale, l’aveva suonata per alcuni punk di New York, ed era piaciuta. Aveva dimostrato che non eravamo solo una band di fricchettoni. Adesso avevamo anche un lato new wave, chi l’avrebbe mai detto!

“Gimme All Your Lovin” Eliminator (1983)

Ci eravamo già dilettati con i sintetizzatori, ma ecco che gli studi vengono invasi da tutta questa nuova strumentazione. Quindi abbiamo messo da parte qualsiasi cautela e ci siamo lanciati. Questa canzone è stata una delle prime a prendere forma. Il video con l’auto è stato un grande affare: avevo iniziato quel progetto nel 1976, quando avevo costruito la mia Eliminator (la Ford Coupé del 1930 customizzata ZZ Top, ndr). Stavamo girando in California, ma dovevo al costruttore ancora 150mila dollari. Vado dal mio commercialista e gli dico: “L’auto è sulla cover del disco. Posso dedurla dalle tasse?”. E lui mi fa: “Certo, stai promuovendo il tuo business”. Ho recuperato il grano e ho pagato quello che dovevo.

“Sharp Dressed Man” Eliminator (1983)

Ero andato a vedere un film. Scorrevano i titoli di coda, e uno dei personaggi era descritto come “Sharp Eyed Man” (L’uomo dagli occhi di falco). È nato tutto da lì. Il pezzo ha una pesante base di basso che proviene da un sintetizzatore. Sapete chi andava di brutto in quel periodo? I Depeche Mode. Una sera ero andato a sentirli suonare, e mi avevano strabiliato. Niente chitarre, niente batteria. Veniva tutto dalle macchine. Ma le loro canzoni erano percorse da una trama blues. Sono andato nel backstage, volevo incontrarli a tutti i costi. Loro erano sorpresi: “Come mai sei qui?”, e io: “Perché suonate roba pesante”. Siamo diventati amici. Martin Gore era un chitarrista intrappolato dietro i sintetizzatori. Era tutto un: “Amico, adesso parliamo un po’ di chitarre”.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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