Better Call Paul: 5 collaborazioni azzeccate da McCartney (e 5 che proprio no) | Rolling Stone Italia
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Better Call Paul: 5 featuring azzeccati da McCartney (e 5 che proprio no)

Ha scritto per chiunque, ora persino per Rihanna e Kanye West ("Four Five Seconds", la vedete qui sotto). Ma a 72 anni ha qualche scheletro nella playlist

Nonostante il carattere ispido di Lennon e quello affabile di McCartney, negli anni ’70 fu il primo ad essere musicalmente più socievole: David Bowie, Elton John, addirittura Mick Jagger fra gli amici (…più o meno) di un disco o di una session. Sir Paul invece si dedicò con serietà alle joint-venture soprattutto dagli anni ’80, anche se con una certa parsimonia – perlomeno, rispetto alle abitudini dello show-biz attuale.

Ecco cinque incontri che hanno dato esito positivo, e cinque che insomma, viste le premesse, forse si poteva fare di meglio.

BETTER CALL PAUL

“Veronica” con Elvis Costello (1989)

Tra i tanti pezzi scritti alla fine degli anni ’80 con Declan MacManus (un Mac insieme a un Mc, incidentalmente) questo, che il collega irlandese mise sul suo album Spike fu il più fortunato dal punto di vista commerciale: portò Costello nella top 20 USA per l’unica volta nella sua carriera. Nel duo molti hanno voluto vedere una sorta di riproposizione del rapporto con Lennon, un po’ dal punto di vista compositivo, un po’ da quello caratteriale (“…Irlandese bizzoso. Ho una familiarità con questi soggetti”, non mancava di ammiccare il Beatle nelle interviste dell’epoca). Nel brano la mano di Costello è preponderante – e tuttavia la nonna che soffre di Alzheimer e sta dolcemente, malinconicamente scivolando in un suo mondo, ha un che della famiglia Rigby – che sia la figlia di Eleanor?

“Out of sight” con i Bloody Beetroots (2013)

Un brano dei Fireman (Nothing too much, just out of sight) offerto da Youth al rumorista italiano per un remix, finisce per cambiare completamente forma; la versione originale è una sorta di minaccioso blues-rock estremamente elettrico; nelle mani di Simone Cogo diventa qualcosa di completamente diverso. “Ho ricomposto tutte le armonie e rimodellato la melodia di Paul, poi sono andato a Londra per incidere tutti gli strumenti da capo, infine gli ho chiesto di ricantare le parti vocali”. Il pezzo iniziale è riconoscibilissimo, eppure è come cataputato in uno di quei buchi dimensionali del film Yellow Submarine: è corale e sottilmente oscura come una Hey Jude del futuro.

“All of me” con Eric Clapton (2013)

Sì, Eric Clapton era quello che George Harrison, che la moglie, che la chitarra che gentilmente piangeva eccetera. Ma era il ’68. Giunto a un altro 68 – nel senso di compleanno – “Manolenta” ha inciso un disco il cui titolo è tutto un programma (Old sock). Chiamando vari amici per giocare (mmh) a fare i vecchiacci nostalgici, e riservando a McCartney il momento più compiaciuto: uno standard del 1931 in cui Paul si butta senza pensarci due volte: dopo tutto negli anni ’60, mentre attorno a lui c’era chi proclamava “Spero di morire prima di diventare vecchio”, lui prevedeva che quando avrebbe avuto 64 anni e più, non se la sarebbe passata poi così male.

“Say, say, say” con Michael Jackson (1983)

Il ritornello implacabile e un video un po’ tanto autoindulgente (da parte di entrambi) portano a sottovalutare una hit caratterizzata da un tessuto funky morbido come la seta, scorrevole e non pretenziosa – caratteristiche rare nei megasuccessi globali. Il pezzo fu inciso prima dell’altro, un po’ più scialbo e zuccheroso duetto The girl is mine (finito su Thriller di Jackson), ma fu pubblicato dopo, nell’ottobre del 1983. Prodotto da George Martin e non da Quincy Jones, a sottolineare che stavolta si giocava più in casa McCartney. En passant, parlando di case, la sera in cui i due scrissero il pezzo a casa del baronetto fu anche la sera in cui Paul rivelò a Jacko che era doppiamente contento di aver acquisito i diritti per le canzoni di Buddy Holly, suo idolo giovanile. “Gli dissi che comprando canzoni si poteva anche guadagnare un bel po’. Ma non pensavo che si sarebbe comprato le mie”.

“Sing the changes” con Youth (2008)

The Fireman, duo messo in piedi con Youth (bassista dei Killing Joke, eminenti post-punk) è sempre stato considerato uno sfogo per l’anima elettronica del Beatle che più di tutti era interessato a Stockhausen e Cage (…benché poco interessato a Yoko Ono). E gli album strumentali incisi dalla coppia negli anni ’90 sono delle piacevoli gite in atmosfere sperimentali mai realmente esplorate da McCartney dopo la fine dei Beatles, avvenuta in un clima di ritorno alle radici blues e rock. Nel 2008, il disco Electric arguments ha cambiato le cose radicalmente, come se nuovamente Paul avesse invocato “Get back to where you once belong”. Pezzi cantati, tutti scritti da lui, con poca sperimentazione, ma molta ispirazione. Youth produce – ma in sostanza è un disco solista camuffato, per non avere addosso la pressione di critica e pubblico. In USA l’album andò al n.67, nel più piccolo mercato della madrepatria, solo al n.79.

PAUL IS DEAD

“Ebony and Ivory” con Stevie Wonder (1982)

L’aggettivo “buonista” non era ancora stato inventato, ma questo brano se lo guadagna tutto, per le atmosfere “corny” che sovraccaricano sia l’interpretazione dei due mostri sacri che il video. Si può, a difesa delle buone intenzioni, ricordare il contesto: nel 1982 gli artisti neri non passavano su Mtv, e la canzone diede comunque fastidio in un Sudafrica ancora razzista, tanto da essere messa al bando. Sia per Wonder che per McCartney (Beatles inclusi!) è stato il singolo con la più lunga permanenza al n.1 in America. Pochissimi conoscono invece l’altra collaborazione tra i due pesi massimi: la funkyssima What’s that you’re doing?

“A friend like you” con Brian Wilson (2004)

La collaborazione tra McCartney e l’altro grande acrobata dell’armonia sembrava una specie di fantasticheria assoluta per i nostalgici del classic rock, ma quando si verificò all’interno dell’album Gettin’over my head, del leader dei Beach Boys, fu accompagnata da una sorta di imbarazzo – e da un flop commerciale. A firmare musica, arrangiamento e testo da sigla di cartone animato è Wilson, ma è difficile non riconoscere che le somiglianze tra i due geni includono una pericolosa tendenza a trascurare il tasso di glicemia di certi loro pezzi.

“Get it” con Carl Perkins (1982)

Ma come? Ti trovi lì con l’uomo delle Blue suede shoes, il re del rockabilly, quello senza il quale, hai detto, “i Beatles non sarebbero esistiti”, e ne cavi questi due minuti di blando country da veranda? Per quanto nel 1982 tra McCartney e il rock non ci fossero buoni rapporti, e anche volendo riconoscere un rispetto “purista” per le origini honkytonk del maestro, dall’incontro era legittimo aspettarsi qualcosa di più.

“Sgt Pepper” con gli U2 (2005)

L’inizio a sorpresa del Live 8 fu una specie di riassunto dell’evento stesso: un’idea concepita a tavolino, grandiosa nelle intenzioni ma non realmente efficace. Davanti a una platea planetaria (e un bel po’ di gente a Hyde Park), l’idea di una banda dei cuori solitari costituita dagli U2 e guidata dal Sergente McCartney si rivelò più bella da vagheggiare, che non da ascoltare. L’esecuzione, a parte il consueto impeto vocale di McCartney, suona rigida, priva di vero slancio. E poi, dopo che hai presentato Billy Shears, qualcuno – se non Ringo Starr, The Edge, o Joe Cocker, o il Principe Carlo, DEVE cantare subito With a little help from my friends.

“Cut me some slack” con Dave Grohl, Krist Novoselic, Pat Smears (Nirvana) (2012)

C’è un lato selvaggio in McCartney, quello che scavalca il rock’n’roll alla Back in the USSR o alla The end (o alla Spin it on, visto che in questo articolo abbiamo un po’ sottocitato i Wings), e nel White album approdò alla rabbia brutale di Helter skelter. Quando nel 2012 il mondo scoprì che i rimanenti componenti dei Nirvana avevano giocato alla (ovviamente impossibile) “reunion” con lui al posto di Kurt Cobain, la curiosità di vedere se si sarebbe riaffacciato lo stesso tipo di furore andò in un certo senso delusa: nonostante sfoggi un ruggito che pochi cantanti possono vantare, Cut me some slack sancisce che il nostro uomo può essere solennemente malinconico, ma non riesce mai realmente ad essere depresso, cupo e disperato. Se può sembrarlo, è solo quando si cala alla perfezione in un alter ego, come appunto lo psicopatico di Helter skelter, o un “Fireman” che nasconda nell’uniforme il volto immancabilmente propenso alla bonomia del “bello dei Beatles”.

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