Bello Figo: «Nessuno mi ha mai detto in faccia “Negro di merda”»

La nostra videointervista al rapper - fenomeno social, troll o caso politico - che fa imbestialire il sistema. Un viaggio surreale nel suo mondo, dalla dab alla Mussolini fino alla nuova dieta senza pasta col tonno

“Lo swaG fa venire gli occhi storti, ti toglie l’appetito, vuoi solo skopare, ritmo, sentire la voce che vibra, i suoni incomprensibili che escono dalla tua bocca. Vuoi accanto solo swagger come te, li riconosci subito da come si muovono, se capiscono lo slang, il retro delle parole. Lo swaG cambierà il mondo. Lo swaG è fashion”.

È uno dei passaggi più significanti di Swag Negro, edito da Rizzoli. Nelle 200 pagine del libro Paul Yeboah esprime la sua (non) filosofia che lo ha reso un fenomeno social, e, per alcuni periodi, un caso politico e uno degli uomini più odiati d’Italia, con tanto di interviste in tv nei panni del nemico pubblico e concerti negati per motivi (irricevibili) di ordine pubblico.

Bello Figo, nato in Ghana e trasferitosi da ragazzo a Parma per raggiungere suo padre, è un cortocircuito artistico, un troll capace di fare imbestialire il sistema con le sue provocazioni. Che ritornano nel suo libro, dal suo rapporto surreale con la politica al sesso, fino alle sue improbabili abitudini culinarie. Che sia consapevole o no di se stesso e del proprio ruolo non è determinante, in ossequio ai tempi che corrono. Negli scorsi giorni è venuto a trovarci in redazione: ci siamo ritrovati nel suo mondo, e non ci siamo ancora del tutto ripresi.