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Bamboo Mañalac: la rockstar filippina atterra a Milano

Il nostro Gianni Miraglia è stato invitato dalla comunità filippina milanese al concerto che si è tenuto lo scorso weekend di quello che lui stesso ha definito come "il Robbie William dai tratti latini"

Bamboo Mañalac, la rockstar filippina. Foto via Facebook Bamboo Music Live

Bamboo Mañalac, la rockstar filippina. Foto via Facebook Bamboo Music Live

L’unico luogo che ospita le gare di curling è il Palasesto. Ci vengono anche i pensionati che giocano a hockey, si riempiono di mazzate e alcol. Ma oggi niente ghiaccio, solo tante sedie Ikea in fila e le urla dei fan. Sul palco c’è Bamboo Mañalac, un Robbie Williams dai tratti latini. Anche il Tagalog, la lingua ufficiale filippina, è un misto di spagnolo e inglese. I riff che riconosco si susseguono, qualche citazione introduttiva. Ora Jimi Hendrix si scusa per aver baciato il cielo.
Bamboo raccoglie le ovazioni, si adatta all’amore del boato stridulo che lo avvolge. Un assembramento che fa casino, ma con tanta educazione.

La laboriosa comunità filippina si è riunita a Sesto San Giovanni, tappa di un tour che sta portando Bamboo ad esibirsi nelle side B di tutto il mondo. Non l’avrei mai saputo, se l’amico Gian Carlo non mi avesse coinvolto. Lui è fidanzato con una delle organizzatrici filippine. Quello seduto accanto a me in gradinata ha la faccia da inventore. Neolaureato in qualcosa in comunicazione. Per lui Bamboo è un grande, ha presieduto anche la giuria di The Voice. C’è anche una bambina che balla, figlia di una ragazza italiana. Sta con Ernesto, filippino ricoperto di tatuaggi che mulina le braccia a ritmo.

Questo è Pinoy Rock, suoni asiatici contaminati dalle stelle e dalle strisce. Tante basi americane in quelle isole, succedeva anche in Italia. E proprio nei dintorni delle aree Nato che si formavano epicentri musicali: lì i negozi di dischi erano meglio forniti, Mecca per gli appassionati a cui Beatles, Stones ed Elvis non bastavano più. Ma tutto inizia proprio dal re di Tupelo: nelle Filippine il suo clone è Eddie Mesa, ovvero la risposta locale a Little Tony e Bobby Solo, perché ogni paese ha l’Elvis che trova.

Raggiungo il parterre. Mi immergo in questa folla gentile. Nessuno poga o ti suda addosso. Sono un raccomandato, seguo il mio amico. Superiamo le barriere. Posso osservare Bamboo da sopra il palco. Si muove, come fanno i professionisti dello spettacolo. Un’altra rullata familiare: quella domenica di sangue cantata dal santone irlandese. Le parole di Bamboo dicono altro, probabilmente si parla d’amore. Suda, fa tanto movimento per suscitare urla, i veri fan non vorrebbero mai che la luce del giorno ricominciasse. Bamboo si toglie la giacca. Un gesto consumato. Elvis si detergeva con panni che poi lanciava alle fan.

Incrocio lo sguardo di Bamboo. Mi fa un cenno che ricambio col pollice alzato. Un mare di luci, si può esprimere un desiderio ad ogni scintillio dei display. Una distesa di smart-phone immortala la star e la moltiplica in una sincronia prospettica. Una serata indelebile, soprattutto per chi stasera ha conosciuto l’ipotetica anima gemella. E spesso in queste situazioni nascono i figli.

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