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Ariel Pink porta “Pom Pom” a Milano

La scaletta del musicista californiano potrebbe essere una guida galattica per la Generazione X. Siamo stati al concerto del 6 marzo al Tunnel
Ariel Pink al Tunnel di Milano - Foto di Kimberley Ross

Ariel Pink al Tunnel di Milano - Foto di Kimberley Ross

Ariel Pink si presenta sul palco con una tuta bianca con il logo della NASA e una band istrionica (il batterista indossa un bikini, un cappello da cowboy e, per un microsecondo, fa finta di mangiare sushi con le sue bacchette). Circa metà dei presenti sfoggia corone hawaiane di piume rosa donate all’ingresso dell’evento. Inizia lo spettacolo.

L’impasto stilistico retromaniaco e lo zapping vagamente allucinogeno delle video installazioni, spingono a una sospensione del tempo, si va all’indietro pur stando nel presente.

L’effetto, strano e singolare, è di trovarsi nel tubo catodico di un televisore con il VHS o di ascoltare sognanti un walkman nella propria cameretta. Il biondo 36 enne, pancetta alcolica e look anni ’70, canta in modo beffardo e teatrale. Appare un po’ brillo e sorride come un ragazzino quando riafferra il groove della sua ingorda ricerca pop.

La scaletta (White Freckles, Kinski Assassin, Picture Me Gone, Put Your Number in My Phone) potrebbe essere una guida galattica per la Generazione X le cui pagine scorrono avanti e indietro dal glam agli anni ’80, passando per mille (ec)citazioni: il David Bowie della trilogia berlinese, Lou Reed (no, i Cure non ci sono, anche se è la band più amata da Mr.Pink), Kinks, 10cc, fino a band “affiliate” al piccolo culto Rosa come Flaming Lips e Animal Collective.

Come da palinsesto il concerto è durato poco, e anche se sono mancate diverse canzoni all’appello (su tutte Round and Round) è stata una serata da portarsi a casa. Non capita così spesso di vedere all’opera un musicista originale. Peccato per i detrattori. Ma la musica del californiano è un giocattolo complesso, da maneggiare con cura.

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