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Anche Mahmood prende posizione: «Il Green Pass permette di fare concerti in sicurezza»

Dopo l’appello di Cosmo, il cantante di ‘Ghettolimpo’ parla di «un senso di abbandono da parte delle istituzioni» e chiede perché all’estero si possano fare concerti con la certificazione verde e in Italia no

Mahmood

Foto press

Il Green Pass permette di fare concerti in sicurezza. All’estero si fanno, perché in Italia no?

Dopo la lettera di ieri indirizzata da Cosmo al presidente e alla vicepresidente della regione Emilia-Romagna circa la possibilità di autorizzare in deroga i tre concerti senza distanziamento organizzati per inizio ottobre a Bologna, per «tornare alla normalità» e «smettere di colpevolizzare il settore della musica e dei club», anche Mahmood prende posizione.

Lo fa nelle storie di Instagram commentando il nuovo rinvio dei suoi concerti nei palasport (qui ulteriori informazioni sulle date). Erano previsti in autunno, sono stati spostati nel 2022 a causa delle norme anti-Covid che limitano la capienza dei locali.

«A quasi due anni dall’inizio della pandemia il nostro settore si trova ancora allo stesso punto: siamo fermi (tolte poche, troppe poche, situazioni a capienze ridotte che non permettono ovviamente di sostenere eventi vicini alla vecchia normalità)», scrive Mahmood. «Oggi mi ritrovo a spostare le date del tour per la terza volta; e come me moltissimi miei colleghi e colleghe saranno obbligati a farlo mentre altri sono già stati costretti».

«Ciò che differenzia questo spostamento dai precedenti è che, oggi, abbiamo a disposizione degli strumenti che permetterebbero di poter fare i concerti in sicurezza: i Green Pass. Guardo fuori dall’Italia e vedo che si può fare, evidentemente quando ci sono la volontà e l’attenzione verso un settore, le soluzioni si trovano. Provo un forte sentimento di abbandono da parte delle istituzioni».

«Da parte loro, molto spesso, viene chiesto agli artisti di esporsi per la tutela di diritti della persona, per sensibilizzare il nostro pubblico verso temi che si dibattono a livello politico. Ora, invece, ci sentiamo soli, non considerati da uno Stato la cui maggior parte dei rappresentanti pensa solo a litigare sui social e a creare continuamente fazioni avverse tra le persone. Adesso è arrivato il momento di ascoltarci. È davvero giunto il turno dei nostri diritti, quelli degli artisti, degli addetti ai lavori e quelli del pubblico: abbiamo il diritto di tornare a fare il nostro mestiere e chi ci segue ha il diritto di tornare a riempire la propria vita di arte, cultura e intrattenimento. Abbiamo il diritto di tornare a vivere e riappropriarci delle nostre passioni. Abbiamo il diritto di essere ascoltati».

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