Alaska: «La trasgressione è negli occhi di chi guarda»

Dalla scena punk ad Almodovar e Andy Warhol: a tu per tu con la diva iberica, esponente di spicco della movida e del movimento LGBTQ con l'elettro-pop dei suoi Fangoria.

Eccessiva, amatissima e terribilmente pop. Alaska è l’icona spagnola della porta accanto, con un seguito senza precedenti. Controcorrente nell’anima, comunicazione allo stato puro, passa dai progetti autoriali al trash più spinto senza perdere credibilità. E il suo pubblico è trasversale: la amano dalle nonne alle marucas passando per i bambini. Un personaggio che, se fosse nata qui, sarebbe stato un mix estremo e anticonformista di Cristina D’Avena, Antonella Clerici, Gina Lollobrigida e Lorella Cuccarini. Un uragano di paillettes e canzoni di protesta che si ficcano in testa come un trapano. Una personalità che starebbe a suo agio tanto in Bim Bum Bam quanto in un film di John Waters. Onestamente non si capisce perché in Italia non sia mai esplosa.

Insomma, tanto per intenderci, Maria Olvido Gara Jova (questo il suo vero nome, ndr) è una che ha trasformato il pop in cultura, totalmente immersa nella movida madrilena, ne è diventata esponente di spicco. Ha militato in band punk, new wave e glam rock fino a lanciare, nel 1989, la celeberrima formazione elettro-pop Fangoria. Ovviamente le sue canzoni hanno stazionato nelle hit parade iberiche, vendendo milioni di copie. E il brano A quién le importa è diventato bandiera della comunità LGBTQ e dei Gay Pride. Anche il cinema si è accorto di lei, Pedro Almodóvar – tanto per citarne uno – l’ha voluta nel ruolo di Bom nel primo lungometraggio Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio. «Pedro adesso è l’artista spagnolo più famoso al mondo», spiega la cantante, «ma gli inizi non sono stati facili, quando andavamo a presentare la pellicola nei vari paesini di provincia spagnoli, dovevamo lasciare le sale perché alla gente non piaceva. A Murcia siamo dovuti addirittura scappare perché il pubblico era rimasto molto turbato dalla canzone Murciana marrana».

Poi è arrivata anche la tv con La bola de cristal, trasmissione nella quale i bambini venivano, per la prima volta, trattati come fossero adulti. Recentemente l’abbiamo vista in Alaska y Mario, reality show di Mtv che seguiva la vita della popstar e dello stravagante marito Mario Vaquerizo. La incontro all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dopo Pop y Protesta, il dibattito sull’importanza che la cultura italiana ha avuto nei mutamenti della società spagnola dal ’68 in poi. E anche qui Alaska ha le idee chiare: «Il pop, come cultura, è anche un catalizzatore per la società. In Spagna, a quei tempi, già solo pensare che un ragazzo poteva portare i capelli lunghi come Adriano Celentano, apriva le menti».

Partiamo dalla movida madrilena. Che ricordi di quel periodo?
Be’ è molto complicato da dire perché, quello che per te è l’epoca della movida madrilena, per me era il periodo dell’adolescenza. È come se ti chiedessi: cosa ricordi dei tuoi 15 anni?

Ecco, cosa ricordi della tua adolescenza, allora?
Quali ricordi ho? Che non è l’età migliore. L’adolescenza è orribile. Ricordo, però, il fantastico momento di incontrare gente affine al mio mondo. Persone che non avevano la mia stessa età, perché Pedro (Almodóvar, ndr) aveva quasi 30 anni, ma con le quali avevo qualcosa in comune. È stato un punto di partenza dal quale creare qualcosa. Prima era tutto non professionale. Realizzavamo musica, cinema, riviste, ma non pensavamo di farne una carriera, ecco. Era tutto molto naïf, piccolo e innocente.

Innocente?
Sì, perché non pretendevamo nulla. E questo adesso non è possibile.

Come mai?
Oggi se qualcuno inizia a suonare in un gruppo, già si aspetta di andare in televisione o essere passato in radio. Noi non cercavamo nulla, volevamo fare qualcosa e basta.

Adesso in Spagna ci sono movimenti similari alla movida?
Certo, ci sono sempre stati. Quello che successe alla fine degli anni ’70 in Spagna fece notizia, andava sui giornali. Oggi non ci vanno più. Ma un movimento underground c’è sempre, in tutte le città esce fuori sempre qualcosa. Adesso, però, non fanno notizia, ed è un bene.

Perché?
Non deve essere una notizia che le nuove generazioni iniziano a fare le loro cose, la loro moda, i loro dischi e frequentano i loro club. È normale, non sono più cose da prima pagina.

Secondo te, per quale motivo, più di altri artisti, sei uscita fuori e sei rimasta come esponente simbolo del movimento pop e culturale spagnolo?
Nel mio caso credo che la motivazione sia una: sin dagli esordi sono stata multidisciplinare. Mi piaceva molto pensare che stavo suonando nella mia band, ma allo stesso tempo lavoravo alle nostre fanzine, andavo in televisione e recitavo nel film Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio di Pedro. Diciamo che ho fatto tutto quello che mi piaceva, non solo musica. Questa credo sia la maggiore differenza con altri artisti. Io volevo essere tutto. E probabilmente per questo motivo mi sono messa in contatto con una tipologia differente di persone. Come quando ho condotto il programma tv La bola de cristal, indirizzato a un pubblico di bambini, con musica e un linguaggio particolare: credo che, facendo tutte questo cose, sono riuscita a crearmi un’immagine diversa. Non solo in ambito musicale.

Lo hai appena citato. Pedro Almodóvar quanto è stato importante per la tua evoluzione?
Ho iniziato con lui quando avevo quindici anni e lui stava preparando il suo primo film. Almodóvar è una figura presente nella mia vita.

E cosa mi dici di Andy Warhol? Sei stata la Unknown Woman di una delle sue opere create durante il viaggio fatto in Spagna. Poi si è scoperto che la donna sconosciuta eri proprio tu.
Warhol è un’influenza esterna. Quando avevo dodici anni pensavo a quanto sarebbe stato figo essere nella sua factory. Non mi rendevo conto che avevo la mia factory, con i miei amici e le persone che frequentavo.

Ok, ma Warhol cosa rappresenta?
Per me è un filosofo, oltre che un artista. Mi ha aiutato a creare la mia cultura emozionale.

Inutile dire che, da sempre, ti sei battuta in prima linea per i diritti civili e i matrimoni gay. Le lotte della comunità LGBTQ hanno sempre trovato, in te, un’alleata combattiva. La Spagna ha fatto, prima dell’Italia, passi enormi. Cosa c’è ancora da fare?
Per prima cosa, adesso, abbiamo le leggi dalla nostra parte. Prima, quando qualcuno veniva picchiato, non poteva denunciare, mentre ora si può fare. Ricordo che, dopo le dimostrazioni per i matrimoni gay, le persone mi chiedevano «Cos’altro vogliono se hanno già ottenuto tutto?». No, sbagliato, abbiamo avuto la legge, ma la cultura, a volte, non va di pari passo con la legislazione. Sono convinta che, tutto quello che ha visibilità, normalizza. Bisogna farlo sempre, tutti i giorni.

Oltre a essere un’icona gay, sei anche icona della trasgressione.
Ho scritto un libro dal titolo Transgresoras, sulle cento donne che mi piacciono: dall’antropologa Jane Goodall alla cantautrice Siouxsie Sioux. La trasgressione non è dentro noi, ma sta negli occhi di chi ci guarda. Nessuno è trasgressivo, non basta dire «Sono trasgressivo!». Non funziona così. La trasgressione ci sarà sempre, perché ci saranno sempre occhi che guarderanno senza comprendere.

Arriviamo alla politica. Come vedi la situazione in Spagna?
Molto simile a quella mondiale, su diversi fronti. Probabilmente questo è un momento di transizione, diviso tra la fiducia di come ha funzionato la giovane democrazia che abbiamo in Spagna e chi ha una tradizione democratica più antica. Non abbiamo, però, problemi molto distanti.

E quali sono?
Da un lato non c’è modo di sostituire i poteri che si potevano appoggiare e in cui si poteva credere. Dall’altro lato hanno preso piede movimenti convulsivi che spaventano. Mi viene in mente il V secolo. Ecco, la caduta di Roma credo possa dare l’idea del momento che sta vivendo l’Occidente.

Come percepite la situazione italiana?
Mi sembra molto simile alla nostra. Credo ci siano le stesse inquietudini, problemi sociali che, se non trovano risposta, portano a una radicalizzazione delle persone colpite direttamente. E con la radicalizzazione ognuno vuole difendere il proprio orto, lottando contro il prossimo. Magari con un fucile. È molto pericoloso.

Torniamo alla musica, sai che in Italia c’è una band che si chiama La Badante che ha ricantato i brani dei Fangoria in italiano?
Certo! Li conosco e ho comprato anche il loro disco su internet. Non so chi sono.

Nessuno lo sa, è un progetto avvolto nel mistero.
Mi piacciono moltissimo le loro versioni. Del resto, nella vostra lingua, tutto suona bene. Abbiamo molto apprezzato e siamo particolarmente orgogliosi delle versioni italiane delle nostre canzoni.

A quando, invece, un nuovo disco di inediti?
Lo sto registrando, abbiamo terminato la lavorazione in Spagna e tra poco parto per Londra. L’album uscirà il 15 febbraio e festeggerà i 30 anni dei Fangoria. Siamo diventati una signora. (ride, ndr)

Mi sai anche anticipare il titolo?
Ho in mente qualcosa, ma non lo dico perché poi, magari, cambia.

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