‘A Hard Day’s Night’ e l’esplosione della Beatlemania

Il 10 luglio del 1964 usciva il primo album di soli inediti scritti dalla coppia Lennon/McCartney: registrato in condizioni estreme mentre il mondo impazziva per i Fab Four.

I primi due album dei Beatles documentano l’evoluzione di una grande live band in un gruppo con il talento necessario per scrivere e registrare grandi album e diventare vere popstar. A Hard Day’s Night è l’album in cui i Beatles cominciano ad assumere la loro identità creativa. Per la prima volta non si preoccupano di inserire nell’album le cover che riempiono le scalette dei loro concerti nei club (e che amano ancora suonare dal vivo). Il messaggio è che i Beatles non esistono senza l’apporto creativo di Lennon e McCartney. Inoltre, i Beatles iniziano ad affermare un’identità su disco diversa da quella dal vivo, usando una serie di elementi distintivi: il suono della chitarra a dodici corde di George Harrison che apre l’album, la chitarra a sei corde di Lennon, il basso di McCartney e il pianoforte di George Martin sono tutte cose che non si possono più riprodurre sul palco. Tutto questo viene realizzato in condizioni estreme, da battaglia.

Nella prima scena del film A Hard Day’s Night la band corre freneticamente per prendere un treno, inseguita da un’orda di fan adoranti. Non è una scena tanto diversa dalla realtà, e infatti la maggior parte delle comparse del film sono davvero felici di partecipare alle riprese gratis e inseguire i Fab Four. All’inizio del 1964 I Want to Hold Your Hand e She Loves You sono delle gigantesche hit internazionali e la Beatlesmania è ormai un missile fuori controllo. «Ogni giorno del 1964 era pieno come una settimana», ha ricordato George Harrison nella Beatles Anthology. I Beatles non sono solo star musicali, sono anche telegenici e pronti a fare qualsiasi cosa per promuovere se stessi.

La logica conseguenza è fare quello che ha fatto Elvis Presley: girare un film, ovviamente con tanto di colonna sonora. Però hanno già fatto due album in meno di un anno e hanno esaurito la riserva di canzoni originali, quindi il loro manager, Brian Epstein, chiede a Lennon e McCartney di scrivere almeno una mezza dozzina di pezzi nuovi apposta per il film. I due sono a Parigi per tre settimane di concerti e si fanno portare un pianoforte nella suite che dividono in hotel, sperando di riuscire a comporre materiale nuovo. «Non abbiamo idea di come sarà il film», dice McCartney alla stampa, «non credo che dovremo recitare molto, credo che la sceneggiatura verrà scritta intorno a noi e che ci saranno quattro personaggi molto simili a noi». Il 29 gennaio 1964 riescono a prenotare uno studio a Parigi per registrare (controvoglia) le versioni in tedesco di She Loves You e I Want to Hold Your Hand. Mentre sono lì, buttano giù la base di un nuovo singolo, Can’t Buy Me Love. E poi non c’è più tempo: il 5 febbraio tornano in Inghilterra, hanno un giorno libero e poi partono alla conquista dell’America.

Nelle due settimane seguenti fanno la loro epocale apparizione all’Ed Sullivan Show, una serie di concerti e innumerevoli interviste, e passano la maggior parte del tempo rinchiusi in albergo. Lennon ha descritto così quei giorni: «Una stanza e una macchina, una macchina e una stanza e una stanza e una macchina». In Florida riescono comunque a procurarsi delle MG decappottabili, perfette per impressionare la gente del posto. Come ha detto McCartney: «Un ragazzo di Liverpool che va a cena fuori con una bella ragazza abbronzata guidando una MG… Avrebbe dovuto essere: Can’t Buy Me Love».

Il 22 febbraio tornano a Londra, il giorno dopo registrano uno speciale televisivo e tornano in studio il 25 febbraio, giorno del 21esimo compleanno di George Harrison. In quattro giorni mettono a punto la versione definitiva di Can’t Buy Me Love, registrano sei pezzi nuovi, You Can’t Do That, And I Love Her, I Should Have Known Better, Tell Me Why, If I Fell e I’m Happy Just to Dance With You, rifanno I Call Your Name (che Lennon ha scritto un anno prima per Billy J. Kramer & the Dakotas) e in un solo take fanno una cover di Long Tall Sally di Little Richard. Queste session sono diverse da quelle dei due album precedenti. La prima differenza è che in America Harrison si è comprato un nuovo giocattolo: una chitarra Rickenbacker a dodici corde, la seconda mai costruita, che suona per tutta la settimana di registrazione. L’altra è che dal momento che stanno componendo direttamente in studio senza più pensare agli arrangiamenti dal vivo, la loro musica sta diventando sempre più complessa e accurata.

A Parigi, un dj radiofonico gli ha dato una copia di The Freewhelin’ Bob Dylan e loro ne rimangono ossessionati (come suggerisce il grezzo assolo di armonica che apre I Should Have Known Better). Hanno anche ascoltato dischi di ska giamaicano, da cui rubano la ritmica per registrare la loro versione di I Call Your Name. Inoltre, sia Lennon che McCartney hanno scritto le loro canzoni più dolci ed emotivamente fragili fino a quel momento: If I Fell di Lennon e And I Love Her di McCartney. L’ultima session avviene una domenica notte, una cosa inusuale per le regole severe della EMI. Ma non hanno scelta: la mattina dopo devono iniziare a girare il loro primo film, un film che ha un regista (Richard Lester) e una sceneggiatura (scritta da Alun Owen, che ha passato molto tempo con i Beatles per familiarizzare con il loro modo di parlare), ma non ha ancora un titolo e nemmeno una canzone principale. L’idea è che i Beatles interpretino se stessi, nel pieno del caos di cosa voglia dire essere i Beatles. Il primo giorno di riprese, il 2 marzo, girano una sequenza in cui flirtano con due studentesse sul treno.

Una è Pattie Boyd, con cui George Harrison inizia davvero una storia d’amore che influenzerà profondamente la sua scrittura dei testi per quasi un decennio. Secondo la leggenda, a un certo punto Ringo Starr fa una battuta e dice che è stata “la notte di un giorno duro”, inventando così il titolo del film. Anche se è considerata una creazione di Ringo, Lennon l’aveva già usata nel suo libro In His Own Write, che viene pubblicato proprio durante le riprese del film. Richard Lester sceglie questa frase come titolo e la sera del 16 aprile i Beatles (alla fine di una intera giornata di riprese) entrano ad Abbey Road per registrare in tre ore il pezzo, scritto apposta da Lennon e McCartney (principalmente Lennon, ma McCartney ha sempre sottolineato: «Ci sono anche io a un certo punto. Per una canzone del genere bastavano venti minuti»). Le riprese finiscono il 24 aprile e la settimana successiva i Beatles fanno tre concerti, girano un programma televisivo intitolato Around the Beatles, registrano uno speciale radiofonico intitolato From Us to You e finalmente partono per un agognato mese di vacanza. John Lennon e George Harrison vanno a Tahiti, Paul McCartney e Ringo Starr alle Isole Vergini.

Mentre si rilassano al sole, i loro dischi dominano il mercato musicale. Per una settimana in aprile, i Beatles occupano tutte le prime cinque posizioni della classifica dei singoli di Billboard. In quella primavera, più del 60% dei singoli venduti in tutti gli Stati Uniti sono dei Beatles. Billboard fa notare che: «La vendita di dischi che non sono dei Beatles è diventata piccola come un chicco d’uva». Piccole etichette americane che nascono da un giorno con l’altro mettono in giro album di imitatori con nomi tipo The Liverpools, Buggs o Beatle Buddies. Bastava mettere insieme un paio di cover di She Loves You e I Want to Hold Your Hand, finti pezzi Merseybeat e una copertina che ricordava quella di Meet the Beatles! e, sfruttando la confusione dei nonni in cerca di un disco da regalare ai nipoti, si potevano fare soldi veri. George Martin convince la Capitol Records a fare uscire come singolo il nuovo pezzo di Lennon e McCartney, Can’t Buy Me Love: vola al n. 1 in classifica, e raggiunge i tre milioni di copie solo con le ordinazioni.

Tutto ciò scatena una fame insaziabile di materiale nuovo, che attende i Beatles al rientro dalle vacanze. Prima del nuovo tour, prenotano tre giorni in studio con l’idea di registrare abbastanza canzoni per riempire i due album che devono alla EMI: l’album di A Hard Day’s Night e l’ep Long Tall Sally con quattro canzoni (quando decidono che A Hard Day’s Night sarà composto interamente di pezzi nuovi firmati Lennon/McCartney, I Call Your Name, relativamente vecchia, viene relegata all’ep insieme alle cover). Hanno prenotato un’altra sessione il 3 giugno, ma quella stessa mattina, durante un servizio fotografico, Ringo Starr collassa e finisce all’ospedale. La diagnosi è: tonsillite e faringite.

La session viene cancellata, la band riparte subito in tour (con Jimmy Nicol alla batteria) e non riuscirà a recuperare quelle giornate in studio. È per questo che A Hard Day’s Night è l’unico album dei Beatles con 13 canzoni invece che 14, di cui 9 cantate da Lennon. «La maggior parte dei singoli erano miei», ha detto Lennon nel 1980, «solo quando ho cominciato a essere a disagio con la situazione e sono diventato più inibito, e gli astri hanno cominciato a girare diversamente, Paul ha preso il sopravvento». Il film A Hard Day’s Night, delizioso e frizzante, è un grande successo e mostra il fascino innato di una band diversa da tutte le altre: quattro Elvis al prezzo di uno. Ma la battuta che dice di più su come hanno vissuto il periodo della Beatlemania, intrappolati nelle stanze d’albergo, inseguiti dai fan, sballottati tra un concerto e l’altro, è quella di Wilfrid Brambell, che nel film interpreta il nonno di Paul: «Credevo di vedere cose nuove, di cambiare vita, ma finora sono stato in treno e in albergo, in macchina e in albergo, in albergo e in albergo. Mi sento come se mi avessero chiuso in una camicia di forza».

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