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50 anni fa usciva ‘Everybody Knows This Is Nowhere’, il secondo capolavoro di Neil Young

Festeggiamo l'anniversario del classico del folk rock rileggendo la recensione originale di RS, pubblicata nel 1969

Neil Young nel 1970

Foto: Dick Barnatt/Redferns

La recensione che state per leggere è stata pubblicata su Rolling Stone il 9 agosto 1969

Neil Young non ha quel tipo di “bella” voce che attira gli elogi di un bravo maestro di conservatorio. Ma basterebbe ascoltare la strascicata Just Like Tom Thumb’s Blues di Judy Collins per realizzare che il rock ‘n roll non è mai fiorito grazie alle “belle” voci. Le migliori incisioni del rock (per esempio, quelle di Mick Jagger o Richard Manuel) sono spesso crude, addirittura brutali. Negando una formula estetica, riescono a spingere in avanti il temperamento del cantante («È il cantante, non la canzone» – Mick Jagger). Queste voci non saranno mai un sottofondo; è necessario ascoltarle davvero, sentirle. La loro essenza sta nell’intensità. E alla luce di questa intensità il prodotto delle “belle” voci risulta pallido, inanimato.

Nonostante Neil Young sia un ottimo autore e un eccellente chitarrista, la sua più grande forza è la voce. Il suo timbro arido suona sempre lugubre, mai sentimentale o patetico. Suggerisce un mondo dove dietro ogni cosa è nascosta la sofferenza; anche un verso come “you can’t conceive of the pleasure in my smile” – da I am a Child – diventa doloroso da ascoltare. E siccome questo mondo è riconoscibile a tutti, la voce di Young è spesso stranamente commovente. In un modo naturale e toccante, Neil Young è il Johnny Ray del rock ‘n roll.

Everybody Knows This Is Nowhere è il secondo album di Young dopo la dipartita dai Buffalo Springfield. Da molti punti di vista è inferiore al precedente. Tutto il nuovo materiale, in realtà, è un po’ deludente; niente di questo album sfiora la bellezza sofferente di The Old Laughing Lady. Anche le parti di chitarra soffrono il confronto; del lirismo del primo album, purtroppo, sono rimaste solo alcune tracce. Ma nonostante tutte le sue mancanze, Everybody Knows This Is Nowhere è ricco di tesori. La musica compensa la mancanza di grazia con energia e sicurezza. E la voce è ancora straordinaria. Ascoltate, per esempio, la convinzione con cui interpreta la title track, un brano sul bisogno e l’impossibilità di fuggire da Los Angeles.

Le canzoni più interessanti dell’album sono Running Dry e Cowgirl in the Sand. Costruita su una melodia tradizionale, Running Dry mescola chitarra elettrica e violino in maniera inquietante. Ha un’aura bizzarra che in qualche modo ricorda la magnifica Out of My Mind. Il testo eccede nel dramma, ma la musica e la voce riescono a trascendere le parole, dando vita a una storia tragica e appena comprensibile.

In Cowgirl in the Sand, invece, funziona tutto. Il testo è quieto e accusatorio, mentre la chitarra solista a volte strilla, altre graffia, si assicura che la canzone continui a crescere. Ma anche questa volta, è la voce la chiave del successo del brano. Cowgirl in the Sand mostra con una certa chiarezza le peculiarità della voce di Neil Young. Ci ricorda perché il rock trionferà ancora una volta sui professori di musica e le loro legioni.

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