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40 anni di Kiss. Storia della band che vivrà per sempre

Sono un’industria rock&roll che produce motociclette, slot machine, perfino bare. Gene Simmons e Paul Stanley promettono di andare avanti all’infinito: un giorno sostituiranno anche loro stessi, come hanno fatto coi vecchi colleghi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di “Rolling Stone”.

Gene Simmons ha trasformato un’ala della sua casa di Beverly Hills in un tempio dedicato a se stesso e alla band in cui suona il basso da 40 anni, i Kiss. È il Demone che sul palco sputa fuoco e sangue, agitando una lingua mostruosamente lunga. Si dice che si sia fatto trapiantare la lingua di una mucca, ma lui ha sempre negato.
Nel suo covo ci sono migliaia di cose marchiate Kiss: maschere, bambole, teste dei membri del gruppo a grandezza naturale, tazze, caschi, scarpe, bavaglini, palle da bowling. Una targa celebra i 100 milioni di dischi venduti dai Kiss in tutto il mondo: «Questo posto non è frutto del caso», spiega Simmons caricando ulteriormente la sua voce baritonale.
In fondo alla stanza ci sono una moto dei Kiss, una bara aerografata dei Kiss, un flipper dei Kiss, un trono dei Kiss con Hello Kitty truccata come Simmons. C’è anche una slot machine dei Kiss: «Questa macchinetta fa più soldi di tante altre band in tour», dice Simmons dandole un colpo.

Gene Simmons e i Kiss sono ancora in tour, ma gli unici membri originali del gruppo rimasti sono lo stesso Simmons e il frontman della band, Paul Stanley. Due ragazzi ebrei di New York, molto furbi, ambiziosi, per nulla inclini all’autodistruzione. Il batterista Peter Criss e il chitarrista solista Ace Freheley sono invece quelli che avevano preso troppo sul serio lo spirito festaiolo del gruppo. Furono licenziati, prima uno poi l’altro, perché erano più impegnati a farsi di alcol e droga che concentrati sulla carriera della band.
Ma nel mondo del merchandising i Kiss sono sempre i Kiss, con i volti dei componenti del gruppo truccati da Demone (Gene Simmons), Figlio delle Stelle (Paul Stanley), l’Uomo dello Spazio (Ace Freheley) e l’Uomo Gatto (Peter Criss). Al posto di Frehley e Criss, Simmons e Stanley fanno vestire e truccare come loro altri due musicisti. Ma, anche se i membri fondatori dei Kiss hanno scritto autobiografie in cui si insultano a vicenda, i loro pupazzi vanno sempre d’amore e d’accordo.
Come ama dire Gene Simmons, i Kiss non sono una band, ma un brand: «I Kiss sopravviveranno più a lungo di tutti quanti noi. Perché sono una cosa più grande delle singole persone che formano il gruppo». E, quando dice così, include anche se stesso.

Gene Simmons: «Con il dovuto rispetto: tutte le band “credibili” possono baciarmi il culo»

A 64 anni, Simmons indossa un blazer nero con fazzolettino rosso nel taschino e una t-shirt nera, abbinati a un paio di pantaloni di pelle e stivali da cowboy. Uomo d’affari sopra, rockstar sotto. «Ho una società di investimento che si chiama Cool Springs». In pratica, aiuta persone ricche a ottenere faraoniche polizze assicurative. «La gente fatica a capire, perché è convinta che le rockstar siano tutte stupide. Jagger è piuttosto furbo. Pochi altri lo sono altrettanto. Ma se non fosse stato per le loro chitarre, forse, questi signori venderebbero patatine fritte».
Per come la vede Simmons, i valori dei Kiss hanno trionfato sopra ogni cosa. Tutti i più grandi artisti, dal country all’hip hop, hanno abbracciato il loro spettacolo fatto di palchi e musicisti volanti, fuochi d’artificio. Ormai, non c’è più nessuno che conosce il significato del verbo “svendersi”. I Grateful Dead hanno un’intera divisione della Rhino Records che gestisce le concessioni del loro marchio; il sito di Bruce Springsteen vende tazze e borse col suo nome; Bob Dylan ha fatto una pubblicità del Super Bowl. «Alla fine, fanno tutti a modo nostro», dice Simmons. Lo scorso aprile, finalmente, anche i Kiss sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame, con 15 anni di ritardo. «Con il dovuto rispetto: tutte le band “credibili” possono baciarmi il culo. La vecchia guardia della Rock and Roll Hall of Fame non era neanche in grado di pronunciare la parola credibilità, non ci hanno neanche mai pensato. Perché era in antitesi con il loro comandamento: “Fai quello che vuoi”. In altre parole: non ci sono regole».
I Kiss avrebbero potuto fare una reunion strappalacrime, ma sarebbe stata roba da hippie. Per Gene Simmons, poi, Frehley e Criss «non meritano più di indossare quel trucco. Te lo devi guadagnare, non basta esserci stato all’inizio». «Quel gruppo è morto e sepolto», dice Stanley, «mi sono chiesto che effetto avrebbero fatto Ace e Peter truccati. Ma ci sono voluti 40 anni per costruire tutto questo, e avremmo dovuto rovinare tutto così? ». Criss e Frehley avevano minacciato di boicottare la cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame, ma alla fine hanno presenziato tutti e quattro, senza suonare dal vivo.

A casa di Paul Stanley non c’è memorabilia dei Kiss in bella mostra. «So cosa ho fatto nella mia vita, non ho bisogno di esporlo». Stanley vive con la moglie e tre figli a cinque minuti dalla casa di Simmons. Indossa jeans neri, una maglietta con scollo a V, che mette in mostra muscoli e peli del petto. Anche senza trucco, a 62 anni, sembra il Figlio delle Stelle. L’unica relazione duratura all’interno dei Kiss è proprio quella tra Simmons e Stanley: «Ci siamo sempre considerati fratelli. Ma siamo all’opposto: la priorità di Gene, finora, è sempre stata se stesso». Stando a Criss e Frehley, Paul Stanley è la vera forza dietro la faccia più appariscente del gruppo: «È Paul quello a cui devi stare attento», dice Criss, «è lui il vero leader dei Kiss, quello che tira i fili. Fidatevi». «Gene è il volto dei Kiss», spiega Stanley. «Lo so che ci sono un paio di persone che mi demonizzano, ma è buffo perché non ne conosco altre che dicono lo stesso. Non posso essere ritenuto responsabile dei problemi e dei fallimenti di quei due».
Paul Stanley non è mai apparso nei 167 episodi del reality show di Gene Simmons, nonostante le innumerevoli richieste. «Perché non è la realtà», dice ridendo, «e perché dovrei perdere tempo con qualcosa che ritengo quantomeno discutibile? Se stai filmando una vita finta, significa che te ne stai perdendo una vera». Alle critiche di Stanley, Gene Simmons risponde dichiarandosi colpevole di tutto: «Il momento più fortunato della mia vita è stato quando ho conosciuto Paul. All’inizio mi odiava. Lui dice che sono arrogante? Vero. Egocentrico? Vero. Penso di essere migliore di quello che sono? Colpevole. Ma sono proprio le differenze tra noi a renderci più forti».

Quando chiedo a Stanley se lui e Simmons hanno mai pensato di sedersi a un tavolo e sistemare le cose tra loro, risponde sinceramente confuso: «Non capisco… Cosa ci sarebbe da sistemare? Se siamo stati insieme per 40 anni, significa che ha funzionato tutto». Stanley era nato con una malformazione all’orecchio destro, sordo. Un bullo lo chiamava “Stanley, il mostro con un orecchio solo”. «Era una cosa orrenda. Se indossi una maglietta che ti rende ridicolo, quando la gente comincia a guardarti strano la prima cosa che fai è cambiartela. Ma se nasci con una malformazione, sei costretto a conviverci, e sei perennemente squadrato per quello».
Stanley ha lottato contro la depressione, a 15 anni ha trovato da solo uno psichiatra che lo ha aiutato ad andare avanti. Solo all’inizio degli anni ’80 si è sottoposto a un intervento di chirurgia: i dottori gli hanno ricostruito l’orecchio con il tessuto preso dalla cassa toracica. «Paul si è inventato da solo», racconta Simmons. «Era un ragazzino ebreo cicciottello con tutti quei problemi dovuti all’orecchio. Poi ha creato Paul Stanley, con quel nome e quel look basati sul modello delle rockstar inglesi. Ma, all’inizio, il Figlio delle Stelle era il Mago di Oz: un ragazzino che muoveva i comandi da dietro le quinte. Poi, col passare del tempo, le due figure si sono fuse e sono diventate una cosa sola».
Simmons e Stanley si sono conosciuti tramite un amico comune, il chitarrista Stephen Coronel. All’inizio degli anni ’70 suonavano in un gruppo decisamente più noioso dei Kiss, si chiamavano Wicked Lester; trascorsero mesi lavorando a un disco iperprodotto, che non piaceva a nessuno. Così lasciarono quella band, rimanendo però assieme. «Sapevamo perfettamente cosa volevamo fare», racconta Simmons, «una versione inglese del rock&roll americano. Gli inglesi si vestivano meglio e suonavano meglio, erano molto più fighi della roba di San Francisco, dove la gente sul palco faceva più schifo della gente tra il pubblico». Cominciarono a scrivere canzoni rubando qua e là dai gruppi rock che amavano. Il primo demo di Strutter è puro power pop: «Ci è sempre piaciuta la struttura strofa-ritornello-bridge», spiega Stanley, «i ritornelli ti devono prendere. E a me sono sempre piaciuti Raspberries, Small Faces, Big Star». Per trovare un batterista, risposero a un annuncio pubblicato su Rolling Stone da un 26enne italoamericano, Peter Criscuola, tanto istintivo da non essere mai in grado di suonare la stessa canzone allo stesso modo.

Peter Criss: «Dissi a mia mamma: “Ma’, non è il mio tipo di musica, ma diventeremo un grandissimo gruppo rock&roll»

Le differenze di carattere emersero subito: al loro primo incontro, davanti a un trancio di pizza, Criss si vantò dei 23 centimetri di lunghezza del proprio pene, informazione che Stanley e Simmons non seppero come elaborare. «Avevano licenziato il loro vecchio gruppo», ricorda Criss, «avrei dovuto intuire qualcosa già allora, ma ricordo che tornai a casa e dissi a mia mamma: “Ma’, non è il mio tipo di musica, ma diventeremo un grandissimo gruppo rock&roll».
Trovato il batterista, provarono tanti chitarristi solisti, tra cui un tipo strano che si presentò in sala prove accompagnato dalla mamma, con una scarpa rossa e una arancione. Si chiamava Paul Frehley, ma non c’era posto per due Paul nella band così diventò Ace, un soprannome affibbiatogli dagli amici sorpresi dalla sua bravura con le donne. Provarono mesi prima di suonare dal vivo, e per questo Criss minacciò di lasciare il gruppo. Ma trovarono presto un proprio sound ben distinto e un’immagine così forte da offuscare la loro stessa musica.
«Non posso prendermi i meriti di tutto. Né io né Paul», dice Simmons. «Nessuno può farlo. Tantomeno Ace o Peter, che non hanno mai pensato a nulla». (Ma questa è una scorrettezza perché, per esempio, è stato proprio Ace Frehley a disegnare il logo del gruppo). Ricorda Simmons: «Comprammo gli specchi e i trucchi da clown, senza pensarci più di tanto. E nel giro di un paio di ore è successo quel che è successo. Non era una cosa troppo diversa da quello che vedete oggi».
La madre di Simmons ha visto mamma e nonna morire nei campi di concentramento, dove fu imprigionata a 14 anni. Dall’Ungheria emigrò in Israele, dove nacque Gene. Il padre lasciò la famiglia quando lui aveva 7 anni, subito dopo si trasferirono in America, dove Simmons si innamorò della cultura pop: mostri del cinema, supereroi dei fumetti e il rock&roll. «Le ferite si cicatrizzano, ma rimangono visibili. Ho creato Gene Simmons perché l’altro me non funzionava». Simmons ha usato la propria fama per fare sesso compulsivo con oltre 5mila donne («non tutte avevano due gambe!»), ma la prima relazione seria l’ha avuta nel 1978, con Cher. Nel 1984 ha poi incontrato una modella di Playboy, che ha sposato nel 2011. Hanno due figli, Nick che ha 25 anni e Sophie, 21. «A 70 anni non reggerò più fisicamente», dice passandomi una giacca di pelle con gli spuntoni, peserà più di 11 kg. «Ora ne ho 64, posso fare altri tre tour. Due, se dovesse andare storto qualcosa». Comunque, lui e Paul stanno prendendo in considerazione l’idea di sostituire loro stessi con due nuovi membri, per fare andare avanti i Kiss all’infinito. «Penso ancora ad Ace e Peter. Che stanno facendo ora? Dove sono? Si avvicina la fine, come fanno soldi? Come pagano le bollette? Sono sulla sessantina, Peter avrà 67 o 68 anni».

Le ferite si cicatrizzano,
ma rimangono visibili.
Ho creato Gene Simmons perché l’altro me non funzionava

Ace Frehley ha 62 anni e vive con una ragazza molto più giovane di lui in un condominio di lusso vicino l’aeroporto di San Diego. L’ascensore si apre direttamente nel suo appartamento, dove la prima cosa che vedi è una statua a grandezza naturale dell’Uomo dello Spazio. Quando compare, il vero Frehley è un po’ meno snello della statua e ha la barba, che è costretto a radersi per mettere il trucco. Ha ancora i capelli lunghi, indossa occhiali da sole, t-shirt, jeans e stivali di lucertola. «Sono felice come una pasqua: sto bene, lavoro e ho una donna meravigliosa». È appena rientrato da Las Vegas, dove ha trascorso un paio di giorni a registrare musica e giocare d’azzardo: «Non posso bere, non posso più prendere droghe. Ma ci sono altri vizi».
Cresciuto in un quartiere medio borghese del Bronx ascoltando Page, Clapton, Townshend e Beck, Frehley è stato il primo guitar hero per molti chitarristi della generazione successiva alla sua. Per Paul Stanley, invece, «solo perché sei stato votato primo chitarrista da Circus davanti a Jimmy Page, non significa che tu lo sia davvero. Ma quelli come lui ci credono». Dopo il successo di Alive, i Kiss entrarono in studio con Bob Ezrin: «C’era troppa cocaina con lui», ricorda Frehley, «e una volta che ho iniziato a farmi davvero di coca ho cominciato anche a bere di più, sempre di più. Ero veramente fuori». Frehley lasciò la band al ralenty, mentre i compagni provavano a convincerlo a restare: «Ero convinto che, se fossi rimasto nel gruppo, mi sarei ammazzato. Ho lasciato perdere un contratto da 15 milioni di dollari, sarebbero 100 milioni oggi. Il mio avvocato pensava fossi un pazzo».

Peter Criss abita in una grande casa a Monmouth County, nel New Jersey. Ad aprire la porta è la sua fidanzata, perché lui pochi anni fa ha ricevuto una brutta sorpresa: «C’erano sei o sette naziskin norvegesi che volevano il mio autografo! Avrebbero potuto ammazzarmi, viviamo in un mondo di pazzi. Presente cosa è successo a John Lennon?».
Criss è morto e resuscitato più volte: «Sono un gatto, ma le mie vite stanno finendo tutte». La prima volta è andato a sbattere contro un palo con la sua Porsche. E l’altra? «Neanche mi ricordo. Sicuramente qualcosa di stupido». La sua cantina sembra la sala prove di un ricco dentista innamorato dei Kiss e della batteria. A fianco alla cassa scintillante ci sono ampli, chitarre e una modesta collezione di memorabilia dei Kiss: «Sono stato a casa loro, non sapevo neanche cosa potevo toccare o dove potevo sedermi. Non mi piace vivere in un museo».
A differenza di Frehley, Criss è rimasto sobrio per il periodo della reunion degli anni ’90: «Volevo dimostrare ai fan che stavo meglio, che non mi drogavo più, che ero un uomo rinato». Criss rimase di stucco quando Frehley, ubriaco, gli confessò che guadagnava 10mila dollari in più a serata. «Vorrei che non ci fosse cattivo sangue tra noi. Non possiedo più i diritti del trucco, ma se me lo prestassero, sarei felice di rimettermelo». Mentre esco, Criss prende una vecchia foto in bianco e nero del gruppo, quattro supereroi rock&roll sorridenti: «Una gran bella foto. Che ti devo dire? Amo ancora il mio gruppo».

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di Rolling Stone

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