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10 grandi performance del frontman degli Alice in Chains

Tutti gli highlights della carriera di Layne Staley, dalle cover band liceali fino ai gloriosi anni del grunge

Alice in Chains, al Lollapalooza, USA, 1993. (Photo by John Lynn Kirk/Redferns/Getty Images)

Alice in Chains, al Lollapalooza, USA, 1993. (Photo by John Lynn Kirk/Redferns/Getty Images)

Lo storico frontman degli Alice in Chains, Layne Staley, è scomparso 15 anni fa: la sua morte non è stata una sorpresa per chi lo conosceva bene e per chi ha seguito con attenzione la sua carriera. Anche nel periodo di massimo del successo della band di Seattle, il frontman non nascondeva la sua dipendenza dall’eroina. Nel 1998, anno della breve reunion del gruppo, Staley era completamente sparito dalla circolazione.

Nonostante sia impossibile separare la sua arte dalla sua dipendenza, Staley era un cantante incredibilmente talentuoso e carismatico, un artista capace di performance ancora da pelle d’oca. Invece di soffermarci sui tragici eventi che hanno portato alla sua morte, meglio goderci queste 10 perle della sua breve ma incredibile carriera.

Sleze, “False Alarm” (Lakeside School, 1985)

Pochi sanno che Staley, prima di diventare un cantante, era un discreto batterista. Il cambio è avvenuto nel 1984, anno in cui si è unito agli Sleze, una metal band di ragazzi provenienti da alcune scuole della zona di Seattle. «Eravamo sconvolti dal suo talento», ha detto il chitarrista Johnny Bacolas a Greg Prato, autore di Grunge Is Dead: The Oral History of Seattle Rock Music. «Aveva già qualità da superstar. Certo, era più timido – mentre cantava guardava per terra -, ma la sua voce era già lì, la sua anima veniva già fuori». Staley aveva decisamente superato la sua timidezza il giorno in cui è stata registrata questa performance del brano degli Armored Saint. Il concerto era alla Lakeside School di Seattle: anche vestito con un blazer e con dei pantaloni assurdi è impossibile non immaginarselo tra le divinità del rock.

Alice in Chains, “Love, Hate, Love” (Seattle, 1990)

Uno dei brani più belli del debutto degli Alice in Chains, “Love, Hate, Love”, mostra già i segni del passaggio dal metal anni ’80 all’hard rock più claustrofobico, con la voce di Staey assolutamente al centro della scena. «La sua voce sembrava provenire dal corpo di un biker di 100kg, non da quella del piccolo Layne», ha detto a Rolling Stone il chitarrista Jerry Cantrell. «La sua voce era la mia voce». Questa incredibile performance, registrata al Moore Theater di Seattle per il video Live Facelift, ci permette di capire esattamente di cosa stesse parlando Cantrell.

Alice in Chains, “It Ain’t Like That” (‘Singles’ bonus footage, 1991)

Nel 1991 gli Alice in Chains non erano ancora famosi a livello nazionale. È in questo periodo che Cameron Crowe ha ripreso il loro concerto al club DeSoto, a Seattle. Il video è apparso in Singles, la commedia romantica del 1992 con sullo sfondo la scena grunge della città. Questa performance adrenalinica – inclusa come bonus della versione BluRay del film – mostra Staley e gli altri componenti del gruppo mentre dominano il palco. Crowe ha raccontato come i dirigenti di Warner Bros fossero molto confusi dalle riprese: «In quel periodo Harry Ti Presento Sally era il film del momento, gli executive avranno pensato: ‘Ma perchè quel tipo con i dread si muove in quel modo?’ Quello è Layne! Degli Alice in Chains! Mi avrebbero risposto ‘E dove sta Billy Crystal? Dai, dacci musica che conosciamo’».

Alice in Chains, “Man in the Box” (‘ABC in Concert’, 1991)

“Man in the Box”, l’opener di Facelift passò parecchio in radio e diventò subito un punto fermo di tutte le scalette dei concerti degli Alice in Chains. Il brano era un modo perfetto per mostrare tutte le qualità della voce di Staley e la sua presenza scenica. «Layne è uno dei frontman più impressionanti che io abbia mai visto. Era così cool e inquietante, davvero un figo», ha detto Mike Inez, il bassista che ha rimpiazzato Mike Starr nel 1993. Non ci sembra giusto contraddirlo, soprattutto dopo aver visto questa performance estratta da ABC in Concert.

Alice in Chains, “Junkhead” (‘Singles’ release party, 1992)

Scritta durante il primo di moltissimi periodi di rehab, “Junkhead” – come “Stinkman” e “God Smack”, altri due brani estratti da Dirt – racconta la lotta del cantante con la sua ansia e il disprezzo veso se stesso, conseguenze della sua dipendenza da eroina. Nonostante i problemi del cantante con la droga, Dave Jerden, il produttore di Dirt, fu subito colpito dall’energia e dalla visione che ha portato in studio di registrazione, soprattutto durante le incisioni della voce. «Sapeva perfettamente cosa fare prima ancora di iniziare. Mi diceva solo: ‘fammi fare un’altra traccia, voglio sovraincidere questa frase’. Sapeva tutto, ci diceva cosa fare e noi lo facevamo», ha detto Jarden all’Atlantic. Nonostante i suoi demoni, Staley appare incredibilmente concentrato in questa performance registrata al Park Plaza Hotel di Los Angeles due settimane prima dell’uscita del disco.

Alice in Chains, “Godsmack” (Ozzy Osbourne tour, 1992)

Tre giorni dopo l’inizio dell’Ozzy Osbourne No More Tours, Staley si ruppe il piede nel backstage. Di solito infortuni del genere rovinano i tour delle band, ma in questo caso le cose sono andate diversamente. «Layne non si era rotto la voce, e non era tipo da ballare sul palco», ha detto Sean Kinney a Rolling Stone. L’infortunio, paradossalmente, ha aggiunto un elemento teatrale alle sue performance. Staley faceva “God Smack” in sedia a rotelle e, come si vede in questa clip, cantava da dio anche da seduto. «Mi piaceva da morire l’effetto-sedia-a-rotelle. Non so, lo faceva sembrare più cattivo», ha detto il bassista Mike Starr.

Alice in Chains, “Would?” (Rio de Janeiro, 1993)

Scritta da Jerry Cantrell, “Would?” è diventata subito una delle canzoni più note degli Alice in Chains, un perfetto distillato dell’essenza della band: tre minuti di riff potentissimi, ritornelli spaventosi e atmosfere e disperate. Il brano, poi, è un perfetto esempio dell’unicità degli arrangiamenti vocali di Staley e Cantrell; non solo le loro voci si mescolavano alla perfezione, ma le armonizzazioni erano fondamentali per la presenza sonora della band. «Ho iniziato a cantare solo ed esclusivamente grazie a lui. Cantrell e Staley erano il team migliore del mondo per me, secondi solo a Joe Perry e Steven Tayler. Il modo in cui si armonizzavano, lo stile vocale era una cosa così diversa da tutto quello che si sentiva all’epoca. Era impossibile non esserne influenzati», ha detto a MTV News Sully Erna, il frontman dei Godsmack. Questa versione live dimostra come l’intesa tra i due fosse perfettamente replicabile anche sul palco.

Mad Season, “River of Deceit” (Seattle, 1995)

Mentre gli Alice in Chains erano temporaneamente in pausa, anche a causa dei problemi di Staley con la droga, il cantante suonava con i Mad Season, il progetto parallelo del chitarrista dei Pearl Jam. Anche lui veniva da un periodo di riabilitazione e sperava che suonare con musicisti sobri avrebbe aiutato Staley a superare i suoi problemi. «Gli ho detto: ‘Fai quello che vuoi, scrivi le canzoni e i testi, sei il cantante’. Lui entrava in studio e faceva questi pezzi incredibili.», ha detto McReady a Rolling Stone nel 2002. Uno dei brani più interessanti del disco, “River of Deceit”, è suonato divinamente in questo concerto del 1995, l’ultimo di Staley con i Mad Season.

Alice in Chains, “Down in a Hole” (‘MTV Unplugged’, 1996)

Gli Alice in Chains hanno registrato la loro performance per MTV Unplugged nella primavera del 1996. I quattro membri della band non suonavano insieme sullo stesso palcoscenico dal 1995. Staley sembrava davvero fragile, ma i suoi problemi con la droga hanno dato a “Down in a Hole” un significato nuovo, più oscuro. Il brano, scritto da Cantrell, parlava delle sue difficoltà a conciliare la vita on the road con quella di coppia. Questa performance sembrava offrire qualche speranza, come l’intero set di Unplugged. «Non è facile individuare i pezzi migliori di quel concerto, ma non avevamo mai suonato “Down in the Hole” dal vivo. Devo dire che è venuta davvero bene».

Alice in Chains, “Again” / “We Die Young” (‘Letterman’, 1996)

Solo un mese dopo le registrazioni di Unplugged, gli Alice in Chains hanno suonato al Late Show di David Letterman. Staley era ancora più provato del mese precedente: la sua performance in “Again” – un singolo estratto dal disco omonimo del 1995 e suonato live per la prima volta – era debole. Nonostante tutte le sue difficoltà, però, l’attacco di “We Die Young”, il classico di Facelift, è da brividi, come se il cantante fosse riuscito in un istante a riaccendere il fuoco della sua giovinezza. Purtroppo questa è una delle sue ultime apparizioni dal vivo.

«Layne aveva una voce incredibile, piena di bellezza, tristezza e inquietudine», ha detto Billy Corgan, il frontman degli Smashing Pumpkins, dopo la morte del cantante. «Era unico perchè i suoi demoni erano nella sua voce. Ho visto una delle ultime performance degli Alice in Chains, aprivano un concerto dei Kiss al Tiger Stadium. Si esibirono con la luce del sole e fu incredibile. Pensare a quel concerto è un bel modo per ricordare qualcuno che ci mancherà molto».

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