New Music Friday, le scelte di Rolling – 29 gennaio 2020 | Rolling Stone Italia
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New Music Friday, le scelte di Rolling – 29 gennaio 2020

La nuova stella inglese Celeste, il disco dei Weezer sull'alienazione, l’esperimento dello Stato Sociale, il super album di Madlib e Four Tet, i singoli di Gazzelle e Psicologi: le uscite da non perdere

Celeste

Foto: Elizaveta Porodina


Celeste, “Not Your Muse”

Love Is Back, dice il titolo del suo ultimo video. Ma in Inghilterra è tornato anche un modo di cantare intenso, figlio del soul e con un debito nei confronti del jazz, adatto a chi sente la mancanza di Amy Winehouse, ma non della sua irrequietezza, e non vede l’ora di sentire il nuovo di Adele. «Questa sono io», dice Celeste dell’album Not Your Muse. Impossibile ignorare una voce del genere. Qui la nostra intervista.


Madlib, “Sound Ancestors”

Lo scorso ottobre Four Tet ha detto di essere al lavoro su un disco di Madlib. L’idea, ha scritto su Twitter, era confezionare un album diverso, «niente beat da far usare ad altri cantanti, ma musica concepita e arrangiata per essere ascoltata dall’inizio alla fine». Il risultato è Sound Ancestors, un disco denso e particolare che combina jazz, reggae, beatmaking e tanto altro ancora. Da ascoltare.

FKA twigs, Headie One, Fred Again, “Don’t Judge Me”

La pop star, il rapper e il produttore rimettono mano a un pezzo contenuto nel mixtape del 2020 Gang e lo trasformano nell’inno di chi lotta contro il nemico invisibile della discriminazione. Al centro del video, oltre a FKA twigs e Headie One, c’è l’installazione di Kara Walker Fons Americanus.


Arlo Parks, “Collapsed in Sunbeams”

Apre l’album con una poesia, perché è da lì che viene la sua musica. Compone circondata da cristalli energetici. Cita Zadie Smith. Mira ad evocare nelle sue canzoni il «senso di struggimento adolescenziale ed emotività impetuosa che puoi sentire in dischi come quelli di Alanis Morissette o dei Nirvana». L’abbiamo intervistata.


Anna B. Savage, “A Common Turn”

Una voce scura, nobile, bassa, perfetta per cantare storie drammatiche accompagnata da un mix di strumenti acustici folk ed elettronica. Lei viene da Londra, a tratti ricorda persino Jeff Buckley senza le acrobazie vocali e in qualche passaggio Joni Mitchell. E in Chelsea Hotel #3 risponde a Leonard Cohen immaginando una scena di sesso nell’hotel in cui lei si tocca e intanto immagina Tim Curry in lingerie.


Gazzelle, “Belva”

«Metti ogni cosa al suo posto così ogni posto avrà la sua cosa, mi diceva mio padre quando ero piccolo. Io ci provo ancora ma il posto mio non so bene quale sia», dice Gazzelle del nuovo singolo Belva, un antipasto dal nuovo album OK dopo Destri, Lacri-ma e Scusa. È una canzone scura, tra melodie it-pop, arpeggi di chitarre col chorus e drum machine terzinata, che parla di incomprensioni e incomunicabilità.

Psicologi, “Incubo”

Un pianoforte sporco, il fruscio dei vecchi vinili, un beat essenziale, accenni di synth, un gran ritornello da cantare. È Incubo, il nuovo singolo degli Psicologi – prodotto da Dardust –, che continuano a esplorare lo spazio grigio tra rap, lo-fi e pop-punk.


Lo Stato Sociale, “Bebo”

«Volevate un disco nuovo? E noi ve ne diamo cinque», dice Lo Stato Sociale di Bebo, primo episodio di un nuovo progetto discografico composto da cinque album, uno per ogni membro del gruppo. Ovviamente, si parte con Bebo – che abbiamo intervistato a proposito della situazione Sanremo –, e cinque brani di elettronica, spoken word, collaborazioni con i Botanici e Remo Anzovino. «Siamo un collettivo, ora diamo spazio alle singole personalità e alle idee artistiche individuali».


SPZ, “Noi/gli altri”

«Ogni brano è un costume che ho indossato», dice SPZ, e cioè Andrea Spaziani, romano. E difatti in copertina appare come uno scimmione, sul retro con addosso una tuta argentata da astronauta. Nella mezz’oretta di musica di Noi/Gli altri, SPZ mette assieme canzone d’autore portata nello spazio, ultra pop fatto coi sintetizzatori, un canto nel registro alto spudoratamente melodico che evoca vulnerabilità e sensibilità. In un pezzo ci sono Voodoo Kid e See Maw.


Weezer, “Ok Human”

«È il miglior momento possibile per far uscire questo disco», ha detto Rivers Cuomo di Ok Human. «Parla di sentirsi isolati, alienati e soli, è perfetto per questi tempi». Sembra la descrizione di un progetto nato nel lockdown, ma in realtà il nuovo album dei Weezer ha una storia diversa. La band ci lavorava già nel 2017, ma l’ha messo da parte per scrivere musica adatta al mega tour con Green Day e Fall Out Boy (il materiale che è finito in Van Weezer). Ok Human, infatti, c’entra poco con un concerto in uno stadio: è una raccolta di pop orchestrale, quieto e delicato, che sembra scritto per accompagnare i tempi che stiamo vivendo.


Steven Wilson, “The Future Bites”

Con The Future Bites Steven Wilson si toglie definitivamente di dosso il passato prog rock dei Porcupine Tree. Il suo sesto album solista è ancora più orientato verso il pop rispetto ai precedenti e ha un sound potente e definito, con echi di new wave anni ’80 e un concept ambizioso. «Come musicista mi interessa evolvermi. Ho voluto raccontare il modo in cui oggi noi esseri umani vediamo noi stessi, riflessi come siamo nel prisma dei social media», ci ha detto.


Martin Gore, “The Third Chimpanzee”

«Il primo brano che ho registrato aveva un sound che non era umano. Sembra quasi derivasse da un primate», ha detto Martin Gore di Howler, la canzone che apre il nuovo The Third Chimpanzee. È un EP sperimentale, interamente strumentale, complesso e stratificato, ispirato a un libro di antropologia.


Notwist, “Vertigo Days”

A sette anni dall’ultimo Close to the Glass, i Notwist tornano con un disco molto atteso: si intitola Vertigo Days ed è un gioiello di melodie indie pop, atmosfere rarefatte, influenze kraut e jazz. «L’atmosfera strana e surreale del primo lockdown ci ha permesso di isolarci e concentrarci sulla musica. Intorno a noi sembrava che il mondo stesse per collassare. Tutto questo ha influenzato molto i nuovi brani», ha detto Markus Archer.

Goat Girl, “On All Fours”

Pop progressista dall’Inghilterra. Loro sono in quattro, tutte ragazze, e hanno una gran fantasia. Gli echi post punk dell’esordio sono attenuati a favore di canzoni colorate e cangianti. Non ci sono melodie memorabili, ma pezzi costruiti in modo ingegnoso e con un senso dell’avventura che spesso manca al pop. E poi ci sono i testi a volte inesistenti, a volte minimali, a volte incentrati su racconti che diventano metafora dell’avidità del capitalismo.