‘Nevermind 30th’ racconta il tour che ha quasi distrutto i Nirvana | Rolling Stone Italia
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‘Nevermind 30th’ racconta il tour che ha quasi distrutto i Nirvana

I quattro concerti contenuti nell'edizione per il trentennale dell'album di 'Smells Like Teen Spirit' fotografano i giorni in cui la band di Kurt Cobain si stava trasformando in un fenomeno globale

Kurt Cobain sul palco nel 1991

Foto: Gie Knaeps/Getty Images

Quando Kurt Cobain si puntò un fucile addosso ponendo fine alla sua breve vita nell’aprile del 1994, la reazione del music business e dei fan, al netto del sentitissimo cordoglio, ebbe tinte a dir poco macabre. A corpo ancora caldo, fioccavano ordini per milioni di dollari sull’intera discografia dei Nirvana e orde di fan si precipitavano ad accaparrarsi qualsiasi cosa avesse sopra il logo dello smiley ubriaco. Soprattutto, le etichette specializzate in bootleg cominciarono a intravvedere i dollaroni, rendendo disponibili una serie di registrazioni amatoriali, sia live che in studio, pressoché inascoltabili. Poco dopo il fattaccio, infatti, ecco il primo volume della raccolta seriale Outcesticide, un capolavoro d’illegalità che provava quanto materiale ancora inesplorato ci fosse negli archivi Geffen e Sub Pop, ma che, contemporaneamente, divenne un oggetto di culto per i fan oltranzisti della band, in primis per la scelta del titolo (un gioco di parole con Incesticide, uscita due anni prima).

Tutta questa premessa serve a ricordare che il dissotteramento del materiale non ufficiale che i Nirvana hanno lasciato ai posteri non è ancora finito. Mettendo da parte le inevitabili polemiche sulla bontà di queste operazioni, è bello sapere che, allo scoccare di ogni decennale, ci sarà sempre qualcosa di nuovo da ascoltare e da vedere.

Se Nevermind 20th Anniversary, pubblicato nel 2011, aveva accontentato i fan più esigenti dando loro cose a cui avevano anelato per anni (es: le Smart Studio Sessions e il leggendario live al Paramount di Seattle del 1991), per Nevermind (30th Anniversary Edition) si è scelto di corredare l’album rimasterizzato con quattro concerti. Non scelti a caso, ovviamente. Si tratta del Live in Amsterdam registrato e filmato il 25 novembre 1991 al club Paradiso; il Live in Del Mar, California registrato il 28 dicembre 1991 al Pat O’Brien Pavilion al Del Mar Fairgrounds; il Live in Melbourne registrato il 1° febbraio 1992 al The Palace di St. Kilda; e infine, il Live in Tokyo registrato al Nakano Sunplaza il 19 febbraio 1992.

Sono concerti che, nella loro furia e imperfezione, incarnano perfettamente il periodo che la band stava attraversando: l’improvvisa e incontrollabile ascesa che seguì l’uscita di Nevermind. Un’ascesa non immediata, ma impetuosa. Ascoltati oggi, quei live rimandano a un tempo che non torna più, non solo per noi, qui e ora; un tempo che non sarebbe tornato nemmeno nell’arco della breve esistenza dei Nirvana.

Come successo per altri live in passato, questi concerti sono stati disponibili sotto forma di bootleg (in buona qualità) sin dai primi anni ‘90, e sono circolati su varie piattaforme. Quel che offre in più l’edizione super deluxe di Nevermind (30th Anniversary Edition) sono alcune tracce inedite, ossia, mai comparse in pubblicazioni ufficiali (alcune tracce di questi concerti erano presenti nella raccolta From the Muddy Banks of the Wishkah). Ma il vero valore aggiunto è la mano santissima e onnipotente di Jack Endino, il produttore chiave del Seattle Sound, a cui è stata affidata la post produzione. Una scelta apprezzabile. Ognuno di questi concerti porta con sé un grado diverso d’intensità. Ripercorriamoli.

Il 4 novembre del 1991, la band dava inizio alla seconda tranche di quel tour europeo che toccò anche l’Italia (quattro memorabili date, in quattro locali piccoli, perché piccola era l’aspettativa). La reputazione dei Nirvana e il buzz intorno a Nevermind videro un’ascesa rapidissima proprio in quei giorni. Le prevendite dei concerti s’impennavano; le copie del disco, arrivate pigramente negli store, cominciavano a sparire nell’arco di poche ore, tanto che neanche la Geffen fu in grado di stare al passo, avendo distribuito un numero di copie inferiore alle richieste. Era un’onda che stava montando sempre di più, e faceva paura. Il tutto mentre Kurt Cobain dormiva ancora nella sua Plymouth Valiant del 1963.

Il 24 novembre, la band aveva in calendario una data al Melkweg di Amsterdam, un locale con una capienza di 700 persone. A causa dell’enorme richiesta fu necessario cambiare location. Si optò per il più capiente Paradiso, e il live slittò di un giorno. Quarantotto ore dopo, Nevermind aveva venduto nei soli Stati Uniti un milione di copie.

A oggi, questo è un live che definire “iconico” è riduttivo; la band va dritta come un fuso e fa sbattere la faccia contro un muro del suono che pareva impossibile arrivasse da tre soggetti. Di questo concerto è passato alla storia, oltre alla caotica perfezione di ogni singolo pezzo, il momento dell’accordatura sbagliata della chitarra su Come As You Are. Con Kurt che, dopo aver ripetutamente tentato di accordarla, ha continutato a cantare, come un bambino capriccioso e carico d’ira, dimostrando al mondo che un pezzo della madonna può essere indimenticabile dal vivo anche con l’accordatura sbagliata e il cantante che di proposito non becca una nota.

A seguire, i Nirvana diedero inizio a un mini-tour degli Stati Uniti con i Red Hot Chili Peppers e gli allora emergenti Pearl Jam. Un tour che li vide impegnati in set relativamente brevi – circa 45 minuti – alcuni dei quali registrati in diretta da Westood One FM Radio, e remixati dal produttore Andy Wallace. Il 28 novembre, la band suonò al Pat O’Brian Pavillion di Del Mar, California, un live che svetta per la qualità e profondità del suono, nonché per la forma vocale di Cobain. A questo punto, Nevermind ha venduto negli USA due milioni di copie e ha scalzato Michael Jackson dalla classifica di Billboard. Giorni di fuoco per Cobain, che ufficializzava la sua relazione con Courtney Lovee e cominciava quella con l’eroina.

Il cofanetto contiene anche tracce del tour che i Nirvana tennero in Australia e Giappone a partire dal 24 gennaio 1992. Il live australiano scelto è uno dei tre che la band tenne al Palace St. Kilde di Melbourne il 1° febbbraio 1992, col pubblico in delirio. Se è vero che il tour australiano/neozelandese/giapponese fu un capitolo essenziale per la band, è anche vero che è anche quello meno considerato e discusso nelle biografie, il che rende ancora più apprezzabile la sua presenza in questo cofanetto. Al netto delle singole performance, fu un tour catastrofico, per i problemi tecnici e per quelli di Kurt, che, dalla terza data in poi, aveva cominciato a soffrire dei suoi acutissimi dolori di stomaco e dei classici sintomi di astinenza dall’eroina. Le canzoni hanno un altro mood rispetto ai tour europei: sono più lente e più dolenti. Diverse date furono cancellate. Per giunta, Courtney Love era incinta. Ed era presente.

Nonostante questo, in Australia, il (primo e unico) passaggio della band fu un vero e proprio tornado che sconvolse un intero continente. Lo stesso impatto culturale che la band aveva provocato nell’arco di un paio d’anni in Europa, in Australia avvenne nel giro di un paio di settimane. Pare inoltre che alcuni tra i migliori chitarristi australiani abbiano trascorso ore a osservare Kurt, chiedendosi come diavolo fosse possibile suonare quelle note con la mano sinistra. «Non ci riuscirai mai a meno che non accordi la chitarra alla rovescia», era la risposta più frequente.

Dopo l’Australia, i Nirvana fecero tappa in Giappone. A queste date Kurt arrivò, usando le sue stesse parole, «come uno zombie che cammina». Qui la band ebbe a che fare con cose mai viste prima, tipo un pubblico di un migliaio di persone, seduto, che applaudiva educatamente alla fine di ogni canzone. Niente stage diving, niente headbanging. Nessuno era autorizzato a lasciare il proprio posto a sedere e c’era security ovunque pronta a sedare gli animi nel caso qualcuno si divertisse troppo. Il set rispecchiava questa modalità d’ascolto, perché ogni pezzo fu suonato con un po’ più di maniera.

La data inclusa in Nevermind (30th Anniversary Edition) è quella del 19 febbraio 1992 al Nakano Sunplaza di Tokyo, senz’altro il migliore dell’intero tour giapponese, in quanto fu l’unica in cui Kurt ebbe un approccio un po’ più rilassato e meno nervoso verso la sua voce. In generale, questa tranche fu affrontata dalla band come una boccata di aria fresca dopo le fatiche dell’Australia, e il motivo era semplice: in Giappone, i Nirvana non erano osservati e adulati come nel resto del mondo. Cosa ancor più importante, in Giappone fu impossibile per Kurt trovare qualcuno che gli desse dell’eroina. In compenso incontrò di persona la sua band giapponese preferita: le Shonen Knife.

I Nirvana iniziarono il tour di Nevermind come una band compatta e lo terminarono a brandelli. Non è una sorpresa che, ancor prima di partire, nessuno, né la band, né il suo entourage, volesse fare questo tour. Troppe date, troppa pressione. Ancora, a distanza di tempo, ci si chiede come si sia riusciti a portarlo a casa. Per questo, riascoltare e rivedere questi concerti, oggi, è più che mai essenziale per conoscere la loro storia.

Per usare le parole di Dave Grohl dette a Michael Azerrad nel 1993, «ci volle del coraggio da parte di Kurt per affrontare quel tour. Era messo di merda. Aveva un aspetto di merda. Ma andò oltre».

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