Nessuno scrive più inni generazionali come ‘Siamo solo noi’ | Rolling Stone Italia
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Nessuno scrive più inni generazionali come ‘Siamo solo noi’

Affinità e divergenze fra il pezzo simbolo del Vasco-pensiero dei primi anni '80, contenuto in un album che domani uscirà in versione speciale per il quarantennale, e l'it-pop, la trap e i Måneskin

Vasco Rossi sulla copertina di 'Siamo solo noi'

Quando pubblicò Siamo solo noi Vasco Rossi aveva 29 anni. Era il 9 aprile 1981, alle spalle il rocker emiliano aveva già tre album – …Ma cosa vuoi che sia una canzone…, Non siamo mica gli americani! e Colpa d’Alfredo – che gli erano valsi un certo seguito, ma i tempi del successo vero e proprio sarebbero arrivati poi, complici due Festival di Sanremo e la vittoria al Festivalbar con Bollicine nel 1983. Insomma, 40 anni fa Vasco, che pur aveva già pubblicato Albachiara, non era ancora un artista mainstream che vendeva milioni di copie a disco, semmai era uno che con la Steve Rogers Band suonava ovunque gli capitasse, di fronte a tanti o pochi spettatori non importava.

In compenso con il suo fare da rocker maledetto aveva attirato l’attenzione di tv e stampa, vedi alla voce Nantas Salvalaggio, giornalista che nel dicembre ’80, dopo aver visto Rossi cantare Sensazioni forti e sentito versi come “non importa se la vita sarà breve, vogliamo godere!” durante quello che ai tempi era il programma nazional-popolare per eccellenza, la Domenica In condotta da Baudo, aveva bollato il rocker di Zocca come «un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”», uno che «se non possiamo metterlo dentro, abbiamo almeno il diritto di non invitarlo a tavola, né di farlo sedere in salotto, fra le persone per bene». Nientemeno. Per il cantante di Zocca fu come ricevere un vassoio d’argento su cui servire la propria replica in musica: nella primavera ’81 usciva Siamo solo noi, con in apertura quella title track che per moltissimi ragazzi e ragazze dell’epoca divenne un inno generazionale, di quelli da intonare in coro a voce alta e con tutta l’energia che si ha in corpo perché ci si sente rappresentati e allora facciamolo sentire a tutti, chi siamo e come stiamo.

Con quella canzone Rossi rispondeva proprio al perbenismo alla Salvalaggio – il quale sarebbe stato citato più esplicitamente nel 1982 in Vado al massimo – ma a partire dalla prospettiva di un figlio che si sente continuamente dire dalla madre «sei solo te che fai quelle robe lì, sei solo te». E invece no, è la reazione di Vasco, «siamo solo noi che andiamo a letto la mattina presto e ci svegliamo con il mal di testa, siamo solo noi che non abbiamo vita regolare, che non ci sappiamo limitare, siamo solo noi che non abbiamo più rispetto per niente, neanche per la mente». Non io, noi, e con quel plurale era un’intera generazione a essere chiamata in causa, quella che dopo il sequestro Moro stava vivendo la cosiddetta stagione del riflusso: il rifluire della politica nel privato, lo sfaldamento dei movimenti di protesta e per i diritti che avevano caratterizzato i due decenni precedenti, il trionfo del disimpegno che portava con sé la morte di un orizzonte collettivo e la conseguente fuga nel carpe diem, in un eterno presente oltre il quale tutto è incertezza, in qualche eden lontano ed esotico (leggi India e Oriente), nell’eroina da cui l’Italia era stata inondata. Eccola, la «generazione di sconvolti che non han più santi né eroi» tratteggiata da Vasco mescolando il tutto alle sue frustrazioni personali.

«Questa è una canzone venuta fuori dalla rabbia, dalla sofferenza di suonare in giro davanti a venti persone che mi guardavano come fossi matto», ha raccontato lui. «In quel periodo avevo un manifesto molto aggressivo: c’era la mia faccia incazzatissima. Mi ci sono messo di fianco e ho cominciato a cantare “siamo solo noi” pensando al fatto che mia madre diceva “sei solo te che fai quelle robe lì, sei solo te”. Ho portato tutto questo a livello generazionale. “Siamo solo noi, però non rompeteci i coglioni perché non ne possiamo più”».

A emergere è il conflitto con un mondo degli adulti che chiuso nel suo conformismo non può capire, lo stesso da cui l’adolescente protagonista di Albachiara scappava rintanandosi “sola dentro a una stanza” con “tutto il mondo fuori”. Ma non solo: Siamo solo noi esprime il fastidio provato dal 29enne Vasco nei confronti di quel conservatorismo bigotto dell’Italia democristiana che aveva già ispirato due tracce incluse nel precedente album Colpa d’Alfredo: la succitata Sensazioni forti, che non a caso omaggiava Sex and drugs and rock and roll di Ian Dury, e Asilo Republic, definita dallo stesso autore una metafora della rivoluzione culturale giovanile degli anni ’70. «I bambini dell’asilo sono il movimento studentesco. Il bambino che si butta dalla finestra è Pinelli… e ci volevano far cedere che si fosse buttato da solo! La madre è l’opinione pubblica. L’agente è lo stato di polizia. Il ritornello “come prima più di prima” rappresenta le nostalgiche pulsioni per un ritorno al fascismo. E i “fuochi” sono i morti, le galere e le botte alle manifestazioni. E l’eroina che sarebbe arrivata provvidenzialmente ad addormentarci le coscienze». Queste le parole di Vasco riportate da Massimo Poggini nel libro Vasco Rossi, una vita spericolata, e bastano per capire quanto Rossi avesse ben presente che le canzoni possono offrire più chiavi di lettura e che con quelle chiavi poteva essere parecchio divertente giocare, anche accettando il rischio di essere etichettato come un tossico senza speranza.

È così che è nata Siamo solo noi, dalla mente di un Vasco che si sballava, certo, ma che soprattutto fece furbamente dello sballo elevato a stile di vita il proprio scudo per dare voce a quelli che come lui, mentre altri ballavano su Le cicale di Heather Parisi e sul Gioca jouer di Cecchetto, erano loro malgrado finiti in una spirale di disillusione e disincanto. “Non vi stiamo neanche più ad ascoltare”, fa sapere Vasco ai critici di ogni sorta pronti a puntare il dito. E per accompagnare quel testo e la sua voce sceglie ancora una volta il rock di cui si era invaghito tempo addietro, perché gli sembra il linguaggio più adatto alla sua gente, alla voglia di provocare per smuovere le coscienze, oltre che il genere perfetto per scrollarsi di dosso la melodia all’italiana, per andare oltre il cantautorato impegnato e le lunghe narrazioni alla Guccini o alla De André e proporre uno stile più immediato e aderente allo Zeitgeist, allo spirito del tempo, quindi più diretto, fatto di poche parole, di sintesi, di quotidianità, di frasi brevi e potenti come slogan. Rolling Stones, Lou Reed, Judas Priest, Police, l’hard, il blues: Rossi e la Steve Rogers Band frullano tutto insieme (senza dimenticare Rino Gaetano) e come condimento estetico scelgono occhiali scuri e giubbotti di pelle, roba ben lontana dai look sgargianti allora onnipresenti un po’ ovunque. Mi vedete come un maledetto? Voilà. Si muove in questa direzione lo sberleffo del Blasco, che qui co-prodotto da Guido Elmi fa iniziare Siamo solo noi, la canzone, con un giro di basso suonato da Claudio “Il Gallo” Golinelli e composto sugli stessi tre accordi di Colpa d’Alfredo, più un quarto aggiunto dalla chitarra di Maurizio Solieri. Volutamente: «Dicevano che non avevo uno stile, troppo eclettico, sempre diverso. Per me, invece, fino a quel momento, tentare di scrivere una canzone diversa dall’altra era stato un impegno. Così, per dimostrare a tutti che se volevo potevo fare la stessa roba, presi il giro di Colpa d’Alfredo e ci costruii sopra Siamo solo noi».

Viene da dire che in fondo Vasco con il mercato musicale in cui si fiondò tra la fine degli anni ’70 e gli ’80 fece un’operazione non dissimile da quella portata avanti da I Cani, Calcutta e dalla scena it-pop in genere con certo pop stantio, di stampo nazional-popolare, che negli anni Duemila ancora dominava le classifiche e che per un po’ si è cercato di replicare per mezzo dei talent. I trapper si sono spinti oltre e nel mentre sono comparsi Achille Lauro e i Måneskin, il primo dichiaratamente vaschiano, i secondi no, ma sostenuti dal Blasco quasi come suoi eredi: «In loro sento quella voglia di andare contro l’omologazione che provavo io», «la loro Zitti e buoni è la mia Siamo solo noi».

Sul serio? Se il commento è comprensibile e nelle dinamiche della comunicazione odierna non così sorprendente, la verità è che è difficile scorgere nella band di Damiano e soci anche solo un briciolo della trasandata strafottenza del Vasco dell’81. E il motivo sta nel contesto, perché a distanza di 40 anni da Siamo solo noi le ragioni per scrivere un pezzo come quello ci sarebbero e sarebbero anche tante, ma oggi il livello di scontro intergenerazionale è talmente basso che risulta quasi impossibile considerare i Måneskin un gruppo «contro» qualcosa. «Siamo diversi da loro», cantano i quattro. E va bene, c’è il rock, ci sono i Led Zeppelin e chi più ne ha più ne metta, ma il testo è vago e la confezione talmente patinata che il risultato è, sì, un successo enorme, trainato però non solo dai 15-25enni, ma anche dalle loro mamme, dai papà, da zii, nonni, fratelli maggiori, adulti di ogni ceto e specie.

Perché alla fine il mondo in cui si muoveva il Vasco d’inizio anni ’80 è davvero morto e sepolto e forse nel 2021 un inno come Siamo solo noi non si potrebbe nemmeno più scrivere. Perché per i giovani d’oggi i vecchi saranno pure boomer, ma in fondo non è che quei giovani nella pratica sembrino realmente aspirare a una stile di vita diverso da quello di coloro che chiamano così: tendenzialmente vince l’adattamento a un modello che è più o meno lo stesso per tutti. La generazione di Vasco, invece, l’aspirazione a un cambiamento profondo della società l’aveva coltivata concretamente, si era persino messa in testa di fare la rivoluzione; come dj e co-fondatore di Punto Radio, primo esempio di radio libera in Italia, lo stesso rocker emiliano era stato un agitatore culturale vicino agli Indiani Metropolitani e alla rivista underground Re Nudo. Poi quella generazione fu scippata dei suoi sogni dalla Storia con la S maiuscola, ma il senso di una qualche appartenenza, di uno sguardo condiviso, era rimasto, e con quello il disagio da urlare ai quattro venti e con parole inequivocabili.

Se, però, il disagio è individuale e va perlopiù nascosto perché nell’era social trionfano ottimismo e sorrisi e l’anticonformismo va bene solo finché edulcorato, come si fa a scrivere un inno generazionale che abbia la stessa potenza d’urto che ebbe Siamo solo noi quando uscì? La domanda è aperta, ma una cosa è certa: serve più coraggio.

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