Nella musica italiana c’è un gender gap grande come uno stadio | Rolling Stone Italia
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Nella musica italiana c’è un gender gap grande come uno stadio

Fino a oggi, solo una donna ha cantato a San Siro. Nell'ultimo anno, solo due italiane sono state in cima alla classifica degli album, per non dire dei ruoli nell'industria. Perché accade? E cosa si può fare? Lo abbiamo chiesto a chi si occupa del tema della parità di genere nel music business

Elisa

Foto press

Due settimane fa, la notizia che Elisa aveva raggiunto la vetta della classifica italiana è stata salutata con toni trionfali. Motivazione: nei precedenti 365 giorni, l’unica altra solista donna a ottenere lo stesso traguardo era stata Madame, che era rimasta alla numero uno per una settimana soltanto. Come d’altronde Elisa stessa, che venerdì scorso ha ceduto il gradino più alto del podio a Irama. Il fatto che gli uomini vendano più delle donne, soprattutto in Italia, è cosa nota da tempo, ma là dove il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Il problema, in effetti, non è qualitativo, ma strutturale: le artiste femmine non vendono semplicemente meno, sono meno, soprattutto quelle che riescono a mantenersi con la musica. Lo rilevano tutti i dati, da tempo.

Ce lo conferma anche Alessandra Micalizzi, docente e ricercatrice di SAE Institute, per il quale ha recentemente coordinato un’indagine approfondita sul gender gap nell’industria discografica. I risultati sono stati pubblicati nel libro Women in Creative Industries, che rivela un panorama piuttosto desolante. «Le donne sono effettivamente molte di meno: quelle che raggiungono la stessa notorietà degli uomini sono pochissime, e in generale sono molto meno visibili», racconta. Nell’ambito della ricerca, Micalizzi ha intervistato decine di professioniste (e anche alcuni professionisti maschi) del settore musicale, dietro protezione dell’anonimato, per ottenere risposte il più possibile veritiere e non condizionate. E le evidenze mostrano che la competenza di molte non è riconosciuta, a differenza di quanto accade ai colleghi uomini: vengono valutate solo come performer, anche quando sono cantautrici, produttrici, arrangiatrici. Esistono poi determinati ambiti specifici, come quello della produzione musicale, in cui le cifre della presenza femminile crollano: siamo sotto la soglia del 3%. «C’è la tendenza generalizzata a pensare che le donne non abbiano le capacità tecniche per lavorare in quell’ambito. Chi ci arriva deve dimostrare di essere sempre all’altezza della situazione: viene richiesta una sorta di continua prova del nove che per i colleghi uomini non è mai dovuta».

Per fortuna il problema, per quanto non risolto, è diventato molto più evidente, anche grazie a un movimento associazionista che promuove queste istanze nel mondo della musica. Ad esempio il network Equaly, la prima realtà italiana a occuparsi di parità di genere all’interno del music business, nato a luglio 2021. «La nostra mission è innanzitutto creare consapevolezza, sia nelle femmine che nei maschi, e cambiare la narrazione», dice Francesca Barone, che fa parte del direttivo. «Portiamo avanti un programma di workshop con professioniste della musica, e gestiamo anche una community dedicata alle donne dell’industria che vogliono aderire al cambiamento e fare rete».

Perché la questione non riguarda solo le artiste, ma anche le addette ai lavori: anche in quel caso la presenza femminile è scarsa, e perennemente subordinata a una leadership maschile. «Nel management, nella discografia e nella promozione, le fonti ci dicono che in termini numerici la parità è quasi raggiunta», spiega Alessandra Micalizzi. «Il punto, però, è che le donne occupano sempre posizioni di minor potere, oppure sono impiegate soprattutto nella comunicazione, un ambito dove il riconoscimento per il successo di un progetto non è mai esclusivamente loro, ma è corale: è merito del cantante, dell’etichetta, dell’ufficio promo e via dicendo. È molto raro che ci siano direttrici artistiche, ovvero figure centrali che si prendono anche gli onori, oltre agli oneri».

Statistiche alla mano, in Italia le dirigenti donne (in qualsiasi settore) sono solo il 18% del totale. La domanda, quindi, sorge spontanea: è il maschilismo di un’intera società che si riflette sulla nicchia del mercato discografico e del live o c’è un problema specifico relativo a questo settore? «Entrambe le cose», riflette Micalizzi. «Il gender gap è comune a tutto il mondo della cultura, da cui le donne sono state storicamente tenute lontane. Rispetto alla pittura o alla scrittura, però, la musica è ancora più indietro. Si giustifica l’assenza delle donne con una mancanza di talento femminile: “Se non ci sono è perché non sono brave abbastanza”, dicono. Ovviamente è una percezione distorta, perché il talento non ha sesso: il punto è che ci sono delle barriere invisibili all’ingresso. Chi occupa posizioni di potere condiziona i modelli e gli standard di riferimento».

Nel caso delle performer, gli stereotipi sono parecchi. «Nel mondo dello spettacolo ci sono tutta una serie di idee preconcette legate alla bellezza e all’immagine, non solo in termini di modello estetico, ma di richiesta comportamentale», fa notare Barone. «Le artiste devono essere piacenti, gentili e preferibilmente sexy; se fanno emergere una personalità forte, che ovviamente spesso hanno, altrimenti non sarebbero artiste, vengono bollate come delle pazze intrattabili». In parte vale anche per le professioniste che lavorano nella musica, perché questo tipo di mentalità è pervasivo. «Anche dietro le quinte la bella presenza è premiata, così come la docilità. I numeri parlano chiaro: i capi sono uomini sui 50-60 anni, e hanno spesso una mentalità figlia della loro generazione, che infondono a tutta l’azienda», dice Barone. Anche quando è una donna ad arrivare ai vertici, la sua rischia di essere una leadership di facciata. «Ricordo la testimonianza di una dirigente di una importante realtà del mondo della musica: sulla carta ha esattamente lo stesso ruolo del suo omologo uomo, ma nella realtà non hanno gli stessi poteri», conferma Micalizzi.

Il problema delle donne nell’industria musicale è anche che spesso, per ottenere lo stesso rispetto di un collega uomo, devono comportarsi come lui. Gli aneddoti raccontati durante la ricerca di SAE colpiscono molto. Un’intervistata, ad esempio, confessa che il rapporto con il suo superiore uomo è marcato da urla, denigrazioni, svilimento. «Una continua disconferma, come si dice in gergo. Per uscire da quella situazione, ha dovuto cominciare a urlare contro di lui allo stesso modo: insomma, è necessario mascolinizzare il proprio comportamento per essere rispettate». Quelle che ce la fanno si omologano a un modello patriarcale: sono le cosiddette donne con le palle. La costante, stando ai dati raccolti sia dalla ricerca di SAE che da Equaly, è che le femmine in quanto tali vengono considerate diverse, inadatte a tollerare certe dinamiche. E questo ha delle conseguenze reali. «Se io, maschio, ho un pregiudizio nei tuoi confronti, ad esempio penso che tu sia una persona emotiva e quindi non in grado di assumere un incarico direttivo, ti relego in ruoli marginali, che non ti permetteranno mai di sedere ai tavoli delle decisioni. Se ti costringo a fare i caffè per tutti perché per me vali pochissimo, incentivo un clima in cui per gli altri colleghi sarà normale trattarti male o darti una pacca sul culo», spiega Barone.

E a proposito di pacche sul culo (o peggio), sia per Barone che per Micalizzi gender gap e molestie sessuali sono facce della stessa medaglia. «Nella musica il corpo della performer è parte del progetto artistico, ponendo la fisicità al centro delle relazioni uomo-donna», spiega Micalizzi. «Il che porta a un maschilismo esasperato nel linguaggio e a una violenza che può avere sfumature diverse: da quelle più esplicite e materiali a quelle più subdole, che puoi permetterti con una figura che ritieni “complementare”, al di sotto di te per questioni di ruolo e di potere». Negli ultimi mesi, Equaly sta portando avanti un sondaggio anonimo sulla violenza e le molestie nei confronti delle lavoratrici della musica, sia sul palco che dietro le quinte. La raccolta dei dati è ancora in corso, racconta Barone, ma «abbiamo ricevuto tantissime risposte: considerando che il nostro bacino d’utenza è relativamente piccolo, perché le donne che lavorano nella musica in Italia sono poche, è impressionante». Come se tutte avessero almeno un aneddoto da raccontare, insomma. Le segnalazioni sono state le più varie: dalla battuta sessista ai veri e propri abusi verbali e fisici.

I grandi assenti, in questa narrazione, sembrerebbero essere gli uomini dell’industria musicale, a giudicare dai risultati della ricerca di Micalizzi. «Riconoscono il problema del gender gap come reale, ma nel loro contesto non lo vedono mai», commenta. «Il loro mi sembra un meccanismo di rimozione: come dire: la questione esiste, ma è lontana da me, non mi riguarda». Paradossalmente, secondo Barone, le cose stanno cambiando non tanto per una sensibilità acquisita dalla controparte maschile, ma grazie alla cosiddetta quarta ondata del femminismo, quella post #MeToo. «A volte è solo pink-washing, ma le grandi aziende, anche quelle musicali, stanno introducendo delle policy interne che incentrano l’attenzione su questi temi. Magari non convinceranno i colleghi maschi che le femmine non sono esseri inferiori, ma almeno li costringeranno a non dirlo. Ed è già una grande conquista».

In concreto, quindi, cosa si può fare per cambiare davvero le cose? Le famigerate quote rosa non piacciono a nessuno, ma secondo chi studia il gender gap dall’interno sembrano un passaggio quasi obbligato. «In realtà il problema non è la parità numerica, ma la pari visibilità e il pari accesso: per uscire dalla mentalità vigente, forse dobbiamo forzare il sistema», osserva Micalizzi. «Può sembrare un po’ estremo, ma prova a pensare all’ultima edizione di X Factor: nel momento in cui hanno tolto le categorie delle donne, quelle che sono riuscite a entrare sono state pochissime». Anche Equaly si trova d’accordo, e sta cominciando a fomentare il cambiamento con iniziative concrete, come una partnership con NAM (una delle principali scuole di musica italiane) che mette a disposizione due borse di studio a copertura completa per due studentesse: è possibile candidarsi entro il 20 marzo. Obiettivo: aumentare la presenza di ragazze negli ambiti in cui sono sotto-rappresentate, come la produzione musicale e le materie tecniche. «Se prima le ragazze sembravano non in grado di occuparsene, oggi si dice che non sono portate, forse per via del loro utero, chissà», scherza Barone. «È ora di rovesciare il paradigma».

Molte altre realtà, oltre a SAE e NAM, si stanno impegnando con gesti concreti. Vedi il caso di Italia Music Lab, un hub nato da un’idea di Siae per fornire supporto (anche economico) ai giovani artisti italiani. Oltre a dotarsi di un advisory committee per la diversità e l’inclusione, di cui fa parte anche Equaly, quando pubblica i bandi per l’ottenimento dei fondi investe in pubblicità social mirate alle categorie meno rappresentate, in modo da avere un bacino di riferimento il più variegato possibile. Le commissioni che valutano i candidati, inoltre, ricercano sempre un equo bilanciamento tra i generi (tant’è che per gli ultimi bandi dedicati agli artisti emergenti, il 50% dei vincitori risultano essere donne).

Il progresso è sempre possibile, insomma, anche se «la nostra generazione probabilmente non vedrà la fine di questo processo», commenta Barone. L’unico modo per superare tutto questo è fare cultura e sensibilizzare sul tema, aggiunge Micalizzi. «Non a caso, il volume Women in Creative Industries è legato anche a un libro per i più piccoli, Viola può fare la musica!, che spiega alle bambine che la musica non è un hobby ma un lavoro, aperto a tutti». Con la speranza che le nuove leve, sempre più aperte e inclusive, non debbano mai più pensare al proprio genere come a un limite o a una zavorra.