Nel nome del rock: la fotostoria del live dei Måneskin al Roxy di Los Angeles | Rolling Stone Italia
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Nel nome del rock: la fotostoria del live dei Måneskin al Roxy di Los Angeles

No, non fanno musica per expat. Sì, gli americani ne vanno pazzi, anche quando cantano in italiano. Eravamo al concerto sul Sunset Strip per vedere da vicino il sogno americano di Damiano, Victoria, Ethan e Thomas

I Måneskin al Roxy di Los Angeles

Foto: Enzo Mazzeo

In un tranquillo lunedì sera di inizio novembre i Måneskin hanno debuttato in California. Dopo l’acclamato passaggio televisivo al Tonight Show e il concerto alla Bowery Ballroom di New York, la band più chiacchierata del momento è sbarcata a Los Angeles per apprestarsi a conquistare il Sunset Strip.

Il gruppo ha in programma un concerto al Roxy Theatre, una delle sale storiche lungo il Sunset Blvd, che si erge accanto a locali altrettanto famosi come il Rainbow Bar & Grill e il Whisky a Go Go. Da queste parti si è fatta la storia del rock, che attraverso i decenni si è intrecciata con quella dell’intero star system della grande metropoli della West Coast. Vizi e virtù dell’universo hollywoodiano hanno trovato casa fra queste mura. Varcarle, per una band, significa assumersi una certa responsabilità. E i Måneskin lo sanno bene.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Una fila lunga e ordinata comincia a formarsi nei pressi del Roxy già nel pomeriggio. I fortunati che sono riusciti ad aggiudicarsi i biglietti per questo attesissimo evento attendono pazientemente l’apertura delle porte, mentre qualcun altro setaccia fra i presenti nella speranza di potersi procurare un tagliando last minute al prezzo di diverse centinaia di dollari.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Negli ultimi giorni, anche negli Stati Uniti si è cominciato a parlare dei Måneskin con sempre più insistenza e sono tanti, stasera, a definirli la next big thing del rock mondiale. E dire che, soltanto qualche settimana fa, sentire certi discorsi in riferimento a una band italiana sarebbe stato impensabile da queste parti. Rock? Italiano? Parrebbe che anche in America queste due parole possano finalmente coesistere.

Il pubblico, all’interno del locale, è piuttosto variegato: domina la presenza femminile, questo sì, ma ci sono persone di ogni sesso e di tutte le età, oltre a una nutrita rappresentanza di professionisti dello show business. Ci sono anche alcuni nostri connazionali, certo, ma gli spettatori sono in larga parte locals. Insomma, qui non si gioca certo in casa, come qualcuno potrebbe pensare. Questo è bene chiarirlo.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Quando Damiano, Thomas, Victoria e Ethan fanno il loro ingresso sul palco, il Roxy è stipato e l’eccitazione ai massimi livelli. E loro rispondono con altrettanta convinzione, rompendo il ghiaccio con In nome del Padre. In un istante riescono a trovare quella simbiosi tra artista e pubblico che in fin dei conti costituisce l’essenza stessa del rock.

Damiano David è il frontman perfetto: la sua presenza è magnetica e guida la band attraverso un set che include hit come Zitti e buoni e Mammamia (che cantano tutti, ma proprio tutti), cover anch’esse ormai divenute parte integrante del loro repertorio (Beggin’ e I Wanna Be Your Dog), ma anche la riuscita mini-medley Take Me Out / Somebody Told Me, senza mai far calare la tensione. Basterebbe il suo carisma a farlo spiccare. Eppure questo ragazzo ha anche una voce che lascia il segno.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

La band propone notoriamente brani sia in lingua italiana che inglese. Ci si aspetterebbe che il pubblico americano reagisse in maniera più fredda ai primi. Questa sera invece non c’è differenza, i Måneskin abbattono con la propria musica anche le barriere linguistiche e questa è forse la cosa più straordinaria.

In sala si nota un mare di telefonini intenti a riprendere ogni istante della performance, senza soluzione di continuità. Lo specchio dei tempi.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Ognuno dei quattro membri della band interpreta il proprio ruolo all’interno della stessa con estrema efficacia: Victoria De Angelis e Ethan Torchio sono una sezione ritmica possente e molto coesa, e sembrano fare il loro lavoro senza invadere troppo il campo a un frontman straripante come Damiano, che trova nel chitarrista Thomas Raggi la propria spalla sul palco, come nella migliore tradizione rock. I due si avvicinano continuamente, ammiccano e spesso e volentieri si abbracciano sorridenti.

In circa un’ora e mezza di show, i Måneskin fanno sudare anche i muri, trascinando il pubblico con i loro riff, i continui stage diving e una carica sessuale che anche a Los Angeles viene percepita in maniera inequivocabile. La band lascia il palco sulle note di I Wanna Be Your Slave ma ci ritorna a grande richiesta, al grido assordante di «Måneskin! Måneskin!». Per poi sparire definitivamente dietro le quinte dopo la conclusione di Lividi sui gomiti.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Dopo il concerto incontriamo i membri di varie band residenti in città, anch’esse accorse a toccare con mano quello che evidentemente percepiscono come un fenomeno destinato ad esplodere. Fra questi i britannici  Struts, con cui improvvisiamo una breve sessione fotografica davanti alle insegne del locale.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Nel frattempo, pochi metri più avanti, moltissimi fan si sono radunati davanti alle uscite laterali, sperando di incrociare i loro idoli per una foto o un autografo. Un solerte addetto alla sicurezza continua ad informarli che la band è già stata trasferita in un club adiacente per un blindatissimo aftershow, ma nessuno sembra volerci credere.

Foto: Enzo Mazzeo

 

Foto: Enzo Mazzeo

 

Come già annunciato da Jimmy Fallon qualche giorno fa, i Måneskin si esibiranno sabato 6 novembre a Las Vegas, di supporto ai Rolling Stones. E chissà che questa loro permanenza americana non ci consegni nel frattempo altre sorprese. I rumor li abbiamo sentiti. Ma aspettiamo che sia la storia a fare il suo corso.

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