‘Music of the Spheres’ è la crisi di mezza età dei Coldplay | Rolling Stone Italia
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‘Music of the Spheres’ è la crisi di mezza età dei Coldplay

Nel nuovo album, che è giovanilissimo, colorato e ultrapop, gli inglesi non suonano per i quarantenni, ma per i coetanei dei loro figli. Questi ultimi apprezzeranno o diranno «papà, sei cringe?»

Coldplay

Foto press

Rivedendo la scena del bar di Guerre stellari, quella in cui una band di alieni suona un jazz piuttosto convenzionale in un locale popolato di tipi pericolosi, Chris Martin si è domandato come potrebbero essere i musicisti nelle altre galassie, e quale potrebbe essere il suono dei gruppi che vivono su altri pianeti.

Così Music of the Spheres, il nuovo album dei Coldplay, è un album a tema spaziale, parole loro, «ambientato in un sistema solare immaginario che consiste in nove pianeti, tre satelliti naturali, una stella e una nebulosa. Ogni traccia rappresenta un corpo celeste». Già così c’è da rileggere la frase almeno un paio di volte per essere sicuri di aver capito bene. Poi si scorre la scaletta e si scopre che cinque canzoni (pardon: tracce) non hanno un vero titolo. O meglio: ce l’hanno sì, solo che il titolo è un emoji. Quello il cui titolo è un cuore, per esempio, dovrebbe intitolarsi Human Heart, ma siamo nel 2021 e quindi c’è solo il cuoricino.

«Qui non serviamo quei tipi lì, quei droidi» dice il barista a Luke Skywalker quando entra nel locale assieme agli inseparabili C1-P8 e D-3BO, che sono quindi costretti ad accomodarsi fuori. Ecco, tornando alla scena che ha ispirato Chris Martin potremmo dire che il nuovo album della band inglese si rifiuta di versare da bere ai suoi vecchi fan, preferendo andare alla ricerca di nuovi e ben più giovani clienti. A produrlo è stato chiamato Max Martin, uno da 25 numeri uno negli Stati Uniti (durante i loro anni di attività i Beatles ne hanno avuti 20, per dire), già collaboratore di gente come Katy Perry, Maroon 5 e The Weeknd. Il campionato in cui giocano i Coldplay da tempo è questo, e oltretutto Everyday Life, il loro ultimo album, è quello che ha venduto di meno in tutta la loro ultraventennale carriera. C’era insomma da risollevare una posizione di classifica che rischiava di farsi deficitaria. Ecco allora che la squadra Coldplay è stata affidata a un allenatore noto per la sua capacità di raggiungere risultati.

La scelta per il momento sta pagando, dato che My Universe, per inciso la miglior canzone dell’album, ha già garantito alla band il secondo numero uno negli Stati Uniti della sua storia (il primo era stato Viva La Vida). Merito anche, ovviamente, della presenza dei BTS, uno degli “strumenti” attraverso i quali i Coldplay hanno tentato di aprirsi a nuovi mercati. Non tanto in termini geografici (la band coreana è tutt’altro che un fenomeno locale) quanto demografici. Ecco, come detto, la prima cosa che i Coldplay 2021 sembrano voler comunicare: il pubblico dei nostri coetanei, per i quali a inizio millennio siamo stati una versione più accessibile dei Radiohead, oggi non ci interessa più di tanto.

Music of the Spheres è una conferma con tanto di rilancio di quel che già da tempo sapevamo: i Coldplay non sono più la guitar band degli esordi (esordi, a proposito di risultati commerciali, da oltre dieci milioni di copie, tante ne vendette Parachutes), quella che durante le registrazioni di A Rush of Blood to the Head si portò in studio Ian McCulloch degli Echo and The Bunnymen. L’altra sera, nel miniconcerto di presentazione tenutosi allo Sheperd’s Bush Empire di Londra, sul palco c’era Ed Sheeran, per dire come sono cambiate le cose. E non sono più nemmeno gli autori del pop classico ma spesso assai godibile che ha caratterizzato un album come Viva La Vida e diversi episodi di quelli che lo hanno seguito.

Ma ammesso che oggi il pubblico dei Coldplay sia costituito dai coetanei di Moses Martin, il figlio sedicenne di Chris e Gwyneth Paltrow presente nell’album, chi sono oggi i Coldplay?

Ascoltando Music of the Spheres ci sembrano quei quarantacinquenni in splendida forma che vanno in giro con i pantaloni skinny alla caviglia e le scarpe sportive di un bianco abbagliante. Starebbero molto meglio con un bel completo blu, ma preferiscono fare così. Poi a casa i figli adolescenti li prendono in giro dicendo che si vestono da bimbiminkia, e un po’ si vergognano pure a farsi vedere con loro le rare volte che devono andare insieme per acquisti al centro commerciale. «Papà, sei cringe», gli dicono. Loro un po’ ci restano male, ma in fondo sono convinti di essere fighi, e intanto su Instagram commentano la foto al mare della collega con vent’anni di meno mettendo un bell’emoji a forma di fuoco.

Il problema è che quando artisti di enorme successo e di non più primissimo pelo hanno deciso di connettersi con le mode del momento (vedi i Rolling Stones disco di Emotional Rescue) non hanno quasi mai prodotto album degni di nota. E Music of the Spheres non fa eccezione. Non sarà una ballata come Let Somebody Go (in cui Chris Martin duetta con Selena Gomez) a cambiare la storia del pop. Se ne sono sentite a centinaia di simili, così come centinaia di volte abbiamo ascoltato un coro da stadio in una canzone, come avviene nello strumentale il cui titolo è il simbolo dell’infinito. Peggio ancora sono le chitarrine da Black Keys edulcorati di People of the Pride, e peggio di tutto le vocine di Biutyful.

E non sono i testi a dirci qualcosa di originale, se non che i Coldplay hanno fatto proprie alcune delle cause che negli ultimi anni hanno portato in piazza milioni di persone. La già citata People of the Pride, per esempio, non si riferisce in maniera esplicita ai partecipanti all’omonima manifestazione, ma un testo come “We’ll all be free to fall in love with who we want and say yeah, yeah, yeah” lascia pochi dubbi. E sono anche verdi ed ecosostenibili: hanno garantito che durante il prossimo tour le emissioni saranno tagliate del 50% rispetto al tour precedente, e che pianteranno un albero per ogni biglietto venduto.

Nei giorni scorsi Chris Martin ha detto che prevede che i Coldplay si fermeranno dopo il dodicesimo album (ne mancano ancora tre, forse nell’ultimo i titoli saranno completamente assenti), ma continueranno a suonare dal vivo anche da settantenni, come i Rolling Stones. «Sarà meraviglioso», ha detto, «se qualcuno vorrà venire». Forse con questo album puntano ai quarantenni del futuro, quelli che andranno a vedere i loro concerti. I settantenni, si sa, la sera escono di casa meno volentieri.

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