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Morgan sul concerto di Salmo: «Ha ragione: uno Stato che non valorizza la cultura è uno Stato fallito»

"Salmo ci ha offerto una occasione. Il dibattito dovrebbe virare sul riuscire a creare una coscienza culturale nei nostri governanti, perché devono capire che la cultura è lavoro per centinaia di migliaia di persone"

Questi tempi di paralisi culturale, soprattutto in Italia dove predomina la strategia della paura, sono riusciti a intimorire le persone che non riescono più a sostenere una opinione diversa che non sia quella imperante. Sulla faccenda del Coronavirus, da quando è cominciato, cioè dal primo lockdown, si è registrato un fortissimo schiacciamento di tutte le voci che hanno provato a instaurare un dibattito o contestare le scelte governative, le policy internazionali e le “misure” di contenimento. Nel frattempo, queste “misure” hanno infuso radicali trasformazioni del modus vivendi di ognuno di noi.

Io ho sempre avuto il sospetto che il distanziamento sociale e interpersonale e la chiusura delle scuole, fossero misure estreme che avrebbero prodotto risultati, benché non immediati, molto gravi in termini di individui, persone, personalità, disturbi della personalità, patologie e deformazioni preoccupanti. E così, mi sono chiesto: ci sarà qualcuno che starà pensando alle conseguenze? 

Mi spiego meglio. Chi promulga i decreti, sarà anche in grado di prevedere le loro controindicazioni? Dopo due anni, non mi sembrano così profondi i nostri uomini governativi. Soprattutto sul distanziamento sociale, con una mancanza di finezza psicologica e di vastità culturale che gli permetterebbero, invece, di governare con saggezza sul lungo periodo. Perché chi governa dovrebbe vedere le differenze di una società composta da individui molto diversi tra loro che producono delle zone di conflitto e di dibattito che per forza di cose è necessario gestire. E qui veniamo al discorso legato alla relazione tra le misure precauzionali anti-Covid e la cultura, la scuola, l’arte, gli spettacoli, dove soltanto per comodo non sono stati inseriti gli eventi sportivi, nonostante anche con questi ultimi si registrino assembramenti. 

Per cui, non possiamo che riscontrare una notevole discriminante, che è diventata via via una assoluta discriminazione tra lo sport e le forme di rappresentazione artistica negli eventi pubblici. E questa iniquità che permette assembramenti nello sport e vieta assembramenti nello spettacolo parte proprio dalla incapacità di valorizzare gli aspetti culturali. In Italia da molti anni abbiamo una mancanza cronica di sensibilità artistica da parte di chi ci governa, tanto che vengono stanziati pochissimi fondi. Stesso discorso per la scuola, che non è per niente valorizzata, non premia e non motiva. Ma che crescita può esserci in un Paese che non ha come sua principale preoccupazione il settore dell’istruzione? Questo atteggiamento non permette di costruire le radici. Un Paese che nasce su una scuola disprezzata è un Paese che non c’è. E quindi per forza l’arte, che è un prodotto culturale, ne risente. Non è un caso che in Italia ci sia ignoranza da parte dei nostri governanti. Non basta un ministro che ama ai cantautori, la questione è molto più profonda e ora ne vediamo i risultati. 

I concerti di piazza, le manifestazioni musicali, sono i momenti di più alta nobiltà di una società, in cui la pratica dell’ascolto si vive collettivamente. La prima volta che sono stato portato allo stadio per vedere una partita di calcio da mio padre avevo sei anni e ho assistito a delle risse. Quando poco dopo mi ha portato al concerto di Roberto Vecchioni, ho invece assistito a un momento di estasi collettiva: amore, pace, gente che rideva, che stava bene e si teneva per mano. Già allora ho valutato i due eventi in maniera molto diversa e gli ho chiesto di riportarmi ai concerti e non allo stadio. 

Detto questo, Salmo ci ha offerto una occasione. Il dibattito dovrebbe virare sul riuscire a creare una coscienza culturale nei nostri governanti, perché devono, visto che è un loro dovere, capire che la cultura non è qualcosa che si fa a titolo gratuito, ma è lavoro per centinaia di migliaia di persone. Un disco di Vasco Rossi rende milioni di euro e mantiene migliaia di famiglie. Basta col pensare all’idea “cosa farai da grande?”, visto che la musica italiana è l’ottavo mercato del mondo. Svegliamoci!

È necessario dare più forza e valore all’essere italiani come Paese, che ha le carte in regola per tornare ad essere un paese ricco che gode della sua storia. Ma finché assisteremo a concerti con 1000 persone, vorrà dire che qualcuno se ne frega altamente e si accontenta solo di prendere uno stipendio. Non dovremmo permettere che un governo sia così squallido e così miserabile, per questo la voce di Salmo è giusta, sono dalla sua parte. Il dibattito è una cosa sana e nel merito sono totalmente convinto che la musica, intesa come canzone, sia la più diffusa forma di arte della contemporaneità. Per questo, continuare a svalutarla non fa bene a tutti i cittadini. 

Uno Stato che non ha una coscienza in merito alla sua cultura è uno Stato fallito. 

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