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«Mio fratello Jimi è stato ucciso: dai manager avidi, dai giornalisti assillanti, dai fan»

Per il mondo è una rockstar, per Leon Hendrix era un fratello maggiore. I momenti passati assieme, la morte, il funerale, le battaglie legali nella prefazione del libro ‘The Story of Life. Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix’

Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival del 1967

Foto: Jim Marshall Photography LLC/Zenit Distribution

Quando la mattina del 18 settembre 1970 mio padre mi comunicò per telefono la notizia della morte di Jimi, fu il momento più terribile della mia vita. Ero incredulo, ricordo che restai seduto per ore sul bordo del letto fissando il muro mentre rievocavo gli anni che io e Buster (il nome con cui Jimi si faceva chiamare da bambino) avevamo trascorso insieme, le ore belle e quelle meno belle. Quando ero piccolo era lui che si prendeva cura di me in tutto, tanto che credevo fosse lui mio padre. Era più che un fratello maggiore, molto di più.

Jimi e io di lì a qualche mese saremmo dovuti tornare assieme per intraprendere un nuovo viaggio, ricominciare a stare e a fare cose insieme. Mio fratello nel fare musica sembrava essere toccato dalla grazia, come fosse stato scelto da un potere superiore: era predestinato a diventare una star. Aveva qualcosa di speciale che lo contraddistingueva da chiunque altro, Jimi era in anticipo sui tempi e lo è ancora. Ricordare i bei momenti con Jimi mi riporta il sorriso, ma quando riaffiorano quelli più difficili mi si spezza il cuore. La mente torna a quel settembre e, per quanto ci provi, non riesco a trattenere le lacrime.

Al funerale di Jimi c’erano amici e musicisti: Noel Redding, Mitch Mitchell, Buddy Miles, Johnny Winter, Miles Davis e molti altri, oltre tutti i nostri parenti. Ricordo anche la presenza del sindaco di Seattle. Jimi indossava un abito di broccato di seta verde e aveva l’aria tranquilla e pacifica, quasi come se stesse dormendo o semplicemente pensando con gli occhi chiusi al suo prossimo progetto musicale, è così che mi piace immaginarlo a distanza di cinquant’anni. Durante la cerimonia funebre il reverendo cantò qualche motivo tradizionale, poi, una delle migliori amiche di mamma, la signora Freddie Mae Gautier, ricordò affettuosamente Jimi recitando il testo di una sua canzone – Angel – e una mia poesia che gli avevo dedicato. Papà decise di seppellire Jimi al cimitero di Renton perché lì riposa anche la mamma.

Dal momento in cui il corpo di Jimi fu calato sottoterra, in quel pomeriggio uggioso, si scatenò una durissima battaglia legale. Tutto quello che possedeva Jimi, dopo la sua morte, sarebbe andato a papà, ma presto si scoprì che era rimasto ben poco da rivendicare: del patrimonio di mio fratello io non mi sono mai potuto occupare. Non ho un’idea precisa nemmeno di cosa accadde quella fatidica notte nella stanza d’albergo di Londra, nessuno lo sa e nessuno probabilmente lo saprà mai davvero. La sintesi è terribile: dopo una serata di festa Jimi tornò in albergo e il mattino seguente era morto. Nello stomaco trovarono tracce di sonniferi, un po’ di vino e un panino. Poi ci dissero che era stata un’overdose di tranquillanti. Tutto qui. Ho sentito tante storie e molte erano in contraddizione tra loro: tanta, troppa gente voleva dire la sua. Si saprà mai la verità? Riuscirà un giorno a emergere tra le tante voci di corridoio, tra speculazioni e invenzioni in malafede? Mio fratello lo meriterebbe.

Nel tempo mi sono sempre più convinto che Jimi sia stato ucciso. Non credo molto ai complotti, non penso che Mike Jeffery lo abbia fatto uccidere, almeno non prima di aver sistemato le questioni di mio fratello e accaparrarsi un’altra fetta di denaro e magari un’altra polizza sulla vita. È vero che in certi ambienti Jimi era malvisto per la sua figura mitica, per l’influenza che esercitava e anche per la sua interpretazione dell’inno nazionale americano: ma ucciderlo per questo? No, Jimi è stato ucciso da una macchina infernale che lo ha stritolato. Da questo punto di vista sono molti gli assassini di mio fratello: i manager avidi con le pretese di tour estenuanti, i giornalisti assillanti, l’opinione pubblica, i fans e le groupies che non gli davano tregua, i debiti contratti per gli Studios e le cause legali…

Mio fratello è stato un eroe per un’intera generazione, con milioni di fans in tutto il mondo e ancora oggi moltissimi giovani chitarristi lo prendono come esempio. Una strabiliante icona del rock, che in soli tre anni ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra, cambiando il mondo della musica per sempre. Mi dà le vertigini pensare a quanto mio fratello abbia realizzato nella sua breve esistenza. Continuo ad ascoltarlo anche per questo, come fanno ancora milioni di persone a tutte le latitudini.

Tratto dal libro The Story of Life. Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix di Enzo Gentile e Roberto Crema (Baldini + Castoldi, 336 pagine, 20 euro), in libreria dal 23 luglio

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