«Lin Mercato: non tutto ma di tutto». Vorrei descrivere così il nuovo disco di Miley Cyrus, utilizzando proprio una delle massime di una delle intellettuali più importanti del nostro secolo. Chi sa, sa. A chi non coglie la citazione: le nove canzoni del nuovo disco sono un po’ un grande calderone (manco troppo grande, alla fine son solo nove) con dentro diversi aspetti sonori delle Miley che conosciamo. Con una differenza, ma ci arriviamo.
Prima bisogna dire che questo è il primo disco in cui la popstar molla il cognome. Ora è solo Miley. Per tanti una scemata senza valore, per me un privilegio possono permettersi in pochi. Servono due cose: carriera o nome iconico. In questo caso ci sono entrambi. Pensate a Dolly, Mariah, Janet, Kylie (no, non Jenner). A ogni modo questo cambio mi aveva già fatto pensare a qualcosa di strano.
Quando Miley sparisce e poi pubblica delle cose così a buffo, di solito è un buon segno. And her dead petz è super interessante, l’EP She is Coming pure, cento cuori per Mother’s Daughter. Eppure qui la situazione è diversa. Questa scelta del nome mi sembrava una sorta di rebranding un po’ veloce dopo il mezzo flop del (bellissimo – spiace se capite poco) Something Beautiful. Può essere? Può essere.
E quindi Miley Cyrus, anzi Miley, ha cambiato etichetta e ha tirato fuori in meno di un anno un nuovo lavoro. Questo Bass Persuades – titolo difficilissimo per i non anglofoni – aveva il compito di liquidare il lavoro precedente per tornare in classifica, possibilmente in posti alti. Ecco quindi il primo singolo che dà il titolo all’album, criticato da alcuni perché simile a cose già sentite, per me comunque tentativo intelligente di diventare radio hit.

La cover di ‘Bass Persuades’
Certo, l’effetto Flowers è difficile da replicare. E posso dire? Oltre a essere il momento più di successo della sua carriera potrebbe essere anche quello che le sta costando più caro. La gente non appassionata di musica, quelli che ascoltano solo per fruizione casuale, beh loro faranno sempre i paragoni con quel pezzo. Con quello e basta.
Quindi da una parte capisco voler rifare una roba che funziona così, mentre dall’altra capisco che sia anche una questione di orgoglio se nel disco, dopo il primo singolo che vuole essere una hit, all’artista viene voglia di metterci altro per far vedere che, insomma, mica siamo solo fatti solo di radio material.
E infatti la title track non è che c’entri molto con quello che c’è dentro. Perché dentro, tornando a Elenoire Ferruzzi (svelato l’arcano dell’incipit), c’è un po’ di tutto. Qualcosa che vi risuonerà dalle varie ere di Miley (iniziano a essere tante) ma direi tutto in versione più scura, se vogliamo ricercata, merito di alcune produzioni non scontate (tipo quella elettronica di Different Religion feat. Model/ Actriz). E quindi Let’s Get Married è la nuova It’s Not The End Of The Word? Orbit sarebbe The Climb se fosse uscita oggi? Forse.
Il fatto che è come se le canzoni legassero poco, e fossero più tentativi a volte riusciti e a volte no di fare qualcosa di figo, meno commerciale, anche con una certa pretenziosità. I pezzi buoni nel disco ci sono. Ma il risultato, nel suo insieme, risulta un po’ macchinoso.
La mia preferita al momento è Neon Signs, feat. Andrew Wyatt dei Miike Snow, un po’ l’inno di tutti quelli che non ce la fanno a trovare l’amore ma comunque non disdegnano passare la notte in compagnia: «I may not be your kind but I could be your late night company, you can find me under nеon signs». Ritornello pazzesco. Qualcuno dice un po’ Je T’Aime Moi Non Plus versione California. Ci accodiamo. O Redlights, altra bella traccia che suona come la sigla di chiusura (o di apertura, devo decidere), di un telefilm amoroso ambientato in contesto country. Poi però ci sono brani elettronici o con produzioni aggressive che interrompono il flusso e non capisci bene cosa stai ascoltando.
E quindi si, diversi brani da soli funzionano. Il problema ce l’ho più che altro con l’insieme, che mi restituisce qualcosa di poco decifrabile e a volte un po’ caotico. Aggiungo che vederla pochi mesi fa con di nuovo indosso la parrucca di Hannah Montana e ora cantare su queste produzioni ha fatto uno effetto strano. Mi seguite?
Forse questo disco ha bisogno di un po’ di tempo in più, o forse di essere semplicemente ascoltato come una raccolta di brani che non si parlano troppo piuttosto che come un album.
Una cosa comunque va detta: il timbro di Miley la renderà per sempre diversa da tutte. Sento decine di dischi pop e faccio fatica a distinguere le voci, tra compressioni e autotune. Miley sarà sempre Miley, con quella voce da tabagista sessantenne anche se di anni ne ha solo 30. E come è abituata a fare Miley, continuerà a polarizzare e a far incazzare la gente. Con i dischi ma anche con quello che dice. L’ultima è che i fan ora se la sono presa con lei perché ha detto in una intervista con Apple Music che farà solo concerti a Los Angeles, perché dopo i live vuole dormire nel suo letto. «Cattiva!» «La sua peggiore intervista!». Vedere Miley in concerto is the new diritto all’istruzione. Non so se il basso persuade fino in fondo, ma lei sicuramente sicuramente sì. Di brutto.















