«Matt Dillon, per l’amor di Dio, picchiami»: i tesori della biografia di Shane MacGowan | Rolling Stone Italia
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«Matt Dillon, per l’amor di Dio, picchiami»: i tesori della biografia di Shane MacGowan

L’effetto del morbillo, la strana educazione sessuale, il prete che lo voleva gesuita, i maori e lo speed, gli scherzi dei Pogues a Elvis Costello e altre storie magnifiche da ‘Una pinta con Shane MacGowan’

Shane MacGowan negli anni '90

Foto: Frans Schellekens/Redfern

È fresca di stampa l’autobiografia di Shane MacGowan, ex leader dei Pogues e artista dalla personalità imprevedibile, ben marinata nell’alcol e con l’aggiunta di tutti gli eccessi del caso, a corredo.

Il volume (tradotto in Italia da Tsunami) è firmato da MacGowan con la compagna Victoria Mary Clarke, giornalista e scrittrice irlandese e ripercorre la vita di Shane dall’infanzia nella campagna irlandese fino al trasferimento in Inghilterra, passando per l’avvicinamento alla musica, il punk i Pogues e tutto il resto. La particolarità è che il tutto è raccontato in forma di dialoghi fra Shane e Victoria, in un’atmosfera calda, informale – quasi ci si trovasse al bancone di un pub a sorseggiare drink uno dietro l’altro, chiacchierando. Ecco alcune delle molte perle che si trovano in Una pinta con Shane MacGowan.

Il morbillo e lo spirito artistico

Shane non ama definirsi un genio e lo ribadisce più volte nel corso del racconto, ma ha una spiegazione su come sia emerso il suo lato artistico. Secondo lui sarebbe il risultato di una malattia infettiva tipica dei bambini: il morbillo. Spiega: «Quando avevo quattro anni ho avuto il morbillo, che però non è venuto fuori, capito? Le macchie non sono mai uscite, mi sono andate alla testa e sono completamente ammattito per un mese. Dicono che io non mi sia mai veramente ripreso. In effetti, è stato allora che ho iniziato a inventare storie, poesie, canzoni e melodie. È stato allora che sono sbocciato. Certo, se parli con mia mamma, lei dice che sono sempre stato geniale».

Bagno? No grazie, è pericoloso

A quanto pare Shane non ha mai amato – e ancora oggi mantiene questa idiosincrasia – fare il bagno. Si tratterebbe del risultato di un trauma collegabile al vecchio zio Mick Guilfoyle, un uomo bizzarro non fece mai il bagno (c’è chi dice dalla nascita e chi dal giorno della morte della madre) ed era completamente ricoperto da una coltre nera di sporco: «Ha vissuto fino all’età di 87 anni senza mai farsi il bagno, senza mai lavare nulla, nemmeno il cavallo. Poi, a 87 anni, l’hanno portato in ospedale per un piccolo malanno e gli hanno fatto il bagno. Dato che era completamente ricoperto di terra nera, non era immune all’aria, quindi si è ammalato immediatamente ed è morto per esposizione all’aria fresca. E questo potrebbe avere a che fare con la mia avversione per il bagno».

Educazione sessuale alla vecchia maniera

Shane ha vissuto la prima infanzia in Irlanda, nella fattoria degli zii (dove conduceva un’esistenza piuttosto selvaggia: beveva e fumava regolarmente in età prescolare, ad esempio) mentre i genitori lavoravano in Inghilterra. Quando li ha raggiunti, la mamma ha iniziato a cercare di dargli un’educazione meno grezza e per farlo gli consigliava libri da leggere, fra cui La ragazza dagli occhi verdi di Edna O’Brien. MacGowan racconta di averlo apprezzato molto, ma a lasciarlo insoddisfatto era la mancanza di scene di sesso convincenti: «L’unica scena di sesso ne La ragazza dagli occhi verdi è patetica, non spiega nulla a una mente curiosa». La curiosità sull’argomento gli era rimasta ben viva fin dal momento in cui ha provato a chiedere lumi al padre sulle questioni del sesso: «Tutto ciò che ha fatto mio padre è stato dirmi: “Sai da dove vieni? Sei uscito dal mio cazzo”. E mi ha lasciato immaginare il resto».

Padre MacGowan

Fina dalla tenera età, nella fattoria degli zii, Shane mostra un’intelligenza vivace che si esprime principalmente tramite disegni e una precocissima capacità di scrittura. È così che il prete della comunità locale si interessa a lui, vedendo nel bambino delle qualità molto speciali, oltre che una conoscenza approfondita della materia religiosa. Racconta: «Il prete ha detto alla famiglia: “Credo che abbiamo a che fare con un genio, potrebbe diventare un prete, un gesuita!!!” […] Nessuno nella mia famiglia era molto entusiasta all’idea che diventassi un prete, mia madre però era esaltata per il fatto che fossi un genio, e aveva deciso che dovevo avere la migliore istruzione possibile. Credo che mio padre si fosse incazzato, perché significava mandarmi in una scuola a pagamento in Inghilterra, e lui voleva tenersi i soldi per bere». Le cose sono andate in un altro modo…

Vegetariano per amore

Shane è da tanto tempo vegetariano o, almeno, lo è in senso lato visto che, per sua ammissione, non rinuncia al pesce e ogni tanto fa uno strappo con una bistecca. Quando, da ragazzo, fece questa scelta i tempi erano decisamente diversi e si trattava di una presa di posizione controcorrente. La cosa davvero buffa è che la scintilla che ha fatto scattare la decisione in prima battuta è stata una delle più prevedibili e banali fra le “umane cose”: «Lo ero diventato perché questa ragazza che mi piaceva un sacco, Sarah, era vegetariana. […] Poi ho smesso di esserlo perchémi piaceva una di nome Shanne a cui piacevano gli hamburger. E poi sono diventato di nuovo vegetariano perché lo volevo».

La timidezza di Sid Vicious

Shane spende qualche paragrafo nel ricordo di Sid Vicious, icona (suo malgrado) del punk-rock settantasettino, assurto allo status di martire dopo la ben nota, torbida, vicenda dell’assassinio di Nancy Spungen e, infine, della sua overdose fatale il 2 febbraio 1979. MacGowan parla di Sid in modo affettuoso e positivo, ricordandolo così: «Sid era un ragazzo molto timido, sai? Tranquillo. Ogni volta che ci incontravamo, ci bevevamo qualcosa insieme. Poi è entrato nei Sex Pistols e si è messo a fare un po’ il superiore. Dopodiché non l’ho più visto molto, se ne stava per conto suo. I primi tempi non era così […]. L’ultima volta che l’ho visto vivo è stato a un suo concerto all’Electric Ballroom, nel 1978, non molto prima che morisse. […] È stato davvero un bel concerto, sai, era davvero bravo».

In tour con Elvis Costello

Il primo tour importante dei Pogues fu nientemeno che con Elvis Costello, che produsse il loro capolavoro Rum, Sodomy and the Lash. Costello, a detta di Shane, si avvicinò ai Pogues e li prese sotto la propria ala con un intento ben preciso ed extramusicale: «Fondamentalmente aveva fatto amicizia con il gruppo perché era interessato a Cait [O’Riordan], la nostra bassista. Voleva essere nostro amico, voleva a tutti i costi la nostra bassista. Sapevamo che gli piaceva (infatti l’ha sposata il 17 maggio del 1986, nda)». I ragazzi dei Pogues, durante quel tour, non si risparmiano in fatto di nefandezze e divertimento over the top, mettendo a dura prova il musicista più navigato: «Elvis Costello era piuttosto tollerante, davvero. Penso lo fosse perché gli piaceva Cait. Ci facevano sempre delle ramanzine, come se fossimo degli scolari. Eravamo molto in voga, sai; se ci avessero cacciati dal tour sarebbe stata una buona pubblicità per noi, tipo: Elvis Costello è un vecchio palloso. Secondo me lo sapeva».

«Guarda cosa mi hanno fatto fare i maori»

La vita on the road è divertente, ma mette a dura prova il fisico e – soprattutto – la mente. Shane ricorda di avere più volte superato il limite verso la follia, proprio per via dell’alienazione che stare in tour per molto tempo causa. Un episodio che ricorda con dovizia di particolari è accaduto in Nuova Zelanda e lo ha visto protagonista di un art attack durante il quale ha dato sfogo alla propria anima pittorica. Racconta: «Quando tutti gli altri smettevano di bere io andavo in camera mia. […] Insomma, passavo la notte abbastanza tranquillamente. Quella notte in particolare, ho iniziato ad avere la sensazione molto forte e totalmente reale che i maori mi stessero parlando. Vedi, quando sei sotto speed parli a te stesso, nella tua testa, e ti trasformi in due persone che parlano tra loro nella tua mente. […] E mi raccontavo che i maori mi stavano dicendo che dovevo dimostrare di essere uno di loro […]. E che le pareti dell’hotel erano tutte sbagliate e avrebbero dovuto essere coperte di pitture murali. Così ho dipinto tutte le pareti della camera da letto e poi tutte le lenzuola e i mobili […]. Mi portavo i colori in tour. Ho rifatto completamente l’intera camera da letto e poi sono andato in bagno e l’ho pitturato. Tutti tratti vorticosi e cose del genere. […] Poi ho pitturato i miei vestiti. E poi mi sono spogliato, perché i maori dicevano che la prova finale della mia lealtà verso di loro consisteva nel dipingermi di blu. […] Il blu era il colore della battaglia e dimostrava che ero un fratello guerriero. Mi sono dipinto di blu dalla testa ai piedi e sono rimasto seduto lì, nudo, in quella stanza totalmente dipinta. Ed è così che Frank (Murray, il manager dei Pogues, nda) mi ha trovato al mattino. È venuto a svegliarmi, ha bussato alla porta e io l’ho aperta dicendo: “Ciao Frank. Guarda cosa mi hanno fatto fare i maori”».

«Matt, ma non ce la fai a pestarlo?»

Uno dei brani più celebri dei Pogues è Fairytale of New York, del 1987, con la partecipazione della cantante Kirsty MacColl. Il video del pezzo è altrettanto noto e vede un giovane Matt Dillon (ventitreenne, pre-Drugstore Cowboy) nei panni di un poliziotto che arresta MacGowan ubriaco. L’atmosfera sul set è decisamente frizzante e tutti sono su di giri («Eravamo tutti completamente fuori di testa, e c’è stato un momento in cui stavano per arrestarci tutti per ubriachezza e uso di droghe»), anche per combattere il freddo newyorchese di novembre. La scena dell’arresto si rivela particolarmente difficoltosa da girare, perché Dillon proprio non riesce a maltrattare MacGowan. Che ricorda: «A Matt stavo troppo simpatico per buttarmi contro la porta e prendermi a calci sulle scale. Ero fuori di testa, non avrei sentito niente, avrebbe potuto darmele come si deve e mi sarei semplicemente messo a ridere. Avrebbe potuto buttarmi giù per le scale e non me ne sarebbe fregato un cazzo. […]. Ho detto a Matt: “Senti, Matt, per l’amor di Dio, menami! Non ti preoccupare. Non mi fai male. Non preoccuparti”. Ma lui diceva: “Ma mi stai simpatico, Shane. E la tua roba mi piace tantissimo. Ti voglio bene, amo la tua roba. Non posso farti questo”. […] Ci sono voluti otto tentativi per fare una scena semplicissima. E Peter Dougherty (il regista, nda) stava impazzendo, e diceva: “Per l’amor di Dio, Matt, ma ce la fai a pestarlo?”».

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