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Marracash, salvaci con i tuoi ‘Dubbi’

Un pezzo degno di un premio Strega, un video con i disegni di Tarik Berber, un tour per dimostrare che i concerti hip hop possono essere all’altezza dei dischi. Scopo: diventare «il Vasco Rossi del rap»

Marracash

Foto: Andrea Bianchera

Non era facile immaginare un videoclip per un pezzo larger than life come Dubbi. Già perché se a Kendrick Lamar hanno dato un premio Pulitzer per “l’autenticità gergale e un dinamismo ritmico che offre vignette commoventi sulla complessità della vita”, a Marracash per questo intimo e poetico flusso di coscienza – un po’ Ocean Vuong un po’ Kae Tempest – avrebbero come minimo dovuto trovargli un posto nella cinquina dello Strega, e non esagero, visto e letto i libri di quest’anno. E così, per la canzone più bella del suo album Noi, loro, gli altri il rapper ha scelto, su suggerimento di un’amica, i disegni di Tarik Berber, di minimale complessità, con molti spazi di bianco su cui far correre elegantemente le linee, quasi a voler bilanciare il peso ingombrante delle parole di Dubbi.

I 2500 disegni fatti a mano – 12 disegni per ogni secondo di animazione video – rappresentano una sorta di manifesto programmatico di Marracash, un’installazione nell’installazione. Le dodici ore al giorno per tre mesi che Tarik Berber ha passato ad ascoltare uno stesso pezzo, quel pezzo, spesso cancellando e rifacendo per star dietro al ritmo del beat, rappresentano al meglio l’idea ambiziosa e rivoluzionaria di Marra di «nobilitare l’intrattenimento a forma d’arte», come tiene a precisare durante la presentazione organizzata a Milano nella galleria Assab One insieme alla Collezione Ramo.

Tanto lavoro per un videoclip, che lo stesso Marracash non vuole definire commerciale – l’obiettivo «non sono le views su YouTube» – per una canzone non canzone, dove il ritornello arriva solo alla fine. Ma non serve parlare di avanguardia, o tirare in mezzo il Manifesto dei Musicisti Futuristi del 1910, qui è pop in essenza, al massimo per far i fighi si potrebbe citare Henri Cartier-Bresson – «La fotografia è una reazione immediata, il disegno è una meditazione» – per tracciare il confine tra un normale, ma sempre valido, street video e l’animazione di Dubbi. C’è un corpo maschile che cammina, nero su bianco, assalito dai pensieri, linee pulsanti che si diramano come filamenti, e dalle parole che gli ronzano attorno come api nella campagna della periferia milanese vista da un treno in corsa. Poi, sempre seguendo il ritmo marziale della base, arriva un onirico barbagianni che si porta via tutto.

Berber cita durante la presentazione una rima che l’ha particolarmente ispirato: “La lotta per vivere è crudele ma affascinante, ne ho fatto un’arte, ne ho fatto parte”. La cit. funziona benissimo anche per i due album, Persona e Noi, loro, gli altri, che Marracash ha scritto in un doppio lockdown – quello della pandemia, e quello dovuto a un momento di difficoltà personale – e che ancora non hanno visto il palco dei concerti. Manca poco, il tour estivo parte il 12 luglio e va avanti per altre 31 date per quello che è uno degli eventi musicali più attesi dell’anno. Ci saranno ospiti, soprattutto nelle sei serate milanesi, scenografie video che non serviranno solo a imbellettare la performance ma «cercheranno di lanciare un messaggio» (mi vengono in mente i Massive Attack che tuonavano dai led il nome di Carlo Giuliani a Genova), i brani in scaletta saranno divisi per mood con un inizio «potente», e ci sarà una band di cinque elementi per cercare di sfatare il luogo comune che i concerti hip hop non sono mai all’altezza dei dischi.

L’obiettivo dichiarato di Marracash con questo tour e con i suoi prossimi progetti è quello di diventare «il Vasco Rossi o il Lucio Dalla del rap». E cita anche l’intervista a un chitarrista di Dalla e di molti altri, Ricky Portera, che ha recentemente letto su Rolling Stone e gli è piaciuta: forse perché, come dice Ricky, «il rock non è avere le chitarre distorte, ma un modo di vivere» anche se fai rap, perché «l’autenticità è importante», racconta Marra, e «non è più rivoluzionario mettersi una collana d’oro», è triste che oggi «conti più l’estetica della musica nel rap» ed è triste «vedere ventenni che non sono ribelli».

Dietro alla linea pulita disegnata da Tarik Berber adesso c’è un Marracash emozionato all’idea di «vedere l’effetto delle canzoni sulle persone», «è un po’ come quando ti nasce un figlio», dopo «due anni di clausura in cui tutti abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi», e di questa esperienza ne ha fatto musica, ne ha fatto arte e ne ha fatto parte. Oggi i suoi testi, su tutti quello animato dal video in uscita, sono sempre più attuali, «è diventato pop andare dallo psicologo» ma è convinto che questo «essere a pezzi ci sarà utile in futuro».

Alla fine gli tocca rispondere alle domande di rito del solito giornalista sul caso Radio Italia, su Elodie e su Fedez. Io m’intristisco, forse questo non è un mestiere adatto a me, o forse sarebbe solo l’ora di finirla con cazzate e pettegolezzi. Comunque Marracash se la cava, è cresciuto, e la corazza si è fatta più spessa: «Non c’è nessun caso Radio Italia, al concerto di Piazza Duomo durante le prove mi sono accorto che tecnicamente qualcosa nell’arrangiamento dei pezzi non funzionava, era un po’ come fare i Metallica senza le chitarre elettriche, e visto che ci tenevo molto a fare tutto al meglio ho preferito non suonare».

Su Fedez «nulla di personale, ma la pensiamo diversamente». Quanto a Elodie, «abbiamo un rapporto molto forte, anche se non è quello canonico della coppia». E mentre immagino una magnifica coppia free che si fa i cazzi suoi su assolo di Ricky Portera, vedo il lontananza il barbagianni del video, in loop sul proiettore, che si porta via tutto, chiacchiere e polemiche.

Rimangono solo un rapper, la voce, la musica e i salvifici Dubbi.

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