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Mark Ronson: la mia vita in 10 canzoni

L’incontro con Lily Allen in piena influenza aviaria, l’intuito di Amy Winehouse, la lucidità di Adele, McCartney che suona i bicchieri di vino e altre storie dietro ai pezzi che hanno trasformato il produttore in una superstar

Mark Ronson

Foto: Collier Schorr/RCA

Mark Ronson ha iniziato facendo il dj nei club di New York dove passava dischi hip hop in attesa della star della serata, Funkmaster Flex. Facendo la spola fra Stati Uniti e Inghilterra, ha poi prodotto dischi rap per Ghostface e Nas, pop-soul per Adele e Amy Winehouse, opere di grandi star come Paul McCartney e Duran Duran. Il bello è che Ronson non li considera progetti tanto diversi: «Anche quando facevo Back to Black» dice «l’idea era produrre canzoni che RZA avrebbe potuto campionare».

Qui Ronson racconta la sua storia in 10 canzoni, facendoci spiare il dietro le quinte di alcune sue grandi produzioni.

“Turntables” Mark Ronson feat. Debonair & Sha Stimuli (1998)

«In quel periodo a New York tutti i grandi dj avevano un contratto, parlo di gente come Funkmaster Flex o Clue. Jessica Rosenblum, che era un po’ il perno di questa scena hip hop, faceva la domenica sera delle serate al Tunnel con Flex. Mi ha chiesto se volevo far qualcosa nel disco, io già facevo delle produzioni e mi ci sono buttato. Significava entrare nel giro di Biz Markie, Max Glazer, Cipha Sounds.

All’epoca suonavo al Palladium, dove c’era una serata chiamata Planet Rock, e in piccoli locali a downtown come il New Music Café, che è poi diventato Shine. Era frequentato da un mix di skateboarder, spacciatori, belle ragazze e quant’altro, ma comunque la gente non era così estrema come al Tunnel. Quando Jay Z, Biggie e Big Pun hanno cominciato a venire alle nostre serate è stato davvero figo: erano i miei eroi».

“Idiot Boyfriend” Jimmy Fallon (2002)

«Avevo appena prodotto un disco di Nikka Costa. Jimmy voleva fare un mix di skate punk, Beastie Boys e altra roba. Abbiamo prodotto e arrangiato le canzoni e siamo andati nei campus universitari per registrare gli sketch. Viaggiavamo sui bus Greyhound, io e Jimmy.

Quand’è stato il momento di fare il disco dal vivo ho pensato di reclutare grandi musicisti hardcore di New York. Jimmy m’ha fermato: “No no, non devono essere particolarmente bravi”. Al che gli ho detto: “Se non cerchi grandi musicisti, il basso lo potrei suonare io”. Ed eccomi in tour con Jimmy ad aprire per gli Strokes nel 2003».

“Ooh Wee” Mark Ronson feat. Ghostface Killah & Nate Dogg (2003)

«È stato guardando il film Boogie Nights che ho sentito un frammento suonato dagli archi, era una cover di Sunny dei Boney M. Nella colonna sonora non c’era, così ho aspettato la fine del film per leggere i titoli di coda. L’ho usata sovrapponendo un beat. Ghostface era ed è ancora uno dei miei rapper preferiti, perciò la traccia l’ho mandata a lui. Ha un gran talento nei pezzi uptempo, anche in quelli più allegri, quasi disco music. Insomma, gli mando questo beat e lui mi fa: “Ok, ho capito, è roba alla Tony Manero”.

Credo non si sia avvicinata neanche lontanamente alla Top 100 americana, eppure quel ritmo era famigliare un po’ a tutti. Un po’ di successo l’ha avuto in Inghilterra e mi ha permesso di fare il dj in un sacco di club. È così che ho conosciuto Lily Allen».

“Littlest Things” Lily Allen (2006)

«Ho incontrato Lily allo Yo-Yo. Abbiamo parlato di musica e lei m’ha lasciato un demo. Dopo un mese ho ritrovato il CD in fondo alla borsa e finalmente ho ascoltato Smile e Knock ‘Em Out. Wow, dovevo assolutamente lavorare con lei. Non avevo un nome all’altezza dell’etichetta per la quale incideva lei, perciò ho pensato di spedirle un biglietto aereo e le ho dato appuntamento all’Holiday Inn di Chinatown. Solo che eravamo al picco dell’epidemia di influenza aviaria. Lei entra nella hall e vede tutti questi uomini d’affari cinesi con le mascherine: dev’essersi spaventata. Siamo andati a caccia di dischi al Village. Le ho fatto sentire questo campionamento (Emmanuelle in the Mirror di Pierre Bachelet, nda). Sono andato in studio e ho scritto il pezzo al volo. Credo sia passata Santigold a scrivere uno o due versi».

“Valerie” Mark Ronson feat. Amy Winehouse (2007)

«Amy non era a New York quando abbiamo registrato le basi di Back to Black. Era dovuta tornare nel Regno Unito per un problema al visto o qualcosa del genere. Quando ha letto i credits dell’album mi ha chiamato: “Vuoi dirmi che nel mio disco suona un tizio chiamato Binky Griptite?”. Il bello è che il suo contributo era stato registrato il primo giorno cui ci siamo visti a Brooklyn e lei ha incontrato i musicisti.

Comunque, dando gli ultimi ritocchi a Version m’è venuta voglia di coinvolgere Amy. Il tema del disco era il mondo della musica indipendente, perciò le ho chiesto se c’era qualche guitar band che le piacesse. “Mi piace quel pezzo degli Zutons, Valerie”, mi ha detto. La prima volta che l’ho sentito non mi ha detto granché, eppure Amy aveva capito che, una volta cantato da lei, sarebbe diventato un grande pezzo».

“Cold Shoulder” Adele (2008)

«Vado a trovare Richard Russell negli uffici della XL e mi dice che c’è questa ragazza chiamata Adele che vuole farmi sentire un pezzo, per capire se voglio produrlo. La incontro, ascolto la canzone, mi piace. Mi ingolosisco e le chiedo se ha altro da farmi sentire. E lei: “No, è l’unica che voglio fare con te”. Mi ha impressionato la chiarezza delle sue intenzioni, sapeva esattamente quel che voleva. A dirla tutta, la versione demo era già favolosa, solo lei al Wurlitzer».

“All You Need Is Now” Duran Duran (2010)

«La prima band che mi è davvero piaciuta sono stati i Duran Duran, in particolare quando hanno fatto pezzi più ritmati tipo The Reflex, anche se il mio disco preferito resta Rio. Non potevo credere che stavo lavorando col mio gruppo preferito, ma non è un pensiero su cui puoi indugiare quando c’è da sgobbare. Quel disco conteneva alcune fra le loro cose migliori degli ultimi anni. Adoro il sound».

“Locked Out of Heaven” Bruno Mars (2012)

«Bruno aveva questa idea già da un po’, anche se in versione lievemente diversa. Abbiamo provato sette o otto arrangiamenti, vari accordi, diversi accompagnamenti. Sapevamo che prima o poi l’avremmo azzeccata. E, boom, all’improvviso funzionava».

“Alligator” Paul McCartney (2013)

«Lavorare con McCartney è un’esperienza fuori dal comune in tanti sensi. Ovviamente perché è McCartney. E poi per quel che impari sull’arrangiamento. È uno che suona dei bicchieri e li riempie di vino per essere certo che siano perfettamente intonati in La minore. Mentre registravamo ha detto una cosa che non dimenticherò mai. Stavamo incidendo una parte di chitarra acustica. Disse: “Ha il suono di una buona chitarra acustica, ma io voglio che abbia il suono di un disco”».

“Uptown Funk” Mark Ronson feat. Bruno Mars (2014)

«Ognuno di noi – intendo Bruno, io e Jeff [Bhasker] – è capace di fare un bel disco da solo, ma quando ci riuniamo nella stessa stanza succede qualcosa di magico. Si passa a un altro livello. Sono fortunato: il mio successo più clamoroso è un pezzo di cui sono orgoglioso e che ho inciso con un amico».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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