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Manuale di musica a distanza

Come incidere un disco mantenendo la distanza interpersonale ben oltre il metro previsto dal decreto e immaginare senza volerlo un pezzo di presente

Maurizio Marsico e Stefano Di Trapani, ovvero Marsicoditrapani

Maurizio Marsico (Monofonic Orchestra) e Stefano Di Trapani (che scrive anche per Rolling Stone come Demented Burrocacao) hanno pubblicato in gennaio per Plastica Marella l’album The Greatest Nots. In questo scritto, i due si presentano come entità pensante che li raccoglie e spiegano come si fa a incidere un disco mantenendo la distanza interpersonale ben oltre il metro previsto dal decreto e immaginare senza volerlo un pezzo di presente.

Apro il gatefold del nostro vinile e in alto a destra leggo, anzi rileggo: “Veniamo da lontano, andiamo lontano e da così lontano non ci avvicineremo mai”. Poi metto The Greatest Nots sul giradischi e la prima traccia inizia ad urlare: sta andando tutto a rotoli e io mi arrotolo, sta andando tutto a rotoli e tu ti arrotoli… Il mio indice, quasi un bonsai di quello macro disegnato da Simone Tso ed Enrico Infidel D’Elia su fronte e retro copertina, corre sui titoli della tracklist: Arròta, Cinese in Ferrari, Il maestro siamo noi, Una risata mi/ci/vi seppellirà, Fa molto caldo, Savonex, Prati al contrario (My Mobile Loves Jazz) e Arròta altrove e all’improvviso, come in un’epifania lisergica a metà strada tra il Belushi che vede la luce nella chiesa del reverendo James Brown e Terence McKenna che entra in contatto con entità sacre e/o aliene in un viaggio all’Ayauasca molto speciale, anch’io me ne vado di fuori e mi sorprendo di quanto questo disco abbia a che fare col nostro presente sebbene sia stato registrato oltre un anno fa. Mi sorprendo come se l’ascoltassi per la prima volta, come fosse stato concepito, suonato, registrato da altri e non da noi e infatti così è: io siamo molti.

Sarà che gli artisti in generale sono muniti di strane antenne in grado di percepire prima di altri ciò che accade tra il cielo e la terra, oppure che noi, in particolare, che non abbiamo nulla da perdere e che non possiamo essere altro da ciò che siamo, abbiamo semplicemente realizzato il disco che potevamo. Un disco col senno e col segno di poi, molto molto prima. Ma cosa sarà? Certo è che al di là dell’incredibile attualità dei temi, con The Greatest Nots abbiamo anche sperimentato, prima che l’intero mondo fosse avvolto dal festival apocalittico del remoto, il concetto di distanza come elemento fondante del nostro progetto. Dove l’artista Marsicoditrapani è una strana entità che vive al medesimo tempo a Milano e a Roma ovvero in due città diverse e distanti ed è composta da Maurizio Marsico e da Stefano Di Trapani, ovvero noi, due artisti musicali, simmetricamente dissimili. Due estensioni parimenti astratte. In tutti e due i luoghi, quindi in nessun luogo, da entrambi quindi da nessuno dei due.

La distanza come valore in sé. La distanza opposta alla melassa dei buoni sentimenti, delle semplificazioni a prescindere e della condivisione compulsiva. La distanza tra idea e sua realizzazione. La distanza come fattore spaziotemporale. Anni luce, avanti o indietro. Qui e ora: MAI!

Dicevamo il mai, quindi giocoforza anche il no. Quel grande no a forma di dito che campeggia nella copertina, trasferito direttamente dalla mente degli acuti illustratori di cui sopra, implicava già nell’aria e nei temi trattati nel disco la situazione attuale. Come Savonex che parla appunto di un disinfettante/sapone/detersivo che divora talmente lo sporco da divorare anche chi lo usa, o Cinese in Ferrari (nera, per la precisione, come la peste), scenari di untori inconsapevoli a Piazza della Scala a Milano, oppure Fa molto caldo, una specie di delirio paranoico isolazionista con mascherina in faccia a agosto che ti fa schiumare e parlare con una voce oramai robotica, o Prati al contrario, in cui alla fine la movida degli aperitivi a base di jazzetto diventa un incubo lynchiano in cui l’atonalità infetta l’armonia fino a spappolarsi come un concerto brandeburghese di Bach in mano agli Area… una situazione in cui non solo il no è pronunciato da chi è “contro il potere”, ma anche dal potere stesso.

Il no double face è infatti la caratteristica del gatefold, che lo vede posizionato in modo speculare e cromaticamente invertito, dal fucsia al giallo e dal giallo al fucsia, il tutto sapientemente calibrato dalla mano di Giandomenico Carpentieri. All interno le due creature mitologiche che compongono l’entità, come dei tritoni inseriti nel contesto urbano delle rispettive città che sullo sfondo sono spixelate, quasi evaporate in uno strano silenzio nel quale i “monumenti” sono posti uno di fronte all’altro: una previsione dei centro città deserti, del turismo che si decompone, della stasi quasi fotografica della storia in avvicinamento.

Questo ovviamente l’ho/l’abbiamo/l’hanno capito solo dopo, prima non si sapeva assolutamente perché avessimo sentito questo grande no aleggiare per l’aere. Si era sentito e basta e quindi era il momento di dirlo, di dire dei grandi no in una situazione esistenzial-critica mondiale specularmente enorme, che lo richiedeva. Anche qui poi la storia ha dimostrato che i no erano incrociati, diretti all’umanità nella sua interezza. No al tempo accelerato della produzione scempio capitalista che conoscevamo, ma no anche a un modus vivendi “fake ribelle” che a tutti gli effetti ha maciullato prima noi e poi l’ambiente. Ci siamo sbriciolati come un muro a forza di crederci nel giusto, invincibili e fare i fighi. Certo, due no si annullano: quindi alla fine si è aperto un grande sì, quello delle risorse “in sicurezza” (da leggere tutto d’un fiato come “insicurezza”, nel senso di volo in un futuro forse finalmente sconosciuto, aprendo le ali senza reti di protezione ideologiche, volendo usare un gioco di parole; la vita è rischio, altrimenti non è vita, senza se né ma).

A livello musicale/tematico, ho scoperto quanto detto sopra. A livello tecnico possiamo dire, col senno di poi, che in un certo senso The Greatest Nots è un manuale di registrazione propositivo, nell’era del distanziamento. Siamo chiari, non è una novità fare dischi a distanza mandandosi file, ma qui non ci siamo mandati nulla via rete in fase di incisione: ci siamo sì scambiati e-mail precedentemente con degli abbozzi di testo, embrioni di concept, ma poca roba. Quindi, probabilmente, l’unica cosa inviata è stata parti di me (in particolare “l’estensione” Maurizio, quando faceva Milano-Roma in giornata, andata e ritorno, secca). L’estensione Stefano non si è mai mossa da Roma, e tutto sommato manco troppo dal suo quartiere, è bastato salisse sul trenino dei laziali per poche fermate: km zero a zero km. Quando sono state riconnesse nel Gnagnotech Studio non c’era neanche la band, solo il fonico e coaudiovatore Marco De Tommasi. Molto spazio in sala, molti strumenti che attendevano qualcuno che li smanettasse (cioè io, cioè loro, cioè noi, ma ci guardavamo intorno fischiettando per fare i vaghi) e non hanno/abbiamo mai suonato insieme nello stesso momento e nello stesso spazio. Si facevano overdub su overdub e alla fine a suonare era “l’insieme”, la band Marsicoditrapani, ma sembrava di stare in una diretta zoom di quei gruppi che suonano i pezzi insieme uno in culonia l’altro in frescolandia. Tra loro il vetro della sala regia, come una lastra di plexiglass al ristorante per evitare sputazzi.

Il segreto è anche la velocità: il disco è stato registrato alla velocità della luce, direi in due giorni: per la paura credo di essere contagiati dal perfezionismo “molle”, apparente, quello della “produttività” che alla fine fai fai fai, ma non fai un cazzo, un po’ come la sanità lombarda, poi succede un casino come si è visto. Per le rifiniture ci abbiamo messo un po’ di più, ma non tantissimo, era come usare un termoscanner per misurare rapidamente la temperatura al sound, ok sei a posto, avanti un altro. L’estensione Maurizio in quei frangenti era a Milano: per cui in studio c’era solo l’estensione Stefano insieme a Marco, quest’ ultimo alla consolle, l’altra stravaccata sul divano dietro di lui, a metri di distanza col cellulare in mano ad aggiornare l’estensione Maurizio sull’andazzo dei mix. Anzi, a volte neanche sul divano, direttamente al cesso, che era fuori della sala. Ti dovevi mettere in un posto isolato e lontano perché solo li arrivava la rete. Insomma, stranamente sembrava che ci fossero tutte le condizioni per un discorso “virtuale nella realtà” anziché di realtà virtuale, tutto capovolto.

La cosa divertente è che all’uscita del disco, cercando di pianificare un tour o dei live promozionali, a un certo punto mi sono, ci siamo, si sono detti: ma che li facciamo a fare i live? I live hanno rotto le palle: la gente fa più presenza fuori dai concerti, la maggior parte delle volte va agli eventi solo per pippare o per farsi i cavoli suoi. Facciamo una roba a distanza. Facciamo che ci concentriamo soprattutto sulle radio: soprattutto sul raccontare. E se poi ci chiedono di suonare qualcosa in radio, improvvisiamo al telefono. Se ci chiedono di fare i live, magari mandiamo qualcun altro con le “mascherine” in faccia (eh eh eh), non ci presentiamo. E infatti, per esempio, eccoli lì uno da solo a Radio Città Aperta a Roma davanti a un microfono e l’altro a Milano dall’altro capo del telefono, a eseguire a cappella Una risata vi seppellirà, e viceversa.

Poi che è successo? Niente, scoppiata la pandemia improvvisamente si sono tutti messi a fare radio. Si sono tutti messi (gli Altri) a fare dirette in cui suonavano da soli, in maniera – in tutti i sensi – gratuita, oppure facevano trasmissioni video chat di gruppo, festival online a raffica, una bulimia assoluta. Si sono messi tutti a fare album in cinque minuti, alla velocità della luce, quando normalmente ci impiegavano mesi. Un botto di video: io/loro/noi neanche quelli abbiamo fatto. Solo dei brevissimi teaser acidi, perché anche l’occhio vuole la sua distanza dalla visione, che oggi più che mai ti risucchia tipo le creature antropofaghe di Tokyo Ghoul. Soprattutto, tutti gli Altri a rimpiangere concerti ai quali non sono mai andati, come se si fossero improvvisamente accorti che… sì, non era tutto dato per scontato e il “mobile loves jazz” degli “Altri” lo fa molto meglio: as usual, è proprio quando ti manca qualcosa che ti dai da fare per farla, era ora. E in fondo anche questa mia/nostra/loro non- intervista a distanza mi ricorda i versi di una celebre canzone napoletana: cchiu’ lontano me staie, cchiu’ vicino te sento.

A distanza per prendere le distanze, dalla distanza stessa. Buon ritorno all’anormalità.
Sempre vostri,
Marsicoditrapani
Romilano Fase 2>3/2020

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