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Madonna che demo!

A inizio carriera, la pop star ha inciso e mai pubblicato una manciata di canzoni. Alcune indicano la via che avrebbe intrapreso, altre sono hit mancate. Perché non recuperarle per il suo biopic?

Madonna

Foto: Fryderyk Gabowicz/Picture Alliance via Getty Images

Il 2020 è un anno in cui le icone del pop e del rock tirano le somme: il tempo passa e arriva il momento di affrontarlo riavvolgendo il nastro, accettando che piano piano la candela si accorcia. Bob Dylan, ad esempio, ha pubblicato quasi un disco-testamento e Springsteen si appresta a far uscire il nuovo album ripescando brani dalle demo degli anni ’70. Madonna, dopo aver spento 62 candeline lo scorso agosto, sta lavorando alla sceneggiatura di un film sulla sua vita insieme alla premio Oscar Diablo Cody. E quindi, a proposito di demo, perché non andare a ritroso riascoltando brani mai pubblicati ufficialmente dalla nostra Louise Ciccone? Non sia mai che possa recuperarli per un’ipotetica colonna sonora, visto che a distanza di tempo risultano freschi come appena sfornati. Sono perle risalenti ai primi anni di carriera della cantante, hit mancate che però hanno contribuito allo sviluppo di uno stile e dei successi di classifica che più tardi Madonna collezionerà.

“High Society” (1981)

Nel 1981 Madonna ha appena divorziato dalla sua ultima band, gli Emmy and the Emmys, poi tramutati in Madonna and the Emmys. La band, formata con l’artista d’avanguardia Mark Frazier, è il primo vagito delle ambizioni soliste della cantante dopo l’esperienza come batterista e voce nei Breakfast Club dove militava il suo primo produttore (e poi anche partner nella vita) Stephen Bray, che la sostituirà alla batteria nel gruppo per lasciarla al microfono. Ma lo stile è ancora troppo legato a una new wave che tutto sommato in quel periodo storico brulica per l’intera New York ed è roba che fanno tutti i gruppi la cui unica ambizione è di suonare per sempre e solo nella Grande Mela, mentre lo sforzo di Madonna è al contrario quello di distinguersi virando verso la dance, con l’obiettivo di conquistare il mondo.

Prima di definire un suono che sarà quello del suo primo album, cioè un concentrato di dance bianca e sonorità elettroniche black, o meglio da strada visti i trascorsi nel Bronx, Madonna registra con la sua prima manager Camille Barbone una manciata di demo ai Gotham Studios di New York, per l’etichetta discografica omonima. High Society non avrebbe sfigurato come singolo, in cui il pop wave di natura Go-Go’s e affini si macchia di una batteria elettronica stile motorik e dei synth che tendono a spostare la produzione verso un suono più patinato e meno punk. In un certo senso, Madonna tornerà a queste sonorità nel periodo di Ray of Light e soprattutto in American Life.

All’epoca il provino non provocò alcuna reazione negli addetti ai lavori tanto che il team di lavoro lo vide come un fallimento totale, anche se tra i session man c’erano il chitarrista Jon Gordon (poi famoso per il lavoro con Suzanne Vega) e ai synth David Frank, ovvero il padre dell’elettronica r&b con i mitici System. La canzone è una specie di chiamata alla lotta di classe, distante anni luce dalla fredda ironia di Material Girl, ma tutto sommato potrebbe essere l’altra faccia di una stessa medaglia: non si può avere una relazione con un ragazzo dell’alta società che usa le ragazze come giocattoli e si piega al sistema. È uno di quei pezzi di Madonna in cui l’amore diventa una questione politica, che è poi volendo la cifra di tutta la sua poetica a venire.

“Love on the Run” (1981)

Altro brano registrato nelle Gotham session, è uno ska/disco elettronicizzato a presa rapida che sarebbe potuto diventare una hit. Madonna riprenderà un po’ quest’andazzo con Open Your Heart su True Blue, chiaramente rendendo il tutto più tecnologico e mid-Eghties. In questo caso, tra leggeri echi dei B-52s si narra di una relazione in cui il partner non vuole fare altro che fuggire, per cui alla fine Madonna lo caccia a pedate fuori dalla porta in modo che assapori ciò che merita. La breve durata del brano lo rende potenzialmente una hit radiofonica dei tempi in cui viviamo. È impreziosito da tendenze “mutanti” presenti nelle varie produzioni della DFA Records di cui sembra anticipatore.

“Get Up” (1981)

Altro brano registrato nelle suddette session, mischia un funk disco con chiarissimi echi new romantic, tanto che incredibilmente il riff principale del pezzo ricorda gli Spandau Ballet di Reformation (e a essere sinceri anche i Depeche Mode di In Your Room versione singolo, anche se in quel caso siamo nel 1993 ed è chiaro chi si potrebbe essere ispirato a chi). Un ibrido molto interessante soprattutto nell’uso di battere e levare e con uno stacco sintetico sfunkettato che ammicca quasi al lavoro di Quincy Jones con Michael Jackson, ma anche della cultura hip hop nei cori e nel breve rap finale (ritroviamo anche un gran lavoro di arpeggiatore ai synth che anticipa la rugiada sonora dell’apertura di Lucky Star). Il brano sembra debitore anche del Giorgio Moroder più “filmico” e sintetizza le influenze di Madonna fino a quel momento, che poi trasformerà nella sua cifra stilistica ricucendo le parti essenziali fino a farne un vestito sonoro su misura.

“Laugh to Keep From Crying” (1981)

Questo brano sempre inciso nel 1981 è il più rock di Maddy, qui in debito con Patti Smith. È un pezzo molto interessante che però non è stato più ripescato nonostante anticipi di molto certe uscite riot grrrl dei ’90 (non la vedo male rifatta da PJ Harvey, per dirne una). È uno spaccato del periodo da fame della cantante, un tema abbastanza atipico nella sua produzione, il cantato sembra addirittura eseguito da ubriaca. Lontano dalle idee dancefloor di Madonna, sarà presto cassato, ma rispunterà insieme ai brani sopraccitati – e quelli che ascolterete sotto – nella raccolta non ufficiale Pre-Madonna pubblicata da Stephen Bray senza l’autorizzazione della cantante nel 1997. Non potevamo chiedere di meglio, essendo le versioni in circolazione fino ad allora di qualità non eccelsa.

“Crimes of Passion” (1981)

Quando spuntano fuori gioiellini come questo, in cui le ambizioni elettrodance sono perfettamente bilanciate e anzi leggere come una piuma (merce rara quando si tratta di fare pop ballabile con ambizioni di alta classifica), s’invoca a gran voce l’apertura dei cassetti. In un certo senso anticipatrice del pop/r&b di TLC, Spice Girls e compagnia cantante, parla di un lui che tenta di fare il vago con i suoi inganni, mentre Madonna usa l’infedeltà reciproca come pepe per tenere viva una relazione che conta. Attraversato da leggeri phaser e dall’impianto funk elettronico di scuola Chic, è un po’ l’altra faccia della medaglia, quella frivola e non disperatamente vitalista, di Into the Groove. Sarebbe potuto diventare un grande singolo e fra i pezzi registrati nello stesso periodo è quello che forse raggiunge la giusta alchimia che riconduce subito al Ciccone sound del primo disco ufficiale.

“Ain’t No Big Deal” (1981)

In origine la B side di True Blue, con un arrangiamento tecnologico di marca mid-Eighties sotto la produzione di Reggie Lucas, era un funkettone bianco semisintetico (ma non troppo) e spruzzato di un sapore alla Nile Rodgers, tanto che ad ascoltarla ora sembra uscita da Random Access Memory dei Daft Punk. La patina di effetti phaser sembra spuntare fuori da un disco di hypnagogic pop del 2009 e rotti. Il recupero attuato da Madonna nell’86 (ma era già b side per il singolo di Dress You Up uscito in Giappone nel 1985) implica che il pezzo meritava parecchio, era infatti stato originariamente pensato come suo primo singolo in assoluto e poi come lato B di Everybody. Non divenne né una, né l’altra cosa probabilmente perché era ancora troppo legato alla prima versione wave di Madonna, mentre Everybody era già a tutti gli effetti un inno post disco dall’impetuoso minimalismo. Nessuno ovviamente avrebbe potuto pensare che, al contrario, in futuro sonorità del genere sarebbero diventate hype con personaggi quali Geneva Jacuzzi, che prende in un certo senso il testimone della prima Maddy.

“Don’t You Know?” (1981)

Con un colore a tutti gli effetti disco, Don’t You Know ha il giusto tiro per essere radiofonico quanto basta, con un mood che è quasi hancockiano del periodo Sunflower, tanto che il finale presenta un parlato passato per un vocoder, slap bass, drum machine piena di handclaps e soli di synth jazzati. Non fu mai pubblicata, ma sarà inserita nella versione ufficiale di Stay, contenuta in Like a Virgin, unendo a tutti gli effetti le due canzoni in una. Con questa versione non si può però evitare di vedersi proiettati in mezzo a muri coperti di graffiti a fare breakdance, motivo in più per sottolineare ancora una volta le influenze nere di Madonna (dice la leggenda che la gente pensasse, ascoltando Borderline, che fosse interpretata da una cantante di colore).

“Sidewalk Talk” (1984)

Canzone originariamente scritta dalla Ciccone per il disco solista di Jellybean Benitez, produttore del primo disco di Madonna e suo ragazzo per un certo periodo di tempo, è uno dei picchi della storia della cantante. Il testo parla della dura vita in una metropoli come New York, dove ci sono possibilità in teoria illimitate, ma la fame, l’invidia e la competizione per la lotta per la sopravvivenza sono dietro l’angolo. Il brano ha un hook irresistibile, un elettrofunk (che vede tra l’altro al basso Marcus Miller, storico bassista e collaboratore di Miles Davis) che non ammette repliche e profuma di vernice spray. La versione demo con la sola voce di Madonna è introvabile, ma lei fa comunque capolino nel ritornello del pezzo edito, impreziosendolo e marcandolo a fuoco come farina inequivocabile del suo sacco. Non è una vera traccia mai pubblicata, siamo d’accordo, anzi fu una hit dance negli Stati Uniti, ma ancora oggi non viene sufficientemente ricordata a differenza di Each Time You Break My Heart, portata più tardi al successo dal belloccio Nick Kamen. La curiosità ci divora e l’ intuito ci dice che il provino di Sidewalk con la voce di Madonna è una vera e propria bomba.

«Non mi vergogno di quello che ho fatto, ma non voglio che si sfrutti il mio successo per riproporre al pubblico vecchie cose che oramai non hanno più alcuna importanza». Comprendiamo questa dichiarazione di Maddy, ma a volte quello che non ha importanza per l’artista lo ha per chi ascolta. E magari, in una nuova veste, questi brani potrebbero fare faville, soprattutto come colonna sonora di una ipotetica scena del film in cui Madonna fa il suo ingresso nell’avanguardia artistica newyorchese. Staremo a vedere, ma diciamolo: sarebbe “just like a dream”.

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