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Ma davvero le canzoni aiutano a vincere le elezioni?

Dietro allo scontro fra Stones e Trump sull'uso di 'You Can't Always Get What You Want' c’è l'idea che la musica giochi un ruolo nella trasmissione del messaggio dei candidati alla presidenza. È la showbiz politics, bellezza

Foto: Evan Vucci/AP/Shutterstock

Nella seconda stagione di The Politician, serie tv scritta e ideata da Ryan Murphy, il protagonista Payton Hobart si cimenta per la prima volta in una sfida elettorale per la corsa al Senato a New York. Nel susseguirsi della narrazione, con gli alti e bassi che contraddistinguono un percorso politico, la musica, se pur velatamente, inizia a rappresentare e a identificare le personalità dei due candidati agli occhi degli elettori.

Se in un prodotto di massa come una serie tv la musica viene utilizzata come elemento strategico nel rappresentare un candidato politico, quanto essa si può considerare fondamentale nell’apparato comunicativo di una vera campagna elettorale? Secondo Kathryn Cramer Brownell, docente di Storia alla Purdue University, la musica esercita da sempre un ruolo fondamentale all’interno del messaggio politico trasmesso nelle campagne elettorali. Questo permette ai candidati non solo di raggiungere lo status di celebrità, arrivando a più elettori possibili, ma di poter comunicare attraverso la cosiddetta showbiz politics sfruttando i canali dell’entertainment per ispirare, coinvolgere e comunicare.

«Il brano della campagna è sempre stato uno strumento politico importante, ma è stato riproposto maggiormente nel corso degli ultimi anni», ha detto Brownell a The Conversation. «La sua storia riflette un cambiamento più ampio nella politica americana: da un sistema controllato da partiti, apparati urbani e patrocini a uno dominato da consulenti politici e pubblicitari che cercano di creare figure presidenziali simili a celebrità pop».

Per Brownell tutto ebbe inizio durate le primarie del Partito Democratico nel 1960, che si svolsero tra il senatore del Minnesota Hubert Humphrey e il senatore del Massachusetts John Fitzgerald Kennedy. Kennedy, intenzionato a costruire una campagna elettorale incentrata sulla sua figura mediatica, convinse Frank Sinatra a modificare il suo celebre brano High Hopes per farlo diventare il messaggio principale della sua convention: “Everyone is voting for Jack, ‘cause he’s got what all the rest lack / Everyone wants to back Jack, Jack is on the right track”. Questo permise a Kennedy di creare un linguaggio comune in cui tutti gli elettori del Paese si ritrovassero, rafforzandone così la candidatura e la futura elezione alle presidenziali.

Nel corso degli anni, mediante la nascita di nuove forme di comunicazione e intrattenimento che hanno reso le campagne elettorali dei veri e propri show, le playlist sono diventate un elemento cruciale per comprendere i valori che ciascun candidato vuole rappresentare e comunicare. Fondamentale, in questo processo di evoluzione, è stata la campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008, la prima studiata per il web: «Obama sfruttò la nascente via dei social media per ideare un brand di sé stesso, connettendosi direttamente ai propri sostenitori aggirando il sistema “arcaico” dei media convenzionali».

La musica, in tutto questo, giocò un ruolo chiave nel rafforzare l’immagine di candidato afroamericano. Ricevendo il sostegno dal mondo dell’hip hop e non solo, riuscì a costruire un sound branding fortemente coerente con la strategia politica e con il proprio elettorato che gli permise di essere “reale” e rispettabile agli occhi degli americani Come conseguenza di una nuova via di entertainment, nelle ultime primarie del Partito Democratico, in cui è uscito vincitore Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, la base del partito ha richiesto ai 19 candidati in lizza di indicare in anteprima quali sarebbero stati i brani da riprodurre durante la loro convention. Il tutto ha dato il via ad una serie di analisi finalizzate alla comprensione e coerenza del messaggio politico.

Secondo Nolan Gasser, musicologo del Music Genome Project di Pandora, coinvolto in uno studio di Business Insider, «i candidati presidenziali devono coltivare due cose: l’entusiasmo e un’identità distinta. Oltre al contenuto dei loro discorsi, la “canzone tematica” del candidato offre forse i mezzi più viscerali e immediati per queste esigenze. La loro canzone è uno sforzo mirato per riflettere la personalità, lo stile e la visione del candidato, offrendo allo stesso tempo alla folla un mezzo vivace per dargli il benvenuto sul palco del rally».

Nel 2019 il progetto editoriale del New York TimesWhat Does Campaign Rally Music Say About a Candidate?”, redatto da Astead Herndon, Jon Pareles e Jon Caramanica, ha analizzato le playlist dei candidati mediante un criterio statistico, raccogliendo gli elementi che risultavano fondamentali per la comprensione del messaggio politico: anno di composizione del brano, le parole più frequenti, la percentuale di artisti maschili rispetto a quelli femminili e la presenza di artisti afroamericani e latini. Al termine di questi due studi si è visto come le scelte musicali più coerenti con il messaggio politico fossero raccolte nelle playlist di Joe Biden e Bernie Sanders, arrivati non a caso all’ultimo scontro per la scelta del candidato democratico alle presidenziali.

Bernie Sanders, nella sua playlist, ha voluto enfatizzare lo spirito “rivoluzionario” e innovatore della sua campagna, utilizzando brani che avessero al suo interno frasi come potere al popolo, rivoluzione, cambiamento, racchiusi in canzoni come Power to the People di John Lennon che lo pre-annunciava prima dei suoi discorsi. Sanders, inoltre, ha ricevuto un forte endorsement da una folta schiera di artisti mediante una lettera aperta in cui si invitava il proprio pubblico a sostenere la sua candidatura. Biden, invece, seguendo la strategia già utilizzata da Obama nel suddividere perfettamente brani di artisti bianchi e afroamericani, è rimasto agli occhi dei suoi elettori come Middle Class Joe, un uomo audace e patriottico narrato perfettamente dalla voce di Bruce Springsteen con We Take Care of Our Own: “We take care of our own wherever this flag’s flow”.

La musica, quindi, ha avuto sempre un’accezione positiva e innovativa all’interno di una campagna elettorale, ma se utilizzata in maniera errata e non coerente con il fine politico può dimostrarsi un’arma a doppio taglio. Celebri, infatti, sono i casi degli artisti indispettiti dall’uso delle loro canzoni in campagne dei democratici e dei repubblicani. Le cause sono varie. Nel 2012 Cyndi Lauper rimproverava il Comitato Nazionale Democratico per aver usato la sua True Colors in uno spot al fine di screditare l’immagine di Mitt Romney («Mr. Romney può screditare se stesso senza l’uso del mio lavoro»). Nel 1996 è stata denunciata la modifica illecita di Soul Man di Sam & Dave per la campagna repubblicana di Bob Dole (I’m a Dole Man). Il mondo politico statunitense ha dimostrato molto spesso di non avere rispetto degli artisti e di non conoscere i reali diritti di sfruttamento di un’opera.

Nelle ultime settimane, come raccontato da Marc Hogan su Pitchfork, i Rolling Stones hanno nuovamente minacciato di fare causa a Donald Trump per danni morali se avesse continuato a utilizzare i loro brani per la campagna di rielezione. Tali episodi sono diventati abbastanza frequenti durante l’era Trump e non pochi artisti si sono infastiditi dall’uso smodato che il presidente fa del loro repertorio, non propriamente in linea con il suo credo politico.

Hogan, grazie ad un portavoce dell’IMC (International Music Council), ha riscontrato che Trump utilizza una licenza per scopi politici rilasciata dalle società di collecting americane ASCAP e BMI, che lo autorizzano a utilizzare i brani presenti nel loro repertorio. Ma nelle licenze politiche è compresa una clausola che consente agli autori che si oppongono a tale utilizzo di far rimuovere il proprio brano. Trump, che aveva basato la sua precedente campagna presidenziale sull’utilizzo “estremo” della musica, trasmessa a un livello di decibel mastodontico per mettere in risalto il suo status di showman e mad man, rischia di essere limitata da questa nuova ingerenza che già da due settimane non gli permette di terminare i propri comizi con You Can’t Always Get What You Want (ironia della sorte) dei Rolling Stones.

«La politica, come la musica, è radicata nel conflitto e nell’armonia. Al cuore della musica c’è l’interazione tra fisico e mentale, poiché il compromesso tra loro forma un insieme coeso. Il compromesso è anche il cuore del processo politico, la ricerca di un terreno comune e di soluzioni di consenso ai problemi della società attraverso una comunicazione aperta. Entrambe cercano di ispirare le persone a cui si rivolgono ed entrambe hanno fatto grande uso l’una dell’altra per far avanzare le proprie idee», ha scritto il giornalista Rex Thomson. Che sia questo il futuro della comunicazione politica?