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Lucio Corsi racconta ‘Cosa faremo da grandi?’ traccia per traccia

Viaggi nel tempo, una buca scavata per arrivare in Cina e una ragazza trasparente: il giovane cantautore racconta il suo nuovo album, ispirato a Ivan Graziani e al glam rock

Foto: Tommaso Ottomano

Lucio Corsi è un folletto, pare uscito da un mondo fiabesco dove tutto è possibile: parlare con gli animali, finire in Cina ficcandosi in un buco nel terreno, viaggiare nel tempo, giocare col vento, conoscere un ragazzino tanto esile da volare fino alla luna. Sono alcune delle innumerevoli suggestioni che troviamo in Cosa faremo da grandi?, il suo nuovo album in uscita venerdì 17 gennaio. Un disco di nove ballate fatto di quelle che Corsi definisce «storie vere sotto forma di bugie»: racconti che sembrano favole, ma non necessariamente a lieto fine, e che ci svelano qualcosa dell’autore e del suo sguardo sulla realtà con un linguaggio immaginifico, evocativo. Con una poetica molto personale e dai toni delicati il 26enne toscano pubblica, dopo l’ottimo Bestiario musicale del 2017, un altro gioiellino prezioso in cui chitarre acustiche ed elettriche s’intrecciano con strumenti dai sapori antichi, dal pianoforte alla marimba, dal mellotron al contrabbasso agli archi. Lucio lo ha arrangiato con Francesco Bianconi dei Baustelle e prodotto con quest’ultimo e Antonio “Cooper” Cupertino. È l’ulteriore passo di un cantautore di stanza tra Milano e la Maremma, che facendo propria la lezione di grandi come Paolo Conte e Ivan Graziani e ricontestualizzando suoni pescati dal glam rock anni 70 si sta creando un posticino tutto suo nella movimentata scena musicale italiana. Gli abbiamo chiesto di illustrarci i suoi nuovi pezzi. Dal prossimo 15 febbraio li presenterà dal vivo in un tour che da Pisa lo porterà a Torino, Bologna, Roma e in altre città d’Italia.

1. “Cosa faremo da grandi?”

«L’idea di questa canzone è nata d’inverno, sulla spiaggia di Castiglione della Pescaia, vicino a dove sono cresciuto. Ero con un amico, data la stagione non c’era granché da fare, così siamo finiti sulla sabbia e lì è venuta fuori l’immagine al centro del brano, quella di qualcuno che aveva costruito le conchiglie per poi gettarle in mare. Immagine che poi mi è tornata in mente a rappresentare il massimo esempio di grande impresa mandata in fumo con l’animo in pace, concetto che è diventato il fulcro del brano. Ciò che descrivo è un modo possibile di vivere – il mio – in cui si festeggiano più le partenze che i traguardi, in cui si può smontare tutto ciò che si è fatto per ripartire serenamente verso altre avventure. A me non interessa raggiungere chissà quale traguardo in modo da essere ricordato: m’impegno in ciò che faccio, ma a guidarmi non è l’inutile smania di successo. Tanti si muovono spinti da quest’ultima, io no, perché per me l’arte è un’altra cosa, del tutto separata dall’ambito dell’intrattenimento e del commercio. Se scrivo canzoni è perché amo esprimermi tramite la musica e sono felice se quelle canzoni mi soddisfano: mi basta questo».

2. “Freccia Bianca”

«Qui il protagonista è il Frecciabianca, che con lo spirito di un pellerossa risale la penisola e taglia in due le città che incontra rapendo i giovani del luogo per portarli altrove. Mentre scrivevo pensavo alle tante volte che ho preso quel treno per raggiungere Milano da Grosseto: solo lui può entrare nelle bocche delle montagne liguri per poi sparire nella pianura. Musicalmente e più in generale per questo disco mi sono ispirato molto a Ivan Graziani, alle sue melodie, al suo uso della voce, e a Randy Newman, che mi ha influenzato per il modo di suonare il pianoforte e gli arrangiamenti degli archi. In Freccia Bianca, ma anche altrove – vedi L’orologio – ho inserito un certo tipo di sound delle chitarre elettriche tipico del glam rock anni 70, penso a Brian Eno, ai Roxy Music, ai T. Rex, alla colonna sonora di Velvet Goldmine. È una passione che mi porto dentro da sempre, quella per quel genere di musica, ma è la prima volta che le do risalto. Si unisce al mio amore per strumenti vecchi come il mellotron, che, al contrario di computer e plug-in, negli arrangiamenti delle canzoni ti costringono a delle scelte: il mellotron, per esempio, lo puoi suonare per sei secondi consecutivi e poi il nastro che produce il suono si stacca e riparte, per cui non puoi fare accordi lunghi, devi adattarti al limite che ti impone lo strumento. Ed è una cosa bellissima, che dà gusto e ti permette di imparare tantissimo».

3. “L’orologio”

«Questo è un pezzo nato da un’esperienza mia personale, parla di amicizie perse e del tempo che passa. Tante volte si dice “servirebbe una macchina del tempo”, ma in fondo un orologio, così come un metronomo, non è altro che questo. Proprio così: le macchine del tempo esistono! Così in questa storia il protagonista comincia la sua giornata scegliendo di mettersi un orologio al polso per tornare a tempi migliori, perché correndo all’incontrario si recupera il fiato perso».

4. “Trieste”

«È la storia del vento e di come un giorno a Trieste la gente abbia cambiato idea su di lui, non considerandolo più un freno, ma rivalutandolo come spinta. Perché se ci pensi l’effetto del vento cambia a seconda di dove vai: se giri le spalle e cambi direzione ti spinge anziché frenarti. Per questo testo mi sono immaginato lo stesso vento come un cantante di cui l’Italia si accorse – essendo lui invisibile – solo dopo una sua apparizione in un programma tv. Di qui la rivalutazione, seguita, però, dall’eliminazione dallo show per carenza d’immagine e da un finale triste, ma non del tutto, che vede il vento tornare in piazza da solo a fischiare e a “rovinare i silenzi”. Qualità, questa, che ha per me un enorme valore: chi è che riesce a fischiare senza labbra, senza denti e senza lingua? Molti ascoltando le parole di questa traccia penseranno alla canzone partigiana Fischia il vento e a Blowin’ In The Wind di Bob Dylan, brani venuti in mente anche a me durante la scrittura, ovviamente, ma che non sono stati reali fonti d’ispirazione. Se parlo dei talent? Quel che posso dire è che i talent non li odio, ma non m’interessano, non c’entrano con il mio modo d’intendere la musica, li vedo come una fabbrica di scarpe. Non sono nemmeno d’accordo con chi dice “vado al talent per portare un pensiero diverso”: non è vero, non è che vai lì e la gente inizia ad ascoltare Randy Newman, finisci solo per alimentare un calderone squallido. Meglio starsene alla larga da certi mondi e cercare nuove strade».

La copertina di ‘Cosa faremo da grandi?’

5. “Onde”

«“La mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare”, cantava Graziani. Quando cresci in un posto di mare come me, se poi devi lasciarlo o quando sei via ti manca. Di qui questo brano che descrive la giornata tipo delle onde, da una mattina tranquilla a un pomeriggio di lotte con i bambini per la proprietà di un qualche castello, fino alla sera in cui la spiaggia si svuota. Amo il mare anche per alcune storie legate a casa mia, a Castiglione della Pescaia: da lì, a bordo della sua barca a vela, partì nel 1973 e tornò nel 1974 Ambrogio Fogar, uno dei primi uomini a fare il giro del mondo in solitaria. E la barca, che si chiamava “Surprise”, fu costruita proprio nel porto di Castiglione. Per questo nel video del singolo Cosa faremo da grandi?, dove mi si vede con due pescatori di Porto Ercole, ho con me la chitarra “Surprise” che comprai anni fa in un negozio dell’usato: è una citazione».

6. “Senza titolo”

«Un talkin’ blues alla Woody Guthrie, un flusso di immagini che s’intrecciano. Una delle cose di cui vado fiero è che in questo disco c’è una varietà di stili, basti pensare a Onde, acustica, folk, con il contrabbasso e la marimba, e a Freccia bianca, con le chitarre elettriche glam rock».

7. “Amico vola via”

«Nel disco sono citate diverse città. In Freccia bianca Milano piena di muri contro cui è facile sbattere la testa. Poi Trieste, Firenze, Pisa… Qui Lugano, dove tempo fa scoprii che in ottobre spazzano via le foglie secche dalle strade, gesto con cui di fatto ammazzano una stagione, dato che l’autunno vive di quello. Perciò ho scritto una canzone per giustificarlo, quel gesto, immaginandomi che se le foglie vengono tolte dalle strade è per evitare che finiscano sulla schiena di un ragazzo così secco che col vento vola via, rischiando di ucciderlo. Mi diverte molto guardare la realtà da un punto di vista diverso rispetto a quello comune, cambiando prospettiva si scoprono cose che suscitano riflessioni interessanti. In questo pezzo il protagonista, volando, arriva fino alla luna ogni sera, ma torna sempre giù, non ci resta né ci pianta una bandiera: un pensiero che si ricollega al messaggio insito nella title track del disco».

Foto: Tommaso Ottomano

8. “Big Buca”

«Il piccolo protagonista di questo brano insegue uno dei miei desideri più grandi, scavare una buca così profonda da arrivare fino in Cina. Scavando in giù si può sbucare dall’altra parte del globo con le gambe verso il cielo, imbrogliando persino la gravità? Questa canzone è la messinscena di un’impresa in cui il bambino non lascia nulla al caso: si porta l’aria se non c’è, l’acqua se manca, calcola la forza del vento, tutto per attuare questo piano, giungere dall’altro lato della Terra e scoprire se il cielo è un tetto o no. È un pezzo che si rifà a idee infantili, da bambini si crede spesso che il cielo sia una superficie che si può toccare ed è un’idea affascinante. Una volta un autore di filastrocche mi disse che le mie sono canzoni per bambini e aggiunse: “Questa non è una cosa brutta, vuol dire che scrivi canzoni per tutti”. Ed è vero, perché tutti siamo stati bambini».

9. “La ragazza trasparente”

«È la traccia più orchestrata ed è la seconda canzone d’amore che ho scritto finora; la prima era Canzone per me, del 2014. Parla di una ragazza trasparente. Trasparente perché non c’è».

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