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Lo stoner rock in 10 dischi fondamentali

Negli anni '90 nasce parallelamente al grunge un nuovo, vecchio stile. Parte dall'hard e dalla psichedelia e li trasforma in un suono assordante, ossessivo, "stonato". Ecco gli album migliori

Josh Homme e Nick Oliveri dei Queens of the Stone Age nel 2002

Foto: Gie Knaeps/Getty Images

Lo stoner rock è un fenomeno complesso e articolato, dalla ben strutturata genealogia, che ha dato vita a un’ampia e frastagliata discendenza diretta e indiretta di band dagli stili multiformi (stoner metal, stoner punk, sludge metal, ecc), tutti riconducibili allo stesso comun denominatore: una versione acida e psichedelica dell’hard rock anni ’60 e ’70.

L’etimologia della parola (da stoned, letteralmente “stonato”, “allucinato”, “fumato”) allude all’effetto provocato da alcol, erba e altre sostanze che i gruppi erano soliti consumare durante i generator parties (nome che deriva dall’uso dei generatori di corrente usati per alimentare gli amplificatori), raduni notturni e illegali nei quali allestivano lunghe jam session a base di rock assordante e “stonato”.

Tutti concordano nel considerare i Kyuss da Palm Desert, California i padri fondatori del genere, le cui coordinate si collocano tra l’hard blues acido e convulso dei Blue Cheer, l’heavy metal tetro e oscuro dei Black Sabbath e il funambolico rock-blues chitarristico di Hendrix. Il tutto imbevuto di psichedelia acida e ossessiva e imbastardito a volte da influenze punk e hardcore. Sono gli anni in cui nel frattempo a Seattle prende forma il grunge, stile dalla forte connotazione urbana e caratterizzato da una sottesa venatura malinconica che lo stoner non possiede.

Agli esordi i Kyuss, in particolare, hanno dato vita a un suono nuovo: una musica granitica, lisergica, ipnotica, ispirata dal “sole rosso” del deserto californiano e nello stesso tempo ammaliante, irresistibilmente psichedelica, dallo spirito genuinamente rock’n’roll. Col tempo, tuttavia, quella musica si è fatta maniera, specie nelle sue espressioni più conservatrici, ripetendo stancamente una formula ampiamente consolidata.

I Blue Cheer sono fra i precursori dello stoner rock. Il primo album del trio californiano, Vincebus Eruptum (1968), è un disco fondamentale per i cultori del genere e contiene in nuce i capisaldi dell’heavy rock. Un suono iperamplificato e iperdistorto, che mescola hard rock, proto punk, blues e psichedelia: in poche parole, la traduzione heavy del blues. Solo per fare un esempio, un brano come la rilettura di Summertime Blues di Eddie Cochran (resa poi immortale dagli Who) è un vero e proprio manifesto di quel suono. Siamo in pieno periodo hippie e nessuno prima di loro aveva mai suonato in modo così violento e devastante. Altrettanto importante è l’influenza dei Black Sabbath, i cui primi tre album (il debutto omonimo, Paranoid e Master of Reality) pongono le basi per la nascita del black metal e del doom metal: a renderli unici sono le atmosfere gotiche, i riff lenti, pesanti e ossessivi.

Determinante per lo sviluppo dello stoner è anche l’influenza degli inglesi Hawkwind (con Lemmy Kilmister alla voce e al basso anche nei più conosciuti Motörhead), artefici di uno space rock, che univa la potenza sonora della musica heavy con la libera improvvisazione dell’acid rock. Infine, ma non meno importante è stata l’influenza dei californiani Captain Beyond e dei newyorkesi Blue Öyster Cult, con il loro eclettico hard rock, venato di blues e psichedelia.

10“Saved by Magic”, Brant Bjork and the Bros (2005)

Brant Bjork ha una storia di tutto rispetto come batterista dei Kyuss, Fu Manchu e Mondo Generator. A partire dal 1999, anno di pubblicazione del disco di esordio Jalamanta, intraprende una carriera in proprio, prima come solista e dal 2005 come titolare del progetto Brant Bjork and the Bros: ben 13 gli album finora immessi sul mercato, con una menzione speciale per l’imponente doppio Saved by Magic, pubblicato sulla propria etichetta, la Duna Records. Questa volta però imbraccia una chitarra elettrica, discostandosi del tutto dal suono monolitico e pesante dei Kyuss e imbastendo trame di un rock sinuoso, meditativo e psichedelico.

9“Deep in the Hole”, Masters of Reality (2001)

Il cantante e chitarrista Chris Goss è noto soprattutto come produttore (Screaming Trees, Kyuss, Queens of the Stone Age, Nebula, Melissa Auf der Maur, Mark Lanegan). Già nei primi anni ’80 fonda presso New York i Masters of Reality, filo-sabbathiani sin dal nome: una line-up mobile, che tra gli altri ha visto avvicendarsi il batterista dei Cream Ginger Baker (nel secondo album, Sunrise on the Sufferbus, del 1992), Josh Homme, Nick Oliveri e Mark Lanegan. Deep in the Hole è il quarto album, il più vario ed eclettico, a metà strada tra stoner, post grunge e suggestive inflessioni pop.

8“Only a Suggestion” Hermano (2002)

Nati come progetto parallelo, gli Hermano di John Garcia, ex cantante di Kyuss, Slo Burn e Unida, sono diventati poi il suo progetto a tempo pieno. Garcia è da annoverare tra i personaggi simbolo della storia dello stoner rock: straordinario interprete del blues nell’hard rock, con grandi capacità vocali e il carisma tipico dei grandi cantanti. Con gli Hermano Garcia si discosta dal suono dei precedenti gruppi, per avvicinarsi a un classico hard blues, tipicamente anni ‘70, avvalendosi soprattutto della grande perizia strumentale dell’ottimo chitarrista David Angstrom. Only a Suggestion è l’album di debutto, il migliore della band.

7“Cocaine Rodeo” Mondo Generator (2000)

Il bassista dei Kyuss e Queens of the Stone Age Nick Oliveri è sempre stato l’anima più anarchica e punk di quelle band. Mondo Generator era uno dei brani più esplosivi di Blues for the Red Sun dei Kyuss ed è anche il nome del suo progetto principale, in cui dà libero sfogo alla sua indole e veemenza punk. Cocaine Rodeo è il corrosivo debutto discografico, un concentrato delle passioni musicali di Oliveri: il noise rock e l’hardcore punk. Ad affiancare il bassista e cantante ci sono i vecchi compagni, Josh Homme e il batterista Brant Bjork. A destare scalpore – come altri brani dei QOTSA – è comunque il titolo, che sembra essere l’ennesimo inno alla droga.

6“Spine of God” Monster Magnet (1991)

Durante gli anni ’90 i centri propulsori dello stoner rock furono due: la California del sud (con Palm Desert e Los Angeles) e il New Jersey (Red Bank), dove operarono gli alfieri dello space/hard rock Monster Magnet, guidati dal carismatico Dave Wyndorf e dal chitarrista John McBain. Imprescindibile è il debutto Spine of God, album diviso tra dilatazioni e allucinazioni acid/space rock e reminiscenze stoogesiane. La loro musica è un affascinante affresco psichedelico, che unisce la pesantezza dei Black Sabbath, le atmosfere spaziali degli Hawkwind e l’irruenza del rock’n’roll più crudo e grezzo. Tra i più credibili eredi del rock psichedelico e tra le band più importanti in ambito stoner, i Monster Magnet guardano al passato, ma riescono a suonare sempre freschi, spontanei e personali.

5“Coping with the Urban Coyote” Unida (1999)

Dallo scioglimento dei Kyuss sono nate diverse formazioni, figlie dirette della band madre: i Queens of the Stone Age del chitarrista Josh Homme, i Mondo Generator del bassista Nick Oliveri, gli Unida del cantante John Garcia e del bassista Scott Reeder (prima negli Obsessed di Scott “Wino” Weinrich, poi nei Kyuss di Welcome to Sky Valley e di …And the Circus Leaves Town). Gli Unida mantengono ancora alto il vessillo dello stoner, ma si discostano dal suono cupo e pesante dei Kyuss, sviluppando un granitico hard blues, misto a digressioni psichedeliche, formula centrata a pieno nel debutto Coping with the Urban Coyote. Il secondo e meno riuscito omonimo album, a causa di complicazioni legali con la American Recordings, ha visto la luce solo nel 2006 in un’edizione limitata in sole mille copie in vinile.

4“To the Center” Nebula (1999)

Dopo la fuoriuscita dai Fu Manchu Eddie Glass (chitarra) e Ruben Romano (batteria) formano i Nebula, più legati al garage punk e alla tradizione del rock di Detroit. Il debutto To the Center è finora la prova più riuscita della band di Los Angeles, incrocio perfetto tra hard blues, riff sabbathiani, suono alla Stooges, aperture lisergiche e dilatazioni space rock. Un suono gravitante sull’asse Blue Cheer/Black Sabbath/Hendrix/Stooges/Kyuss, diventato un marchio di fabbrica e che ha fatto dei Nebula una delle istituzioni della scena heavy psych mondiale. Tra gli ospiti del disco Mark Arm dei Mudhoney alla voce nella cover di I Need Somebody degli Stooges.

3“The Action Is Go” Fu Manchu (1997)

Dopo Kyuss e Queens of the Stone Age, i losangelini Fu Manchu sono probabilmente la migliore band del genere, quartetto che attinge a piene mani dall’hardcore punk anni ’80, Black Flag in primis (la grande passione di Scott Hill, voce e chitarra) e propone con piglio rock’n’roll una formula ultra-heavy ricoperta da muri di distorsioni fuzz e riff granitici. Il loro hard rock è scarno, diretto ed essenziale, senza inutili orpelli chitarristici. I loro testi evocano un immaginario ben poco intellettuale, centrato su donne, auto e motori. I momenti chiave della loro ricca produzione sono In Search Of… (1996), terzo album che vede la presenza di Eddie Glass e Ruben Romano, e il successivo The Action Is Go, il migliore della band, con Brant Bjork alla batteria.

2“Songs for the Deaf” Queens of the Stone Age (2002)

Dopo lo scioglimento dei Kyuss, Josh Homme fonda i Queens of the Stone Age (così il produttore Chris Goss definiva scherzosamente i Kyuss), che rispetto al rock monolitico, cupo e pesante dei Kyuss sviluppano uno stile trance-ipnotico che Homme definisce robotic rock, basato sulla reiterazione ossessiva dei fraseggi di chitarra. Cambiano anche i modelli di riferimento, non più solo Blue Cheer e Black Sabbath, ma anche gli Stooges. Songs for the Deaf è il terzo disco della band di Josh Homme e Nick Oliveri, che si avvale del prezioso contributo di Dave Grohl alla batteria e di Mark Lanegan alla voce. Da molti considerato il capolavoro della band, rappresenta l’apice e nel contempo il superamento dello stoner: un brillantissimo esempio di heavy rock totale, nel quale confluiscono hard rock, psichedelia, punk, post grunge e un’inconfondibile vena pop. Partendo dall’underground, i Queens of the Stone Age sono riusciti a ritagliarsi con questo disco uno spazio di primo piano nel panorama rock contemporaneo.

1“Blues for the Red Sun” Kyuss (1992)

I Kyuss hanno dato vita a una sintesi stilistica unica e originale, che ha tutti gli aspetti di un’autentica rivoluzione sonora: un connubio tra heavy rock, blues acido e psichedelia. Sono il punto di incontro tra Blue Cheer, Black Sabbath, Hendrix e Pink Floyd. Il loro apice creativo è Blues for the Red Sun, capolavoro indiscusso della loro discografia e album fondamentale dello stoner rock, il secondo in studio della band formata da John Garcia (voce), Josh Homme (chitarra), Nick Oliveri (basso) e Brant Bjork (batteria). I brani contenuti – inutile citare una canzone piuttosto che un’altra – hanno il sapore di lunghe jam session allucinate che irrompono nel silenzio del deserto: viaggi nei meandri della mente e dello spazio siderale. Riff tellurici, un basso iperdistorto, una batteria pesante e martellante e una voce sofferta, calda e ruggente sono gli ingredienti basilari di un suono destinato a diventare un marchio di fabbrica e a fare scuola per molte formazioni a venire.

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