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Lo Stato Sociale suona ‘L’avvelenata’ di Guccini, il video

In un estratto da ‘La piazza della mia città’, il documentario di Paolo Santamaria che racconta il rapporto tra Lo Stato Sociale e Bologna, Lodo Guenzi canta il classico di Guccini insieme al pubblico

Lodo Guenzi canta L’avvelenata di Guccini a Piazza Maggiore, a Bologna, accompagnato solo da una chitarra acustica e dai cori del pubblico. È giugno 2018, e Lo Stato Sociale suona dal vivo nella piazza più importante della sua città. È un concerto particolare, gratuito, organizzato dopo una controversia con la sovrintendenza alle belle arti e paesaggio, e arriva pochi mesi dopo il successo di Una vita in vacanza a Sanremo. Questo spettacolo, e il rapporto del gruppo con quella piazza, sono al centro di La piazza della mia città, il documentario di Paolo Santamaria che racconta aneddoti, curiosità e ricordi legati a Bologna, alla storia d’Italia e ai suoi personaggi.

Nella clip, disponibile in esclusiva qui su Rolling Stone, Gianni Morandi – tra i protagonisti del film insieme a Luca Carboni, Enrico Brizzi e Matilda De Angeles – racconta un aneddoto che descrive il suo rapporto particolare con Guccini. «Lo chiamavo “il Maestrone” e ogni tanto lo prendevo in giro», dice. «Noi abbiamo due canzoni contemporanee, del ’66: la mia è C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, la sua Auschwitz. Lui mi rispondeva: sì, ma la tua è una stronzata». La piazza della mia città – Lo Stato Sociale è al cinema dal 17 settembre.

«Tutte le volte che scrivo un pezzo vorrei fosse questa canzone», spiega Lodo a Rolling Stone. «Se è il pezzo viene bene è solo un’Avvelenata venuta male. Perché fino lì non si arriva mai. Non esiste diss nel rap in cui gli insulti vadano così affondo nell’anima. Non esiste enciclopedia in cui ci sia una tale commistione di parole colte e volgari. Non c’è campione del mondo di metrica capace di far scorrere concetti così complessi con la tale velocità di un fiume d’estate. Non esiste spirito punk con tale livello di psicanalisi. Non esiste pianto del cuore con tale carnevale in festa di rabbia e voglia di vivere. Non esiste j’accuse con tale voglia di mettersi in mutande e dire “sono io che ho sbagliato”. E vaffanculo, sbaglierò ancora».

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